ZOMBIE

È il giorno di Halloween. Camilla è fuori da scuola. Cerca con gli occhi il padre, ma ad aspettarla è la madre, Paola, che la porta in pasticceria e le dice di prendere quello che vuole: è un giorno speciale.

Una volta a casa, Paola traveste la figlia da zombie: sta arrivando l'atteso momento del "dolcetto o scherzetto".

Un cappuccio con due fori sugli occhi le copre il volto, Camilla osserva il paese animarsi per la festa dei morti, passeggia per le vie del paese mano nella mano con la madre che però...

2020
Italia
Cortometraggio
GIORGIO DIRITTI
Elena Arvigo, Greta Buttafava, Sara Dho
13min
2,50
Fino al 30/04


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«Zombie, tra l’alienazione degli adulti e i traumi dei bambini»

Possiamo dire che oggi l’alienazione è il male principale della società?


«Quella di mettere in mezzo i figli, usandoli come strumenti di competizione è una dinamica antica tra genitori. Ma la cosa è devastante e assume degli aspetti quasi patologici, come se i bambini fossero solo strumento di punizione. È molto triste, e crea dei traumi che porteranno sulle spalle per tutta la vita. Per un bambino, non capire cosa succede, è una situazione angosciante. Lascia interrogativi aperti difficili da chiudere…».

A modo suo, la mamma, è un personaggio negativo. La vendetta è sul marito, ma passa proprio attraverso la figlia.

«Credo siano dei meccanismi che avvengono senza una presa di coscienza completa. Infatti il titolo Zombie racconta una dimensione in cui si trovano bambini e genitori. La madre è un po’ uno zombie che non si rende conto di cosa sta facendo. Accecata dalla rabbia, accecata da questo demone che prende il controllo».

Che consigli dai ad un giovane regista? I cortometraggi aiutano?

«Un corto aiuta molto, si comincia a capire la capacità di raccontare. Spesso ci si preoccupa della forma e poco del contenuto: il consiglio che do, quindi, è raccontare storie che abbiano senso e sviluppo, che siano un racconto. E allora, leggete le favole, hanno la sintesi di esplicare le storie. Ed è importante mettere al centro del film la narrazione».

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"Figli territorio di guerra tra separati"

Diritti, come nasce questo corto? 
"Zombie è stato realizzato in chiusura del corso di sceneggiatura e regia, "Dall'idea al set", che ho curato durante tutto il 2019 per la Fondazione Fare Cinema di Marco Bellocchio a Bobbio. Ho chiesto ai ragazzi di propormi delle idee e questa tra tutte è quella che ho sentito più mia. Mi interessa riflettere sul fatto che quando finiscono i rapporti sentimentali, spesso si finisce per perdere la genitorialità, al punto che i figli diventano territorio di guerra. Spesso le stesse armi per combattersi. I figli già schiacciati tra i due genitori diventano strumentali alle reciproche rivendicazioni".

Il finale non fa sconti a nessuno.
"Nelle separazioni si esaspera un problema culturale mai superato. L'emancipazione femminile, con le donne che giustamente lavorano, non è andata di pari passo con una nuova dimensione della genitorialità. È solo avvenuto che le coppie con figli rischiano di essere così stressate che finiscono per sgretolarsi. È un modello che va rivisto anche sociale ed economico".



Zombie nasce da premesse diverse dai tuoi lavori precedenti. Innanzitutto è il saggio finale del corso cinematografico organizzato da Fondazione Fare Cinema diretta da Marco Bellocchio e da un tema dato come quello dell’alienazione parentale. Quanto queste modalità hanno influito sul tuo dispositivo e sull’organizzazione del tuo lavoro?

