BUNUEL - NEL LABIRINTO DELLE TARTARUGHE

UNA SCOMMESSA VINCENTE, PER RICORDARCI COME IL CINEMA DEBBA SEMPRE PROVARE A SCUOTERE LE COSCIENZE.

Luis Buñuel si trova in un difficile momento della sua vita d'artista. L'age d'or, film manifesto del surrealismo ha scandalizzato tutti i benpensanti ostracizzando il regista da qualsiasi possibilità progettuale in Francia. Individuato in una tesi di dottorato che gli è stata donata da Maurice Legendre il tema del suo prossimo film, deve trovare il denaro per realizzarlo. Sarà un amico, con una vincita alla Lotteria, a consentirgli di girare Las Hurdes, un documentario su un'area della penisola iberica abbandonata totalmente dal governo alla miseria e all'insignificanza sociale.

Poteva sembrare una scommessa in perdita, un po' come l'investimento dell'amico Acin con i soldi vinti alla Lotteria, il realizzare un film d'animazione sulle riprese di un film di un Maestro del cinema. Si è trattato forse di un azzardo (di cui Buñuel era un esperto) che però ha trovato un riconoscimento internazionale ottenendo anche diversi premi prestigiosi.

Questa docu-animation-fiction ha il merito di ricordarci, con una forma espressiva assolutamente aderente all'impresa, come il cinema abbia avuto (e possibilmente abbia ancora) tra i suoi compiti quello di scuotere le coscienze.

Per farlo bisogna però essere dotati di una tenacia notevole, confrontandosi anche con i propri demoni interiori e magari anche con le frustrazioni subite in ambito familiare. È in particolare sugli incubi ricorrenti del regista che il mezzo dell'animazione riesce ad intervenire con un'efficacia estetica che anche i più raffinati effetti speciali farebbero fatica a conseguire. Il ritornare della rigida figura paterna diviene così un leit motiv declinato con modalità differenti ma sempre efficaci.



Sala virtuale: 
Anno: 2018
Regia: Salvador Simó
Genere: ANIMAZIONE
Durata: 81min
Prezzo: € 7,90
Disponibilità: Fino al 06/08
Orari: 10.30-15.00-17.00-19.00


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Luis Buñuel - Lo sdoganatore di ogni tabù

Luis Buñuel è considerato uno dei maggiori registi del XX secolo ed uno dei più celebri esponenti del movimento surrealista. Artista dalle molteplici doti, Buñuel è stato non solo attivo nel mondo del cinema ma fu anche poeta e compositore.

Nato il 22 febbraio del 1900 nel piccolo paese di Calanda in Aragona, è considerato uno dei più influenti registi della storia del cinema. Il padre è un piccolo commerciante, arricchito a Cuba e poi tornato in Spagna, dove apre un negozio di ferramenta.

Pochi anni dopo la nascita di Luis, la famiglia Buñuel si trasferisce a Saragozza, dove il futuro regista è mandato in collegio dai Gesuiti. Fin da giovane, Luis manifesta un carattere ribelle all’autorità e si interessa di teatro e poi di cinema. Per le sue idee anticlericali e per il comportamento disordinato, nel 1915 viene espulso dal collegio e termina gli studi nella scuola pubblica, trasferendosi poi a Madrid per studiare lettere e filosofia.

"Io sono profondamente e coscienziosamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso è innanzitutto non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini"

Negli anni Venti la Spagna è attraversata da una ventata di rinnovamento culturale e nei circoli intellettuali della città il giovane Luis diventa amico di personaggi come Salvador Dalì, Garcia Lorca o Ramón Gomez De La Serna.

Nel 1925, come molti artisti e intellettuali spagnoli, decide di andare a Parigi, considerata la mecca delle avanguardie artistiche dell’epoca.

Il suo interesse per il cinema lo spinge a diventare assistente dei registi Jean Epstein e Mario Napals. Frequenta i circoli surrealisti, instancabilmente animati da André Breton, attorno al quale si raccolgono artisti e scrittori come Magritte, Dalì, Aragon o Artaud.

