LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE

Tre ragazze palestinesi condividono un appartamento a Tel Aviv, al riparo dallo sguardo della società araba patriarcale. Leila è un avvocato penalista che preferisce la singletudine al fidanzato, rivelatosi presto ottuso e conservatore, Salma è una DJ stigmatizzata dalla famiglia cristiana per la sua omosessualità, Noor è una studentessa musulmana osservante originaria di Umm al-Fahm, città conservatrice e bastione in Israele del Movimento islamico. Noor è fidanzata con Wissam, fanatico religioso anaffettivo che non apprezza l'emancipazione delle coinquiline della futura sposa. Ostinate e ribelli, Leila, Salma e Noor faranno fronte comune contro le discriminazioni.

Premiata all'Haifa International Film Festival, l'opera prima di Maysaloun Hamoud si nutre di un contesto reale e segue il destino di tre donne che vogliono vivere dove gli è concesso soltanto sopravvivere. Fuggite alle origini e approdate a Tel Aviv, considerata dagli israeliani liberale e aperta alle alterità, le protagoniste scopriranno a loro spese il conto della libertà. A confronto con una doppia discriminazione, sono donne e sono palestinesi, Leila, Salma e Noor procedono a testa alta dentro un film che non risparmia nulla, nemmeno lo stupro, e nessuno.

2016
Israele, Francia
Commedia
Maysaloun Hamoud
Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura, Mahmud Shalaby, Riyad Sliman
96min
3,90


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Giorgio Carbone, 'Libero', 6 aprile 2017

"Piacerà a chi ama i ritratti femminili ben incisi e soprattutto ben collocati nelle rispettive realtà. Il dramma delle tre è che non sono troppo disobbedienti. Ciascuna arriva all'appartamento intrappolata da pastoie sociali e culturali. Anche nella libera e anticonvenzionale Tel Aviv." 

Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 15 aprile 2017

"'Bar Bahr', il titolo originale, in arabo dice più o meno «tra terra e mare», in ebraico «né qui né altrove», una condizione in cui vivere un'esistenza che corrisponda ai propri desideri diviene la battaglia più difficile. E' questo spaesamento che indaga la cineasta attraverso la ricerca di libertà dei suoi tre splendidi personaggi che finisce sempre per scontrarsi, in una violenza che non risparmia nessuno, con il patriarcato, la «legge» degli uomini, padri o fidanzati incapaci di accettarle al di fuori del «ruolo» di sorelle, mogli, madri." 

Luca Pellegrini, 'Avvenire', 28 aprile, 2017
"Il film racconta una Resistenza parallela, la Resistenza delle donne, a volte non coincidente con la Resistenza cui convenzionalmente ci si richiama. Colpisce di queste donne 'libere' la sincerità e il loro sguardo per nulla scontato." 
Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 aprile 2017

"(...) è il complesso affresco di ciò che sta accadendo, secondo la regista trentacinquenne, in una porzione di Tel Aviv dove giovani israeliani e palestinesi si mescolano e interagiscono. La pellicola ha spopolato nei festival (Toronto, San Sebastian, Haifa) non dando mai giudizi netti e non dipingendo come macchiette gli antagonisti delle nostre amabili eroine. (...) Gran film e portentoso esordio da parte di Hamoud (...)." 

Fulvia Caprara, 'La Stampa', 6 aprile 2017

Di «Libere, disobbedienti, innamorate» (...) è stato detto che è il «Sex and the City arabo», ma la definizione è riduttiva e semplicistica, perché il film è molto di più. Non solo per il coraggio con cui è stato realizzato e per l'importanza del ritratto che offre. Ma anche per la capacità di mettere in scena tipi femminili diversi dai soliti modelli, caratteri potenti e facce indimenticabili. Come quella di Leila, incorniciata da una magnifica chioma Ieonina che, già da sola, è una dichiarazione di forza e di guerra. Il percorso è lungo, ma, diventando amiche, le tre protagoniste sono già a buon punto."


Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 27 marzo 2017

"Se il luogo fosse in Italia o in Francia, la regista e gli interpreti italiani o francesi, il film sarebbe una piacevole commedia come tante. Ma 'In Between' (...) si svolge a Tel Aviv, nella comunità arabo israeliana, quasi ventimila persone su più di un milione di abitanti: ambiente borghese di origine palestinese e di religione musulmana (ma anche arabo cristiana e drusa), tra laicità e tradizione. Forse per molti di noi Islam vuole dire donne chiuse nella hiyab o sepolte nel burka, migranti da respingere, vittime di Boko Haram, muri per isolare la Palestina, e soprattutto terrorismo ovunque. Per questo, oltre che per la grazia della sue interpreti e la bellezza dei suoi giovani maschi (breve barba nera molto di moda anche da noi, occhi azzurri), questo film è molto interessante, rivelandoci un mondo sconosciuto, almeno a me ma credo anche a molti, che non è tanto diverso da quello di 'Sex and the City', ambientato a New York (...)."


Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 6 aprile 2017

"La regista, conterranea e complice, vi si riflette e costruisce attraverso l'uso drammaturgico dei loro corpi una coraggiosa battaglia verso un'emancipazione vera, profonda e lontana dagli slogan. (...) Promossa come il 'Sex & the City' in salsa araba, l'opera prima di Maysaloun Hamoud si inserisce più nel filone che parte da 'Sognando Beckham' e arriva a 'Mustang', passando per i vari 'La sposa turca', 'Caramel' e simili, manifestando non solo originalità di scrittura, ma una notevole capacità di gestire gli spazi (Tel Aviv) e le ellissi temporali." 

IN BETWEEN – RECENSIONE DI FULVIA CECCARELLI


Tel Aviv, crocevia di ebrei e arabi, laici e religiosi, cristiani e musulmani, è la città preferita dalla gioventù israeliana, perché ha fama di essere liberale, moderna, ribollente di fermenti underground; al contrario della sonnolenta Haifa, da cui i giovani cosiddetti “sovversivi” scappano a gambe levate. Tuttavia la trentacinquenne regista Maisaloun Halmoud, israeliana di adozione, sembra ricordarci che non è tutto oro quello che luccica. Infatti, basta scrostare lo smalto della sedicente modernità, perché affiori una città gretta, retriva, discriminatrice, dove il fanatismo religioso la fa ancora da padrone. Di questa visione è intessuta la trama del film, che narra dell’amicizia tra Noor, Leila e Salma, tre giovani donne palestinesi, che diventano coinquiline a Tel Aviv. Le quali, pur essendo molto diverse, e non solo in base a canoni estetici, sono accomunate da una profonda insofferenza verso la cultura conservatrice e bigotta, da cui si sentono soffocare. Tanto da essere disposte a sacrificare l’amore, pur di difendere quella quota di libertà che considerano un diritto inalienabile di ogni essere vivente. Uomo o donna che sia.

Noor, studentessa di informatica, è islamica osservante. Ha un fidanzato oscurantista, di cui non è convinta, che mal sopporta i suoi tentativi di emancipazione. Con una garbata insistenza, dietro cui si annida la protervia, vuole persuaderla che il suo futuro sarà a casa, accanto a marito e figli. Perché, essendo lui di famiglia facoltosa, potrà comunque garantirle una vita agiata. Visibilmente contrariato dalle rimostranze di Noor, la cui dolcezza non le impedisce di essere determinata, tenta delle avances. Rifiutato dalla ragazza, per spregio la stupra. Saranno Leila e Salma a lavar via dalla sua pelle l’oltraggio subito, facendole sentire tutta la solidarietà di cui sono capaci, spesso, le donne. Inaspettatamente, anche il padre avrà parole tenere per lei, ricordandole che quell’uomo non vale una sola delle sue molte lacrime.

Di Leila, affascinante avvocato penalista, dall’apparenza spigliata e decisa e di fede comunista, si sa poco. Si intuisce che provenga da una famiglia ebrea osservante, che si è lasciata alle spalle faticosamente. Che poi abbia dei conti aperti con se stessa, lo si deduce dall’uso smodato di alcool, canne e cocaina, in cui sembra affogare disorientamento e solitudine. Innamorata di un uomo attraente, che ha studiato all’estero e che appare di larghe vedute, rimane profondamente delusa quando, al momento di presentarla alla sua famiglia, si dilegua imbarazzato.

E per finire, Salma, che ha studiato musica. E che un po’ fa la dj, un po’ la barista, un po’ l’aiuto cuoco. Come capita. È gay e la famiglia, che ne è all’oscuro, le propina periodicamente un aspirante fidanzato, che lei puntualmente rifiuta. Finché una sera, sua madre coglie della tenerezza tra lei e un’amica medico e prontamente ne informa il padre. Il quale, sconvolto per il danno d’immagine che potrebbe procurargli in seno alla comunità, la minaccia di farla marcire in manicomio, finché non guarirà. Alla ragazza non rimane che fuggire.

Alla fine le ritroviamo tutte e tre sulla terrazza della casa di Tel Aviv. Una accanto all’altra, in silenzio, perse nei propri pensieri, con la consapevolezza di non essere più sole. Intanto, all’interno dell’appartamento infuria una festa.