Mi è difficile scindere la mia persona dagli incontri che poi si trasformano in qualcosa capace di dare dei frutti per cui  dal punto di vista della dimensione di quello che è stato il corso fatto insieme ai ragazzi – che poi sono anche già adulti –  si è riaccesa da un lato la curiosità di capire chi sono, come vivono e cosa fanno queste persone. Insieme a loro e ai docenti del corso è nato un percorso di scrittura in cui ho invitato i  partecipanti a scrivere qualcosa di loro, qualcosa che li aveva toccati al punto da influire sulle loro vite o su quelle di amici e famigliari. Ho chiesto che parlassero di cose che conoscevano perché sovente si tende a ricalcare situazioni già viste al cinema e in televisione in cui a mancare è la forza dell’autenticità. Cioè la vita nella sua verità talvolta ha una potenza maggiore della rappresentazione e nel caso specifico la sensazione è che avessero risposto in maniera meno approfondita di quello che invece potevano fare quindi sono saltate fuori storie, sensazioni e racconti di esperienze differenti a secondo del loro percorso familiare o lavorativo. La sofferenza a cui conducono le separazioni è venuta fuori in tutta la sua drammaticità. In alcuni casi con elaborazioni positive, in altre con sentimenti di maggiore difficoltà. A emergere è stata la dimensione di conflitto  in cui sovente i ragazzi o i loro amici sono diventati le armi della guerra tra i loro genitori. Da questo contesto sono nati i soggetti e le sceneggiature più interessanti. Quella utilizzata per Zombie mi sembrava la più giusta per secchezza, asciuttezza e anche per la corrispondenza con la dimensione produttiva.

Dal punto di vista della sceneggiatura per la prima volta hai avuto a che fare con un elaborazione non tua. Immagino che questo abbia comportato un ulteriore interpretazione oltre a quelle di solito necessaria a mettere in scena la parola scritta.

Lavorando a stretto contatto con i ragazzi  ho seguito ogni fase dello sviluppo del cortometraggio. Questa collaborazione ha stimolato una voglia di capire che andava oltre la la sceneggiatura e che nella realizzazione del film mi è servito per trovare la giusta misura e  uno sguardo adatto a quello che volevamo fare. In questo caso si trattava di asciugare e stringere. Più le situazioni risultavano tali più nella risoluzione finale si verificava l’effetto che hai potuto vedere.

Continuando a esaminare le discontinuità di Zombie rispetto ai tuoi film precedenti c’è da rilevare il fatto  che per la prima volta lavori in un ambiente allo stesso tempo metropolitano e contemporaneo.

Di solito vado in campagna, diciamo così (ride, ndr) e in mezzo alla natura, qui invece no perché poi in fondo in questo caso le sofferenze umane sono figlie della quotidianità e dei ritmi del tempo e del lavoro, della scuola, della vita da casalinga o da operaio o da professionista. Dunque era fondamentale calarsi in una dimensione che fosse in senso ampio la più riconoscibile. Cioè non è un caso che la situazione e la vita di cui si racconta nel corto sia simile in ogni dove. E’ così in ogni luogo del mondo eccezion fatta per le facce che cambiano ogni volta. Questo aspetto mi è sembrato da subito molto importante. In più ho trovato molto curioso il gioco insito nel titolo che è lo specchio di quanto capita sia ai protagonisti che a ognuno di noi, sopratutto se ci riferiamo ai bambini. Nella storia c’erano una serie di elementi che funzionavano e che comunque sono figli della società in cui viviamo da cui la scelta dell’ambientazione. Detto questo mi auguro che Zombie sia utile a riportare l’attenzione sul ruolo dei genitori, sottolineando come i dissidi familiari non debbano mai trascendere le responsabilità dei primi. Cioè a dover essere salvaguardata è l’attenzione nei confronti dei figli e della loro tutela. Se un tempo si diceva qual era il messaggio di un certo film quello sotto traccia presente In Zombie voleva essere quello di ristabilire l’importanza e il rispetto dei genitori nei confronti dei figli.

Direi che tutto il tuo cinema parla di persone in fuga. Zombie paradossalmente racconta invece di chi rimane, di chi è vittima di questa fuga.

Si, è come se fosse lo specchio degli altri, cioè di chi subisce  e come dici tu è l’anteprima di certe storie. Zombie sposta l’attenzione sulle modalità con cui nasce la dimensioni di infelicità ma soprattuto su qualcosa che secondo me cammina ed è presente in mezzo a noi. Cioè se uno pensa a chi ha dei figli in età scolastica può essere sicuro che qualcuno di questi sta vivendo una situazione simile così come è sicuro che costoro pagheranno nell’età adulta la dimensione di fatica e di non elaborazione vissuta nel corso di questi conflitti. Tornando alle chiacchiere fatte a Bobbio con i ragazzi e i genitori  emergeva in maniera forte come queste vicende erano ancora presenti e vive in tutti loro nonostante fossero accadute molti anni fa. Questo vuol dire che il percorso di evoluzione è comunque complicato. La cosa terribile della cosiddetta alienazione parentale è il fatto che il bambino trovandosi in mezzo a questa conflittualità a un certo punto se ne sente responsabile. Anche se non coscientemente diventa la persona che oltre a subire sente anche la colpa per quello che è successo ai genitori. Nel corto la bambina diventando cosciente della situazione avrà sicuramente un retro pensiero per il quale percepirà l’assenza del padre come una risposta alla sua inadeguatezza e non come una negligenza da parte del genitore.