Nel 1929, insieme all’amico Dalì, profondamente influenzato dal dibattito surrealista, Luis Buñuel produce un cortometraggio di 16 minuti, “Un cane andaluso”, che è ora considerato una pietra miliare nel campo del cinema di avanguardia.

Il film, senza una trama vera, si svolge come in un sogno, allineando sequenze scioccanti o erotiche insieme ad altre apparentemente irrelate. La famosissima scena in cui un uomo (lo stesso Buñuel) taglia con un rasoio l’occhio di una donna, è talmente forte da far scoppiare tumulti e risse nelle sale dove si proietta.

Dato il grande successo, Luis Buñuel produce rapidamente un'altra pellicola simile, questa volta più lunga, “L’età dell’oro” (1930), con immagini fortemente anti-cattoliche e numerosi riferimenti alle opere di De Sade, che i surrealisti considerano il liberatore dell’inconscio dalle convenzioni borghesi.

Questo lavoro, uscito in un clima di scandalo annunciato, ferocemente attaccato dalla stampa di destra, finisce per essere sequestrato dalla polizia, proiettando il nome di Buñuel nell’empireo dei grandi provocatori. Intanto in Spagna i tumulti sociali provocano la fuga del re e la proclamazione della repubblica. Buñuel decide pertanto di tornare in patria e mettersi al servizio del neo-eletto governo di sinistra.

Gli eventi spagnoli ben presto precipitano in una tragica guerra civile che, dopo il 1936, porta alla feroce dittatura fascista di Francisco Franco.

Luis Buñuel, come molti intellettuali, lascia il paese e si rifugia prima negli USA, dove però trova molte difficoltà a rimettersi al lavoro, e infine in Messico, dove arriva nel 1946. L’industria cinematografica messicana gli permette di lavorare, ma per molto tempo si occupa solo di pellicole commerciali, soprattutto commedie.

Tuttavia Buñuel apprezza questa esperienza per ciò che apprende dal punto di vista tecnico. Nel 1950, dopo numerosi successi di cassetta, riesce a convincere il produttore Oscar Dancigers a dargli completamente mano libera.

Nasce il drammatico “Los olvidados”, che narra in manieraquasi onirica le vite disperate dei ragazzi di strada messicani. Il film ha un enorme successo di critica, vince la Palma per la Miglior Regia a Cannes e riporta in auge in Europa, dopo vent’anni di oblio, il nome del regista.

Da questo momento Buñuel è considerato uno dei più importanti autori cinematografici di lingua spagnola e può lavorare con maggior libertà, inanellando una serie di pellicole che oscillano fra riflessione sul genere e decostruzione, senza mai abbandonare le atmosfere surreali e grottesche di fondo.

È il caso di film come “Lui” (1952) o “Estasi di un delitto” (1955), esilarante storia di un aspirante serial killer continuamente frustrato nei suoi tentativi di omicidio.

L’ondata della Nouvelle Vague porta i giovani registi ad esprimere una sensibilità molto simile a quella dell’ormai maturo Buñuel, il che aumenta la sua influenza in Europa. Nel 1959 realizza “Nazarìn”, storia di un prete che si spinge a imitare Gesù fino alle estreme conseguenze, con cui ottiene un premio a Cannes.

La sua fama ormai è all’apice, tanto che il governo franchista gli propone di tornare a lavorare in Spagna.

Fra mille polemiche e accuse di tradimento, Buñuel accetta e gira lo scandaloso “Viridiana” (1960), storia di una giovane novizia che decide di privarsi dei suoi beni per darli ai poveri. Il film è talmente blasfemo e corrosivo verso la società spagnola che viene subito censurato, mentre Buñuel deve abbandonare di nuovo il paese, passando in Francia, dove invece “Viridiana” ha un enorme successo e gli frutta l’ambita Palma d’Oro a Cannes.

Rientrato in Messico, si dedica al surreale “L’angelo sterminatore” (1963), storia di alcuni ricchi borghesi che si trovano misteriosamente intrappolati in una villa.

