SEARCHING FOR SUGAR MAN

I primi anni '70 del rock americano sono una stagione che definire memorabile è riduttivo, per quantità e qualità di offerta musicale: l'onda lunga dei '60 mescolata alle diramazioni rivoluzionarie che verranno, l'album che si afferma definitivamente sul singolo, i generi che cominciano a mescolarsi in ibridi sempre più suggestivi. Una stagione talmente aurea da costare il semi-anonimato per talenti tutt'altro che trascurabili: gente come Bruce Palmer, Shuggie Otis o Sixto Rodriguez. La parabola di quest'ultimo, però, è così carica di curiosità e sfortunate vicissitudini da meritare un discorso à rebours, che porta a un documentario che diviene dapprima un caso e in seguito un Oscar (per una volta) indiscutibile.
Consolatorio, con tanto di happy end, una vicenda che è quasi una versione in negativo del sogno americano ma che si presta comunque all'apologo sentimentale del documentario-biopic, Sugar Man è stato capace di convincere tutti lungo il suo cammino, dall'appassionato di musica desideroso di scoprire tutto su Sixto Rodriguez, all'amante della vicenda "dalle stalle alle stelle", al patito di docu-rock, finalmente di fronte a un esempio che dia un senso a un sottogenere (giustamente) bistrattato. Dopo due dischi coincisi con altrettanti insuccessi di pubblico, infatti, Rodriguez svanisce nell'ombra ma conquista - restandone ignaro - un successo incredibile nella peculiare realtà del Sud Africa dell'Apartheid, in cui i testi spregiudicati del nostro sono visti come una spinta alla ribellione.
Ne nasce un culto così diffuso e duraturo da spingere un appassionato e un giornalista sudafricani ad indagare approfonditamente su Sugar Man e sulla sua scomparsa, ammantata nel mito. Lo svedese Malik Bendjelloul confeziona astutamente tutti questi elementi in un racconto omogeneo, giocando nell'incipit sul mistero di un artista maledetto con inusuali inserti digitali "postumi" per poi approdare ai lidi rassicuranti del docu-rock classico e alla più classica delle storie di riscatto e redenzione.
Un'operazione costruita con perizia tale da apparire talora ai limiti dell'artificioso, ma che trascina in ogni caso, complice il talento adamantino dello sfortunato songwriter, talmente meritevole di una riscoperta da far sorvolare su ogni possibile difetto del film di Bendjelloul

2012
Svezia, Gran Bretagna, Finlandia
Documentario, Biografico, Musicale
Malik Bendjelloul
Stephen 'Sugar' Segerman, Dennis Coffey, Mike Theodore, Dan Dimaggio, Jerome Ferretti
86 min
3,00


TRAILER


ACQUISTA

Valuta:

Fotogallery



Sugar man


American Zero – South African Hero

La musica di Sixto-Jesus Rodriguez, seguendo traiettorie poco note e su cui i nostri detective del rock non rinunciano ad indagare, sbarca nel Sud Africa insanguinato dell’apartheid (che in lingua afrikaans significa, letteralmente, “separazione”) e succede qualcosa di imprevisto.

Il messaggio fortemente egualitario e militante veicolato da quella musica, quel fare e quel dire dal tono profetico che negli States erano passati sotto silenzio, nella terra della discriminazione più feroce piantano solide radici nelle anime e nelle coscienze, sia di quei nativi africani vessati e continuamente sconfitti, sia in quelle dei più progressisti e sensibili membri della gioventù bianca e borghese.

A dispetto della vera e propria persecuzione censoria cui Rodriguez va incontro (miglia le copie sequestrate, incursioni della polizia di regime nei negozi di dischi per rigare con punteruoli e chiodi i vinili) i giovani ne fanno un simbolo di rivolta e riscatto trasversale, capace di mandare in frantumi i rigidi limes di casta su cui si reggeva tutto il sistema nazionale. Le sue canzoni divengono la colonna sonora di una vera e propria rivoluzione culturale, sociale e politica, e ancora oggi godono di una popolarità che supera di gran lunga quella di miti come Elvis Presley o i Rolling Stones.


LINK ALL'ARTICOLO COMPLETO



Ci sono storie che valgono più di un premio Oscar®. È il caso di Sixto Rodriguez, il più insolito successo nella storia della musica. Lo scoprono in un bar di Detroit, alla fine degli anni Sessanta, due produttori convinti d’aver trovato il profeta di una generazione. Avevano ragione, ma il pubblico non se ne accorge: il primo disco di Rodriguez è un capolavoro ma anche un fiasco. Negli Usa. Ma nel Sudafrica dell’Apartheid, dove arriva clandestinamente, Rodriguez diventa una leggenda, la sua musica la colonna sonora di una generazione in lotta. All’insaputa dell’autore, che si ritira dalle scene. Finché, trent’anni dopo, due fan decidono di mettersi sulle sue tracce, scoprire che fine ha fatto e cosa è andato storto. Oscar® 2013 per il miglior documentario.

Dal nero iniziale si leva un suggestivo giro di accordi di chitarra acustica e una manciata di secondi dopo una voce ruvida ma stranamente ammorbidita da un portamento quasi soul intona una melodia struggente e insolita che parla dell‘uomo dello zucchero (sugar man in inglese).

«Ho preso il mio soprannome da questa canzone» Ci avverte Stephen Sugar Segerman, proprietario di un negozio di dischi di Cape Town, In Sudafrica.

È così che facciamo la conoscenza di Sugar Man, il singolo più amato di Rodriguez, sconosciuto profeta musicale degli anni settanta, scomparso dalle scene in misteriose circostanze che questo documentario intende chiarire.

E mentre Stephen continua a raccontarci di come questo singolo e l’album che lo contiene siano stati per molti giovani sudafricani una vera e propria leggenda, un culto musicale che per popolarità e diffusione ha surclassato Elvis, i Beatles e gli Stones, dal finestrino dell’auto che sta guidando si susseguono scorci spettacolari di mare incendiato dal tramonto, scogliere magicamente ambrate di luce riflessa, cieli arancioni e saturi.

La bella tecnica espositiva di Bendjelloul è già tutta presente in questo incipit: un intreccio continuo di testimonianze riprese con stile documentaristico e aderente al reale, a cui si alternano suggestioni visive dotate di una forte carica evocativa, paesaggi naturali e metropolitani che recano il segno di una poeticità intima e un po’ decadente, fatta di cromatismi emozionali e valori luministici che scavano nell’interiore. Il tutto legato insieme da queste ballate ruvide e vagamente lisergiche, dai blues metropolitani ed elettrificati, da certi pezzi pop destrutturati, tutti impreziositi dalla bella voce di Rodriguez.

Il racconto di Stephen ci porta sino al leggendario suicidio pubblico del musicista che, durante un tour in Australia, salito sul palco, di fronte a un pubblico adorante, si cosparge di benzina e si da alle fiamme, in un supremo ed esasperato gesto di protesta. Altri narrano che si sia sparato (sempre sul palco). Altri ancora lo vogliono morto di overdose, come ogni leggenda del rock che si rispetti.

Da qui prende il via l’indagine di questo fan accanito, alla quale, nel corso del film, si unisce anche il giornalista-musicologo Craig Bartholomew-Strydom. Insieme cercheranno di chiarire una volta per tutte i vari misteri che circondano questa leggendaria figura delle sette note.

LINK ALL'ARTICOLO COMPLETO

Permea queste canzoni una tristezza poetica che mai diventa resa, una consapevolezza del dolore e della durezza della vita che veicola l’imperativo alla resistenza sociale e culturale.