Come spesso succede nei tuo i film restituisci le piazze e  le strade sempre in una dimensione privata e intima più che pubblica e collettiva facendole diventare dei veri e propri luoghi dell’anima. A livello drammaturgico invece mi sembra che tutta la prima parte sia organizzata in funzione della svolta finale. Lo si evince tra l’altro dal rapporto tra le figure e lo spazio – parlo dell’abitacolo dell’autovettura, degli interni del bar con gli sfondi sfocati e di quelli della casa famigliare – quest’ultimo  correlato ai personaggi in un modo che sembra evocare il senso di oppressione. Al contrario nella seconda ad accompagnare la trasfigurazione dei personaggi ci sono sequenze girate in esterni e in una maniera che sembra andare di pari passo con le azioni poste in essere dalla madre di Camilla.

E’ proprio così. Quello che hai detto è il percorso scelto. L’idea è stata quella che tu hai ben raccontato dunque non mi resta da aggiungere altro a quanto hai detto.

La scena della vestizione sembra fare da premessa alla sequenza conclusiva. In essa la madre di Camilla fa indossare alla bambina il costume di Halloween come lo si farebbe con un condannato a morte prima dell’esecuzione. A surrogare tale sensazione c’è anche il particolare del cappuccio che da li in poi celerà il volto della bambina. 

In parte si perché poi ci sono cose che subliminalmente arrivano  nel senso che quando la costumista mi ha proposto un pò di cose su Halloween, al di là dei vestiti tipici mi ha fatto consultare delle foto delle prime celebrazioni della festa – credo che fossero degli Stati Uniti o dell’Inghilterra degli anni 50 o forse addirittura prima – e tra queste ce n’era una in cui le persone indossavano in testa questa specie di cartoccio con due buchi per gli occhi che li rendeva simili a quelli del Ku Klux Klan. Come percezione però questa cosa nella sua semplicità mi ha ricordato quando ero bambino in cui anche io giocando avevo in testa il cartoccio del pane in cui si facevano i buchi per farne maschere di carnevale. Scegliere un accessorio del genere mi è sembrato un modo curioso per risolvere il passaggio in cui la figlia riconosce il padre e non viceversa ma soprattutto dava la sensazione che tu hai colto, cioè quella di qualcuno che è incappucciato e che per questo perde il suo volto, la sua identità, la sua personalità. Tale persona non è solo mascherata ma annientata, diventa quasi uno Zombie, cioè qualcosa che non c’è più perché ha perso se stesso. Un punto di vista secondo me utile alla chiusura del film. Come dicevi tu si è trattato a livello inconscio di una preparazione al dramma che di li a poco si consumerà. Questo pseudo costume in qualche modo contribuisce a creare la dimensione di risentimento e di agitazione della madre, poi foriera della sua azioni successive.

Tra l’altro la mamma appiccica addosso al costume adesivi raffiguranti dei serpenti colorati come a segnalare il tradimento che sta per compiere nei confronti della figlia.

Si, questa è casuale nel senso che gli adesivi sono stati trovati e appiccicati sul costume erano fatti così. Però in effetti anche questo particolare come dici tu, volendo va in direzione della lettura generale di cui parlavamo. Ti devo dire però che nel momento di girare non ci avevo pensato.

In Zombie c’è un inquadratura diversa dalle altre che a me ha trasmesso due suggestioni di cui ti voglio chiedere: parlo della soggettiva in cui Camilla dai buchi del cappuccio osserva gli altri bambini venirgli incontro eccitati e divertiti. Da una  parte mi è sembrato il modo  per segnalare il passaggio a una dimensione narrativa che non è più quella della madre bensì della bambina; allo stesso tempo la maniera per sottolineare la diversità tra la spensieratezza degli altri bambini che corrono per le strade tra urla e schiamazzi e la prigione silenziosa che da li in avanti separerà Camilla dai suoi compagni di gioco. 