Ma ora Buñuel preferisce vivere in Francia, dove produce alcuni dei suoi film più famosi: “Bella di giorno” (1967), nel quale indaga spietatamente le fantasie erotiche della bella Catherine Deneuve, vincitore del Leone d’Oro al Festival di Venezia, “La via lattea” (1968) surreale e ironica meditazione sulle contraddizioni del cattolicesimo.

E ancora l’eccezionale “Il fascino discreto della borghesia” (1972), corrosiva satira del conformismo borghese condita di gustosi inserti onirici che vince l’Oscar come Miglior Film Straniero.

Ormai anziano, Buñuel dirada la sua attività, ma è ancora in grado di girare gioielli surreali come: “Il fantasma della libertà” (1974) o “Quell’oscuro oggetto del desiderio” (1977) che non mancherà di influenzare il giovane David Lynch nelle atmosfere.

Vecchio e malato si dedica a scrivere la propria autobiografia, pubblicata anche in Italia con il titolo “Dei miei sospiri estremi”. Si spegne il 29 luglio 1983.







Rassegna Stampa
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Cadavere Squisito

L’arte surrealista ha il pregio di costringere lo spettatore ad andare al di là di ciò che l’occhio vede, per mostrare una realtà diversa che esiste in un universo che non può essere toccato, ineffabile come un sogno o reale come il mondo visto con gli occhi di bambino.

Il surrealismo è un movimento artistico-letterario che nasce ufficialmente in Francia nel 1924, e si sviluppa nell’intervallo tra le due guerre mondiali. Oltre alle arti figurative, il surrealismo coinvolge anche il cinema e la poesia.
Il movimento rappresentava una reazione contro ciò che i suoi membri vedevano come la distruzione operata dal “razionalismo” che aveva guidato la cultura e la politica europea nel passato e che era culminata negli orrori della prima guerra mondiale.
Padre del surrealismo e teorico del movimento è il poeta André Breton. È lui infatti che pubblica a Parigi il “Manifesto del surrealismo”, in cui definisce il movimento in questi termini: “Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale.”
Il surrealismo si basa infatti sull’esaltazione dell’inconscio e del subconscio nell’ambito del processo creativo, perché solo senza le restrizioni della ragione l’uomo è libero di esprimere la parte più autentica del suo essere.
Alla luce di ciò, è facile intuire l’influenza che ebbero gli scritti di Freud nel porre le basi teoriche del movimento surrealista. Va detto però che il padre della psicanalisi non appoggiò mai in pieno il movimento, motivando le sue perplessità in una lettera del 1932 indirizzata allo stesso Breton.

Una delle tecniche usate dai surrealisti è quella del cadavre exquis (cadavere squisito). Si tratta di un processo creativo che coinvolge più artisti contemporaneamente e può applicarsi sia alla pittura che alla poesia. Un primo artista disegna (o scrive) la prima cosa che gli viene in mente, senza pensarci su e passa il lavoro ad un altro artista che fa lo stesso e così via, fino a ottenere opere apparentemente senza significato come la poesia “Il cadavere squisito berrà il vino nuovo” che ha dato il nome a questo procedimento.
Altre tecniche creative utilizzate dai surrealisti sono il dripping (di cui diverrà maestro negli anni 80 Jackson Pollock), il collage, il frottage, l’assemblage, ecc. Il più creativo da questo punto di vista fu certamente l’artista surrealista Max Ernst che farà ricorso a molte di queste tecniche per realizzare le sue opere.
I temi prevalenti dell’arte surrealista sono legati all’amore, alla liberazione dai vincoli sociali e dalle regole ma soprattutto l’universo surrealista è legato al sogno e alla follia, che sono evidenti soprattutto nelle opere di Salvador Dalì.
Oltre a Dalì e a Max Ernst, i più importanti esponenti del surrealismo sono Joan Mirò e René Magritte.
De Chirico, con la sua metafisica, viene considerato un precursore del surrealismo, ma andando molto indietro nel tempo, possiamo trovare elementi chiave delle poetica surrealista anche nelle opera di El Greco, artista del rinascimento spagnolo (XVII secolo).
Come anticipato in apertura di articolo, il surrealismo non riguarda solo la pittura o la scultura ma il movimento coinvolge anche il cinema con opere passate alla storia come Un chien andaloucortometraggio realizzato da Luis Buñuel e Salvador Dalí.










