BUÑUEL - NEL LABIRINTO DELLE TARTARUGHE

Luis Buñuel si trova in un difficile momento della sua vita d'artista. L'age d'or, film manifesto del surrealismo ha scandalizzato tutti i benpensanti ostracizzando il regista da qualsiasi possibilità progettuale in Francia. Individuato in una tesi di dottorato che gli è stata donata da Maurice Legendre il tema del suo prossimo film, deve trovare il denaro per realizzarlo. Sarà un amico, con una vincita alla Lotteria, a consentirgli di girare Las Hurdes, un documentario su un'area della penisola iberica abbandonata totalmente dal governo alla miseria e all'insignificanza sociale.

Poteva sembrare una scommessa in perdita, un po' come l'investimento dell'amico Acin con i soldi vinti alla Lotteria, il realizzare un film d'animazione sulle riprese di un film di un Maestro del cinema. Si è trattato forse di un azzardo (di cui Buñuel era un esperto) che però ha trovato un riconoscimento internazionale ottenendo anche diversi premi prestigiosi.

Questa docu-animation-fiction ha il merito di ricordarci, con una forma espressiva assolutamente aderente all'impresa, come il cinema abbia avuto (e possibilmente abbia ancora) tra i suoi compiti quello di scuotere le coscienze.

Per farlo bisogna però essere dotati di una tenacia notevole, confrontandosi anche con i propri demoni interiori e magari anche con le frustrazioni subite in ambito familiare. È in particolare sugli incubi ricorrenti del regista che il mezzo dell'animazione riesce ad intervenire con un'efficacia estetica che anche i più raffinati effetti speciali farebbero fatica a conseguire. Il ritornare della rigida figura paterna diviene così un leit motiv declinato con modalità differenti ma sempre efficaci.

Simò non edulcora nulla nel ricostruire le complesse fasi di ripresa di questo documentario finalizzato a mostrare come negli anni Trenta del Novecento sussistessero nella 'civile' Spagna sacche di miseria in cui gli ultimi sopravvivevano a stento quando non soccombevano prematuramente. In maniera che potremmo definire 'didattica' in alcune sequenze assistiamo alle riprese in animazione e subito dopo vediamo il risultato nell'opera realizzata.

2018
Spagna, Paesi Bassi, Germania
ANIMAZIONE
SALVADOR SIMO'
Jorge Usón, Salvador Simó
80min
3,90


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Luis Buñuel


Luis Buñuel Portolés (Calanda22 febbraio 1900 – Città del Messico29 luglio 1983) è stato un registasceneggiatore e produttore cinematografico spagnolo naturalizzato messicano.

È stato uno dei più celebri esponenti del cinema surrealista, trovatosi costretto, a causa della dittatura franchista instauratasi in Spagna, a operare tra MessicoFrancia e Stati Uniti, spesso con modesti fondi. I temi principalmente trattati nel corso della sua carriera cinematografica sono stati: la natura dell'inconscio, l'irrazionale, la sessualità umana e la critica anti-borghese e anti-clericale. Tra i vari premi ricevuti, l'Oscar al miglior film straniero nel 1973, la Palma d'oro al festival di Cannes nel 1961 e il Leone d'oro alla carriera alla mostra del cinema di Venezia nel 1982A Calanda trascorre i primi anni di vita, venendo poi mandato a Saragozza presso un collegio di gesuiti per proseguire gli studi, ed entrando in contatto con le ferree regole dell'educazione religiosa. Sarà proprio questo ambiente a suscitare in lui le idee anticlericali che avranno ampio riscontro nelle sue opere: "Io sono profondamente e coscienziosamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso è innanzitutto non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini". Studia poi letteratura e filosofia all'Università di Madrid, dove conosce Federico García LorcaSalvador DalíRafael Alberti e Ramón Gómez de la Serna, conseguendo la laurea in Lettere nel 1924.