E’ così. Nell’inquadratura ci sono entrambe le sensazioni. Era importante far sentire il mutamento del suo punto di vista. Cioè non è solo lei che è in mezzo agli altri ma diventa lei in una dimensione in cui si sente ingabbiata dalla madre che la sta portando via da un momento ludico, quello in cui anche lei potrebbe essere parte del gioco degli altri bambini.  Però poi c’è anche la chiave di lettura che dici tu: si torna al rapporto di lei con la madre e dunque a quello con la sua famiglia, In quel senso la relazione tra lei e la madre diventa ancora più assoluto perché sono loro due a camminare insieme ed è la madre che le dice di suonare a un campanello diverso da quello scelto da Camilla. Dunque parliamo di una sequenza importante perché rappresenta l’inizio della costruzione di quella che sarà la chiusura.

Tra l’altro nella sequenza finale si compie la fine del processo di trasfigurazione di cui si parlava prima. Quello in cui le protagoniste diventano delle figure fantasmatiche, degli   Zombie appunto. Le vediamo per un attimo in campo lungo camminare a passo svelto e subito dopo scomparire per le stradine della città. E’ un’inquadratura struggente anche nel suo essere lontana e quindi nel sottrarre allo spettatore la possibilità di consolare idealmente Camilla standole vicino in un momento così drammatico. In realtà quella scena ci separa in maniera dura e per sempre da quella bambina.

Da parte tua c’è grande cura e osservazione perché la sequenza nasce proprio dall’idea di vedere loro nella dimensione di una città che attraversano per poi scomparire, ritornando a quell’anonimato da cui erano state per un attimo sottratte. Succede spesso alla gente che subisce questi dolori. Peraltro nell’esperienza emotiva di molti bambini a rimanere dentro come dicevi tu è la mancanza di quell’abbraccio e del riscontro di un affetto che non c’è. Cose che rimangono tra virgolette nel vuoto di quell’ultima immagine. Da questo punto di vista c’era la voglia di raccontare il senso di spaesamento, la sospensione e la solitudine. Di restituire lo smarrimento della bimba in particolare ma forse anche della madre a causa della perdita del senso reale dell’affettività genitoriale. Perché poi il punto è che se non si è capaci a gestire le cose si va in una dimensione che fa disastri. lasciando le persone sole. E quando uno è solo è sempre in difficoltà.