Opere Surrealiste
Un Chien Andalou - Vietato sporgersi all’interno

Il cinema nasce nel 1894 con lo scopo di mostrare la realtà in movimento: il cinematografo arrivava dove gli altri mezzi tecnologici nemmeno riuscivano ad avvicinarsi, portando queste proiezioni davanti ad un pubblico molto più numeroso delle altre manifestazioni mediali. Ben presto la rappresentazione del reale non sedusse più gli spettatori, e si cominciarono a scrivere le storie, dando spazio alla fantasia dei cineasti più disparati. Quando nei primi anni del Novecento il mondo fu travolto dalle avanguardie artistiche, il cinema non poté sottrarsi a questo mutamento e ne fu completamente inglobato. Una di queste correnti fu il surrealismo che, nel settore cinematografico, trovò il suo massimo esponente in Luis Buñuel. Con le sue opere si afferma la dimensione dell’immaginario e lo spazio dell’inconscio diviene assolutamente fondamentale, portando il cinema a scoprire di poter essere uno strumento straordinario di rivelazione del mondo del sogno e delle situazioni di delirio.


I primi film di Buñuel sono il perfetto manifesto del pensiero surrealista e sono alla base di ogni studio dell’attuale forma cinematografica, racchiudendo molte di quelle caratteristiche che differenziano oggi un film inteso come opera d’arte da un film commerciale.


Un Chien Andalou

“Vietato sporgersi all’interno”

Un Chien Andalou è
un cortometraggio del 1929 scritto, prodotto ed interpretato da Buñuel e da Salvador Dalì che, nello stesso anno, aveva sviluppato la concezione di metodo paranoico-critico di realizzazione dell’opera d’arte, riprendendo gli aspetti teorizzati da Breton ne La scrittura automatica (una delle massime opere manifesto del surrealismo). Il film si apre con una famosissima immagine: la mano del regista, nel momento in cui una filiforme nuvola nera trafigge l’immagine della luna, taglia con una lama da barba l’occhio di una donna. Il gesto sta ad indicare il nuovo modo in cui bisogna guardare, liberi da ogni conformismo: non si tratta dell’occhio del regista o di quello dello spettatore. Piuttosto ci si riferisce al vedere collettivo, che solo attraverso un taglio netto, può permettere all’immagine di fuoriuscire dal suo abitacolo ed arrivare agli altri. Questo crudele gesto introduce, inoltre, il tema di fondo di tutto il film, ovvero la sessualità. Infatti, nonostante ad una prima visione l’opera sembri un susseguirsi di immagini bizzarre senza nessun nesso logico (al modo delle creazioni dadaiste), la narrazione di fondo segue le avventure contraddittorie e difficili del desiderio maschile nel suo rapportarsi con la donna e con l’intero universo femminile. Ovviamente si tratta di un racconto che, piuttosto che esprimersi seguendo una trama lineare e facilmente rintracciabile, preferisce esprimersi mirando direttamente ai recettori dell’inconscio che, ricostruendole, danno un senso alle immagini viste. Ma proprio la presenza di questo fil rouge di sottofondo, distanziUn Chien Andalou da ogni altra banale produzione d’avanguardia, dove predomina solo lo scenario.

Il film, ritenuto tra i più dichiaratamente contro il cinema, riscosse un grande successo di curiosità e ci si divertì a decifrarlo all’alba delle nuove concezioni sulla psicanalisi. Perfino il titolo è un enigma: per tutta la durata dell’opera non c’è nessun riferimento all’Andalusia, e non si vede nessun cane... ma qualcuno sostiene fosse un diretto attacco contro Garcìa Lorca (di origine andalusa), nemico di Buñuel fin dall’università.