Credo che questo pregevole film, tra i tanti spunti di riflessione, ci suggerisca quanto sia faticosa la ricerca di un’identità che ci rappresenti per davvero. A maggior ragione per una donna che vive in una cultura patriarcale, visto che l’identità si modella, oltre che sulla nostra interiorità, anche sulle richieste e sui valori dell’ambiente in cui viviamo. E quando l’immagine che abbiamo di noi stessi non collima con quella che gli altri hanno di noi e che ci riflettono, siamo costretti ad un lavorio molto faticoso, per tenere insieme dati incongruenti tra loro. Si aprono allora due possibilità. Indossare una maschera al fine di compiacere gli altri, pagando la paura del rifiuto, della disapprovazione e dell’esclusione, con un senso di vuoto, inautenticità, costrizione e distacco dai nostri sentimenti. Che è poi la problematica del falso sé. O liberarsi di un’identità insostenibile, per scegliere coerentemente con i propri principi. È certamente un passaggio difficile, ma necessario per rimanere vivi, unici e inconfondibili. La vera sfida è riuscire a mantenere saldo il senso di sé, della propria continuità e coerenza interiori.

Che è esattamente quello che tentano di fare Noor, Leila e Salma.

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L'opera prima della palestinese Maysaloun Hamoud, nelle sale dal 6 aprile, ha suscitato delle polemiche nel suo paese. E non sono mancate le minacce. Il motivo? Aver raccontare la realtà quotidiana di tre donne con un solo credo: la libertà di scegliere come vivere

L’emancipazione femminile a Tel Aviv


«Di solito il cinema mediorientale parla del conflitto israelopalestinese, di vittime o eroi – spiega la regista – certamente l’occupazione fa parte della nostra realtà, ma c’è anche molto altro: la vita quotidiana che si alimenta in una società in continuo cambiamento. Volevo raccontare la vita di tre individui che si muovono in questa società, una realtà invisibile al cinema, che però esiste». Nel film si rompono degli stereotipi, «per esempio che i cristiani sono persone aperte e i musulmani una specie di mostri», prosegue Hamoud, che a causa del film ha ricevuto delle minacce.

«Soprattutto all’inizio, da parte dei fondamentalisti che non avevano nemmeno visto il film – racconta – ma erano strumentali. Poi si è levato un dibattito sui media. Comunque ero consapevole che Libere, disobbedienti, innamorate non sarebbe piaciuto a tutti». «Abbiamo ricevuto tante lettere di sostegno da parte di giovani ragazzi e ragazze che si sono emozionati, di tanti omosessuali che non riuscivano ad esprimersi e che si sono sentititi a casa vedendo il film – tiene a sottolineare l’attrice Mouna Hawa -. Di solito nel cinema palestinese la donna viene dipinta dipendente dall’uomo. Finalmente è arrivato un lungometraggio che parla di noi in modo differente».
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Un film leggero e allo stesso tempo duro


La prima reazione dopo che sono passati alcuni minuti dall’inizio Libere disobbedienti innamorate - In Between è di vera sorpresa. Ma come è possibile, ci si chiede guardando l’atteggiamento spregiudicato e occidentalizzato di Lalia (Mouna Hawa), avvocatessa arabo-israeliana a Tel Aviv che fuma continuamente sigarette e veste alla moda e di Salma (Sana Jammelieh) aspirante dj lesbica, che queste donne non somigliano per nulla allo stereotipo tradizionale della donna arabo-musulmana?

In realtà la storia di un’amicizia femminile tra tre donne palestinesi nella Tel Aviv più underground, una città dove vivono tante anime, dettaglio già contenuto nella premessa del film visto che Salma e Leila sono rispettivamente due ragazze arabo-cristiane e arabo-laiche alle quali si aggiungerà Nur, arabo-musulmana osservante, è una colorata sorpresa.
 
Si racconta di tre anime differenti che appartengono ad una generazione che cerca di trovare la propria libertà in una terra segnata fortemente dalla centralità della religione, ma anche dal desiderio di guardare alle future generazioni con maggiore libertà. 
 
In Libere disobbedienti innamorate è infatti centrale il tema dell’emancipazione femminile. Distaccarsi dalla famiglia, dal patriarcato, da una serie di valori ereditati dalla cultura dominante che però le protagoniste stentano o rifiutano del tutto di abbracciare. Si tratta di una novità per il cinema mediorientale, per come si avvicina al genere commedia distaccandosi dai temi bellici e trovando una propria ribellione mista a leggerezza dentro e fuori dallo schermo.
Per Nur che proviene dal villaggio palestinese di Umm al-Fahm significa lasciare un fidanzato violento e oppressivo che vorrebbe ostacolare i suoi sogni di studiare e di lavorare per tenerla invece in casa a crescere i loro futuri figli. Per Salma è scoprire la sua omosessualità, per Leila guardare oltre l’intensità del rapporto con il fidanzato, che pur dichiarandosi liberale e innamorandosi di lei, non accetta che possa poi risultare così diversa dalle sue sorelle.

Il mondo femminile creato dalla regista Maysaloun Hamoud, 37 anni, nata a Budapest e cresciuta a Dur Hana in Israele, ha quindi le preoccupazioni tipiche delle donne del mondo, del movimento femminista, ma le declina con profonda conoscenza della realtà israelo-palestinese e riuscendo allo stesso tempo a fare un film accurato, realistico ma anche divertente.

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