ELENA ARVIGO

Elena Arvigo nasce e cresce a Genova. Si forma come ballerina classica con Giannina Censi e frequenta il Liceo ginnasio Andrea D'Oria. A 17 anni si trasferisce a Ginevra per studiare alla Webster University e frequentare a Losanna l'École Rudra–Bejart. L'anno successivo vince una borsa di studio e si trasferisce a Londra, dove perfeziona i suoi studi di danza al London Studio Centre e prosegue il percorso accademico alla Goldsmith University, frequentando corsi di Psicologia e Theatre Arts. Tornata in Italia nel 1996, viene ammessa al corso triennale (1996–1999) della scuola di recitazione del Piccolo Teatro di Milano, diretta da Giorgio Strehler. Diploma ta nel giugno 1999 all'Accademia del Piccolo Teatro, premio Hystrio alla Vocazione e ammessa all'École des Maîtres nello stesso anno, lavora intensamente come attrice di teatro, cinema e televisione negli anni seguenti. Sul palcoscenico è diretta da registi italiani e stranieri quali Alvis Hermanis, Eimuntas Nekrošius, Jacques Lassalle, Jan Fabre e Valerio Binasco. Debutta in televisione come protagonista, nel 2001, partecipando a La piovra 10. Recita poi in altre serie italiane, tra cui Perlasca, Marcinelle, Commesse e Sotto il cielo di Roma. Viene scelta come protagonista delle serie tedesca ZDF In der Mitte eines Lebens  accanto a Heiner Lauterbach e nel 2010 è nel cast della miniserie televisiva statunitense Mental, prodotta dalla Twentieth Century Fox. Recita in inglese, francese e tedesco. L'incontro con il cinema è nel 2004 con Bonjour Michelle di Alberto Lattuada, di cui è protagonista accanto a Ben Gazzara. Nel 2006 recita in Perl oder Pica, film francese diretto da Pol Cruchten, ed è protagonista del film indipendente Coppia Normalissima per la regia di Luca Mazzieri. Fa parte del progetto multimediale Ripopolare la reggia di Peter Greenaway. Ha un ruolo nel film statunitense Mangia prega ama, con Julia Roberts, diretto da Ryan Murphy. Negli ultimi anni recita in diversi film e cortometraggi, tra i quali: Se chiudo gli occhi non sono più qui di Vittorio Moroni (2013); Il Ratto di Fabio e Damiano D’Innocenzo (2014); Una vita in cambio di Roberto Mariotti (2017); Senza distanza di Andrea Di Iorio (2018); Un uccello molto serio, scritto da Niccolò Ammaniti e diretto da Lorenza Indovina (2013); Ego, scritto da Niccolò Ammaniti e diretto da Lorenza Indovina (2016). Dal 2010 comincia ad occuparsi di teatro non solo come interprete ma anche come regista spesso in regime di autoproduzione. Oggi è considerata una delle più interessanti esponenti della scena contemporanea del teatro italiano. Di tutti i monologhi vale la pena ricordare la sua interpretazione cult di 4:48 Psychosis di Sarah Kane con la regia di Valentina Calvani che, con le sue oltre 250 repliche dal 2009, le è valsa diversi premi. Recita come protagonista in teatro in diversi spettacoli, tra i quali: Torre D’Avorio (regia di Luca Zingaretti – Teatro di Roma 20013); Yerma (regia di Gianluca Merolli – Teatro Vascello - 2016); Edipo re (regia di Andrea Baracco – Compagnia Mauri Sturno 2016); Edipo a Colono (regia di Andrea Baracco – Compagnia Mauri Sturno 2017); Troiane (regia di Muriel Mayette Holtz – Teatro di Siracusa 2019); Affinità Elettive (regia di Andrea Baracco – Teatro Stabile dell’Umbria 2019), Marta mia non domandarmi (monologo) (regia di Arturo Arnone Caruso – Napoli teatro festival). Negli stessi anni cura la regia, interpreta e produce alcuni spettacoli con la sua associazione culturale “SantaRita & Jack Teatro": Maternity Blus di Grazia Verasani (2012/2016); Il Bosco di David Mamet (2015/2016); Donna non rieducabile di Stefano Massini (Monologo) (2017); Monologhi dell'Atomica - da Preghiera per Cernobyl di Svetlana Aleksievich e Racconti dell'Atomica Kyoto Hayashi (monologo) (2016/17/18); L’imperatore della sconfitta di Jan Fabre (2017/2018); Una ragazza lasciata a metà (monologo) dal romanzo di Eimear McBride (2017/18/19); Il Dolore – Quaderni della Guerra di Marguerite Duras (2019); La metafisica della bellezza - lettere dalle case chiuse (2019). Negli ultimi anni, per la sua attenzione a temi di attualità, è presente in tanti festival e rassegne al “femminile” e con particolare attenzione a questioni sociali. Nella stagione 2019 il Teatro di Roma le dedica un ritratto d'artista con una personale di 3 spettacoli.

Nella prossima stagione è impegnata con le riprese del film Il Boemo di Petr Václav e con il debutto del nuovo spettacolo Le altre eroine, tratto da “Quarta dimensione” di Ghiannis Ritsos, presentato in anteprima il 30 settembre al Festival R. Estate di Terracina. Sono in programma infine anche alcune repliche dei monologhi in repertorio, come Monologhi dell’atomica, 4:48 Psychosis, Marta mia non domandarmi e la Metafisica della Bellezza.

GIORGIO DIRITTI


Regista, sceneggiatore e produttore è nato a Bologna il 21 dicembre 1959.

Dopo un’esperienza pluriennale di collaborazione con importanti registi italiani, dirige documentari,

cortometraggi e programmi televisivi. In ambito cinematografico il suo primo cortometraggio, Cappello

da marinaio (1990) è stato selezionato in concorso a numerosi festival internazionali, tra cui quello di

Clermont-Ferrand. Nel 1993 ha realizzato Quasi un anno, film per la TV prodotto da Ipotesi Cinema e Rai

Uno. Il suo film d’esordio, Il vento fa il suo giro (2005), partecipa ad oltre sessanta festival nazionali ed

internazionali, vincendo una quarantina di premi. Riceve cinque candidature ai David di Donatello 2008

(fra cui Miglior film, Miglior regista esordiente, Miglior produttore e Migliore sceneggiatura) e quattro

candidature ai Nastri d’Argento 2008. Il film inoltre diventa un “caso nazionale”, anche se distribuito in

poche copie, conquista il pubblico man mano. Il caso più eclatante è la programmazione al Cinema

Mexico di Milano per più di un anno e mezzo.