L'anno seguente si trasferisce a Parigi dove comincia a frequentare il gruppo surrealista. Qui ha il suo esordio cinematografico dirigendo Un chien andalou - Un cane andaluso (1928), un cortometraggio scritto e prodotto assieme all'amico Salvador Dalí. Le caratteristiche del cinema di Buñuel, il brutale impatto visivo e lo spirito antiborghese e anticlericale, in esso emergono già con forza, per sfociare nel 1930 nel lungometraggio surrealista, L'âge d'or, dove l'esaltazione del rapporto blasfemo fra Cristo e il Marchese de Sade provoca feroci reazioni di protesta. Il film, vietato subito dopo l'uscita, potrà uscire nuovamente solo nel 1950 a New York e nel 1951 a Parigi.

Tornato in Spagna gira Terra senza pane (1932), documentario di denuncia delle miserabili condizioni di vita della popolazione di una zona dell'Estremadura, conosciuta come Las Hurdes. Subito dopo la guerra civile e la sconfitta della Repubblica spagnola (1939) il cineasta emigra a New York. Qui trova lavoro al Museum of Modern Art e si occupa della direzione del doppiaggio in spagnolo di film americani. Viene però presto licenziato a causa di un articolo scritto da Salvador Dalì, nel quale l'artista lo defisce ateo: è un'epoca in cui gli atei non sono particolarmente ben visti negli Stati Uniti d'America. Nel 1940 si trasferisce in Messico, ivi prenderà nel 1948 la cittadinanza.

Buñuel appare come personaggio in due film. In Buñuel e la tavola di re Salomone (2001) di Carlos Saura, il regista (interpretato da El Gran Wyoming e da Pere Arquillué), magicamente ritornato ai tempi della sua giovinezza, vive, assieme ai suoi amici Federico García Lorca e Salvador Dalí, un'avventura esoterica per le strade di Toledo. In Midnight in Paris (2011) di Woody Allen il protagonista Gil, nel corso di uno dei suoi viaggi nel tempo, incontra il giovane Buñuel (Adrien de Van), a cui suggerisce la trama di quello che sarà L'angelo sterminatore. Buñuel è citato, inoltre, nella canzone China Town di Caparezza.






Intervista


MILANO – Trentasette anni dopo è ancora vivo, come tutti i grandi, come solo i grandi. Il tempo non lo ha scalfito, non lo ha nemmeno invecchiato, anzi ne ha amplificato l’arte a dismisura, rivelando cose che allora molti non capirono. Non è dunque un caso – non è mai un caso – se oggi Luis Buñuel rivive in altra forma, addirittura in quella di cartone animato, in Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe, diretto da un altro folle come lui, Salvador Simó, che ci risponde al telefono da Madrid in una una tarda mattinata, iniziando a raccontare la genesi di un progetto partito da lontano e arrivato al Goya come miglior film d’animazione: «Un viaggio lungo e difficile, che mai avrei pensato potesse arrivare tanto lontano e potesse trovare un pubblico così ampio».

Allora, andiamo con ordine, e torniamo a Madrid, dove un bambino comincia a conoscere Bun?uel attraverso i racconti del padre. «Sì, in un certo senso posso dire che parte tutto da mio padre», ricorda Simó. «Papà era un grande ammiratore del cinema di Bun?uel. Ricordo che mi raccontava frammenti dei suoi film che ancora non riuscivo a capire, ma che trovavo affascinanti. Da questo punto di vista la possibilita? di raccontare una storia proprio su Bun?uel e? stata terrificante: non è facile mettere mano a un mito del genere». Tutto comincia undici anni fa quando Simó, di ritorno in Spagna dopo un decennio trascorso in America, si avvicina a una graphic novel di Fermi?n Soli?s, Buñuel en el laberinto de las tortugas, e decide di costruirci sopra un film.

Abbiamo comperato i diritti e poi io e Eligio Montero con la sceneggiatura abbiamo cercato di costruire anche parte di ciò che non era disegnato, cercando di raccontare di più Bun?uel». Quello che comincia a prendere forma è Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe, un’opera che torna al 1930, subito dopo lo scandalo de L’età dell’oro quando il regista decide di prendere le distanze da Dali? e si ritrova in una delle zone più povere della Spagna a girare Terra senza pane, documentario ambientato a Las Hurdes. «Ho cercato, ho letto tanto per capire chi era Bun?uel attraverso le parole di chi lo aveva conosciuto. La responsabilità era grande».