L'âge d'or - “Che gioia! Che gioia, avere assassinato i nostri figli!”

L'âge d'or

“Che gioia! Che gioia, avere assassinato i nostri figli!”

Secondo lavoro surrealista della coppia Buñuel-Dalì, L'âge d'or divenne presto un caso clamoroso, fin dalla sua prima proiezione a Parigi nel 1930, per il suo carattere spiccatamente antiborghese e anticlericale, che ne causarono il divieto di proiezione da parte della censura francese, decretando per lui un destino allo stesso tempo maledetto e fortunato. Pur essendo il prosieguo ideale di Un Chien Andalou, soprattutto per quanto riguarda il metodo di approcciarsi alla narrazione, il film, oltre ad essere notevolmente più lungo del precedente, presenta una struttura divisa a capitoli dalla forte eterogeneità dei componenti visivi. Complessivamente le parti sono sei: un prologo che si caratterizza come un documentario scientifico-antropologico sullo scorpione; un primo capitolo sulla vita dei banditi mediterranei e sulla loro organizzazione; un secondo episodio mostra la realizzazione di una nuova città, nel territorio mediterraneo, a cura delle autorità ufficiali; segue una parte completamente dedicata al reciproco desiderio di appartenersi provato dai due protagonisti, che sono costretti però a viverlo a distanza, senza nessun reale contatto fisico; il quarto capitolo rappresenta la colonna portante della storia, incentrata su una fastosa festa, durante la quale assistiamo ad una lunga scena d’amore tra i due protagonisti nel parco; a conclusione, l’epilogo rievoca Le 120 giornate di Sodoma di de Sade. Apparentemente sembra di trovarsi davanti ad una storia a compartimenti stagni, in cui non ci sono apparenti legami e non si notano connessioni palesi tra le varie sezioni della narrazione. In realtà, invece, ci troviamo davanti ad una diversa visione del tema della violenza e dell’eros, analizzato da diverse angolazioni (animali, malviventi, forze dell’ordine, amanti) e secondo il solito sapiente uso di immagini pittoriche e rielaborazioni grottesche e dissacranti della realtà, che appaiono come flash insensati e dalla provenienza ignota.

Anche in questo caso ci troviamo davanti ad un titolo fuorviante. Non esiste un’età dell’oro nella storia, piuttosto si tratta di età tutte segnate da contraddizioni ed ambiguità che, nel puro spirito surrealista, attribuiscono al titolo degli aspetti di irrazionalità.

Las Hurdes - “Rispetta il bene degli altri”

“Rispetta il bene degli altri”

Nel 1933 Buñuel abbandona la sperimentazione surrealista e si dedica alla realizzazione di Las Hurdes, meglio conosciuto con il titolo di Terra Senza Pane, che è l’unico documentario presente nella filmografia del regista spagnolo. Il film è ambientato a Las Hurdes, una regione contadina poverissima, formata da una serie di piccoli villaggi al confine con il Portogallo. Vengono mostrate le disagiate condizioni della popolazione autoctona che non è abituata a nessun tipo di comodità, vive in capanne di pietre e fango, circondata da terreni sterili poco adatti alla coltivazione. In contrasto ci rivela il lusso dell’unica chiesa della zona: anche, e soprattutto, nelle zone che sembrano abbandonate dalla provvidenza, la fede e la religione sono le cose più importanti, alla base della sopravvivenza emotiva della popolazione. Buñuel denuncia l’arretratezza di una regione priva di infrastrutture ed elettricità, in cui anche le resistenti capre rischiano di cadere in uno strapiombo e la preoccupante diffusione di malattie come il gozzo e la malaria, che lasciano gli abitanti agognanti per le strade dei villaggi. Attraverso uno sguardo antropologico, il regista scopre le diverse conformazioni del reale e riscopre la tradizione, tutta spagnola, di rappresentare le brutture e le malformazioni, come già nell’arte pittorica aveva fatto l’ultimo Goya.