Il suo secondo film, L’uomo che verrà (2009), viene presentato nella selezione ufficiale del Festival

Internazionale del Film di Roma 2009, dove vince il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento, il

Premio Marc'Aurelio d'Oro del Pubblico e il Premio “La Meglio Gioventù”. Uscito poi in sala il 22 gennaio

2010 partecipa a molti festival italiani ed internazionali ricevendo numerosi riconoscimenti. Si aggiudica

inoltre i Premi come Miglior film, Migliore produttore e Migliore suono di presa diretta ai David di

Donatello 2010 e i Premi come Miglior produttore, Migliore scenografia e Miglior sonoro ai Nastri

d'Argento 2010. Parallelamente all'attività cinematografica, documentaristica e audiovisiva, Giorgio

Diritti lavora attivamente in ambito teatrale dove produce e dirige vari spettacoli, uno tra questi Novelle

fatte al piano presentato per la prima volta nel 2010 a Roma in apertura della prima edizione del Festival

di lettura per ragazzi La Tribù dei lettori. Lo spettacolo è creato associando, rimontando e giocando con

immagini datate dagli anni Dieci agli anni Sessanta del Novecento per far rinascere l’universo terrestre

ed extraterreste di Gianni Rodari, sotto forma di una drammaturgia ‘filmica’ e musicale.

Tra il 2010 e il 2011 Diritti cura la regia de Gli occhi gli alberi le foglie, una riflessione teatrale e

cinematografica sul senso dell’educazione e dell’insegnamento, presentato la prima volta in occasione

dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università? di Bologna. L’attenzione verso il cinema del

reale e il legame con la città di Bologna caratterizzano nel tempo i suoi lavori e nel 2012 realizza un

documentario per il nuovo circuito di musei bolognesi Genus Bononiae.

Nel 2013 coproduce e dirige il film Un giorno devi andare girato in Amazzonia e con protagonista

Jasmine Trinca, presentato in Concorso al Sundance Film Festival, diretto da Robert Redford.

Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo Noi due, edito da Rizzoli e nel 2015 pubblica L’Uomo fa il suo

giro, edito da Laterza. Nel 2016 il documentario BOLOGNA 900 viene stato presentato in Piazza

Maggiore come evento in relazione al nono centenario del Comune.

Ora nuovamente in sala, dopo il blocco causato dal lockdown, il suo ultimo film Volevo nascondermi sul

pittore Antonio Ligabue, prodotto da Palomar con Rai Cinema e presentato in Concorso al Festival di

Berlino quest'anno dove il protagonista Elio Germano ha vinto l’Orso d’Argento come Miglior attore.

Inoltre il film è stato premiato come Film dell’Anno ai Nastri d’Argento 2020 e ha ricevuto il premio

Globo d'Oro della Stampa estera per il Miglior film e la Migliore fotografia, firmata quest'ultima da

Matteo Cocco.

NOTE DI REGIA

"Durante gli incontri del corso fatto a Bobbio, ho cercato assieme ai miei collaboratori di stimolare i

partecipanti a parlare delle loro esperienze personali, di sentire quali fossero le loro 'urgenze'.

Ne sono nati, tra gli altri, alcuni soggetti che esprimevano le difficolta, le sofferenze, i traumi delle

separazioni coniugali, viste dal punto di vista dei figli.

Ho pensato quindi di realizzare Zombie perché è una sintesi in cui si fondono le contraddizioni di un

momento di festa molto sentito dai bambini (Halloween) con le solitudini e distorsioni conflittuali di

genitori che, nella loro incapacità di distinguere i ruoli, trasformano un po’ tutti in 'morti viventi'.

Se la divisione, anziché separazione possibile, si trasforma in scissione distruttiva, i figli diventano vittime

inconsapevoli ed in alcuni casi strumentali di questi conflitti, rischiando di subire un'alienazione

parentale.

Una riflessione su quei traumi infantili che resteranno nel tempo e che i bambini certo non meritano".

Giorgio Diritti