Fotogramma dopo fotogramma, il miracolo si è compiuto ed è nato un cartoon sui generis, che mescola storia e cinema, nonché storia del cinema, ritraendo un regista trentenne determinato a capire quale fosse la sua cifra stilistica: «Ho parlato anche con il figlio, Juan Luis Buñuel, sono stato a Parigi a casa sua per mostrargli come procedeva il lavoro e abbiamo conversato a lungo sulla figura del padre. Purtroppo non è riuscito a vedere il film finito, è scomparso due anni fa, ma la sua testimonianza è stata fondamentale per la riuscita del film».

L’ultima, inevitabile domanda a Simo? può essere solo una: perché a centovent’anni dalla nascita Buñuel è ancora rilevante? «Perché l’essere umano non è cambiato: il cinema e i film di Buñuel hanno sempre indagato l’animo umano, i comportamenti, l’etica dietro alle scelte, temi che paradossalmente sono toccati molto meno oggi. Per questo il suo cinema è ancora moderno». E proprio per questo Nel labirinto delle tartarughe ha anche un altro grande merito: per molti spettatori sarà il primo passo nell’incredibile mondo di Luis Buñuel.

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Buñuel: giudizio in sintesi


Tra le varie proposte che stanno offrendo le sale cinematografiche in streaming si fa assolutamente notare questo delicato cartone europeo. É un film che centra tutti gli obiettivi, raccontando alla perfezione le ragioni dell’arte surrealista e il dramma esistenziale di un artista pieno di talento ma alla ricerca del proprio fulcro espressivo. Inoltre, sfido chiunque a terminare la visione senza essere aggredito da una fame pantagruelica verso la filmografia di questo cineasta straordinario. In un’epoca come quella contemporanea dove regna l’impossibilità di leggere la realtà, l’arte surrealista diventa un vaccino prodigioso, in grado di distorcere e ridimensionare le apparenze. Buñuel ci invita a vedere oltre le maschere e gli appannaggi per affrontare l’essenza insicura dell’umanità.

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Tra visioni surreali e pezzi di realtà


Progettare un documentario che racconta la difficile realizzazione di un altro documentario e farlo scegliendo di utilizzare il linguaggio più lontano dal realismo documentaristico, cioè il linguaggio del cinema d’animazione. Basterebbe questa scelta eretica e coraggiosa a fare di Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe una sorta di Ufo nel panorama del cinema attuale: un film che è al contempo una lezione di storia del cinema, una riflessione sul senso dell’arte, una sorprendente esplorazione antropologica e un’inebriante esperienza estetica.

Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe ha vinto non a caso i Goya 2020 (gli Oscar spagnoli) e gli Efa 2019 (gli Oscar europei) come miglior film d’animazione. Diretto da Salvador Simó sulla base dell’omonima graphic novel di Fermìn Solìs, il film racconta una delle fasi più difficili della vita di Luis Buñuel, il geniale cineasta spagnolo considerato dalle storie del cinema come l’esponente di punta di una visione anarchica e surrealista dell’arte e della vita.

L’idea vincente del regista sta nella scelta di usare l‘animazione per raccontare come Buñuel e la sua troupe sono arrivati a girare certe immagini e poi usare le vere inquadrature in bianco e nero del film di Buñuel per mostrarci cosa la troupe ha filmato davvero (le capre che cadono dalle rocce su cui si sono arrampicate, l’asino divorato dalle api, le povere case maleodoranti in cui si vive nella promiscuità assoluta di umani e animali).

“La morte si nasconde in ogni angolo – dice a un certo punto Buñuel – e non esce se non la obblighiamo”: così, pur di catturare anche quella parte di realtà che non si vede a prima vista (compresa la presenza ubiqua della morte), Buñuel arriva a forzare il reale, a provocarlo, magari distruggendo con un colpo di pistola l’alveare da cui escono le api che poi divoreranno l’asino che portava l’alveare sulla schiena. È il surrealismo portato all’estremo, è lo svelamento della faccia nascosta del reale. Il disegno stilizzato, con una prevalenza di colori pastello, ha una densità poetica commovente e la storia sa avvincere e catturare l’attenzione come neanche un film noir.

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