NUEVO ORDEN

In una città del Messico dilaniata da sommosse e rivolte, la ricca Marianne Novelo sta per sposare il fidanzato Alan, quando un gruppo di popolani armati fa irruzione nella grande villa dei suoi genitori, portando caos, terrore e mattanza, con la complicità di parte dei domestici. La ragazza si salva fortuitamente dal massacro, ma finirà comunque nelle terribili prigioni dell'esercito rivoluzionario, dove verrà torturata e diventerà esca per la richiesta del riscatto.



2020
Messico
Drammatico
Michel Franco
Naian González Norvind, Diego Boneta, Monica del Carmen, Dario Yazbek Bernal, Javier Sepulveda
88min
7,90
V.O. CON SOTTOTITOLI


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“Questa storia in particolare è così sconvolgente da costringerci a rivalutare chi siamo, in quanto individui e in quanto società, in modo da non cadere nella trappola di una Storia che rischia di ripetersi”.

Il film messicano che sembra Joker


«È un incubo che si realizza», lo definisce uno dei protagonisti, Diego Boneta. «La più grande paura di ogni messicano». Ma nel nostro momento storico di crisi economica e di instabilità sociale, aggravata dalla diffusione del Covid-19, questo tipo di preoccupazioni non hanno confini. Per questo ben venga la ‘lezione’ del regista di Città del Messico, che spiega: «Per me è più un monito, che spero ci aiuti a non arrivare a quel punto».

Non voleva essere profetico, quindi?
Ho iniziato a pensare al film circa 5 anni fa, e non avrei mai previsto che il mondo sarebbe stato così vicino a una situazione del genere. Come tutti sanno, oltre alla pandemia del Coronavirus abbiamo a che fare con i Gilet Gialli, i conflitti in Colombia, Cile e Hong Kong. E il movimento Black Lives Matter.
Ogni paese, per motivi diversi, affronta qualcosa del genere, e ovunque la gente è scontenta. La mia paura è che i governi possano cogliere l’opportunità per irrigidire le misure di controllo.
Di certo, al di là delle ovvie conseguenze per l’emergenza sanitaria in corso, molto denaro viene sottratto alla cultura per essere investito nell’esercito e nelle spese militari. Proprio per prepararsi a reagire a determinati rischi. Si può fare a meno del cinema, certo, ma il Festival di Venezia 2020 ci ricorda quanto tutti abbiamo desiderato tornare a vederne.

Teme più il presente o il futuro?
Nuevo Orden propone una visione distopica del Messico, che tuttavia si discosta solo leggermente dalla realtà. La disparità sociale ed economica è sempre più diffusa e insostenibile. Non è la prima volta che un simile scenario si presenta nel mio Paese e da sempre i governi corrotti hanno risposto con violenza dittatoriale a qualsiasi forma di protesta. Il monito di cui parlavo riguarda il fatto che, se la diseguaglianza non viene risolta civilmente e le voci del dissenso vengono messe a tacere, può nascere il caos.

Non è una storia solo messicana…
Sono cresciuto in Messico. Quello che appare straordinario o incredibile, in realtà è stata la normalità per me. La nostra è una società corrotta, ma non credo sia un problema solo messicano. È inevitabile che un bambino si chieda perché certe cose continuano a succedere. O perché nessuno fa qualcosa per fermarle.
Vedo come naturale che qualcosa succeda, considerato quanto il Covid-19 sta mettendo alla prova tutti noi, a partire dal modo in cui si relazionano le persone. Non voglio sembrare catastrofista, ma dappertutto notiamo una mancanza di empatia per chi soffre di più o è meno fortunato. Cerchiamo invece di imparare qualcosa, mi viene da dire.

Un film così politico sicuramente raggiungerà molti…
Il mio film è ambientato in un futuro vicinissimo. Ma che non è detto si realizzi. Non bisogna prenderlo troppo sul serio. Certo, se qualcuno dovesse cercare di censurarci allora vorrà dire che abbiamo messo il dito nella piaga.
Parlo di razzismo, classismo, ma non ho voluto dare una connotazione politica agli eventi. Nel film ci sono molte ambiguità, ma l’unica cosa certa è che militarizzare un paese non è mai positivo.
Io faccio parte di una bolla di privilegiati, ma in Messico ci sono milioni di poveri che non sanno come andare avanti. Ai quali il governo non permette di uscire dalla povertà. È inevitabile che questi inizino a non avere fiducia nello Stato.

Perché questo titolo?
Volevo dare un significato globale al film, non tenerlo legato alla situazione messicana. Volevo che anche un brasiliano o uno spagnolo o un italiano si sentisse coinvolto. Stiamo andando verso un Nuovo Ordine, e non si tratta di una cospirazione su Internet.
Serve un cambiamento, ma se non si cambierà nel modo giusto, se non impareremo a comprendere gli altri, sarà un cambiamento in peggio. Dovremmo iniziare a parlare di una ‘nuova normalità…

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INTERVISTA CON NAIAN GONZÁLEZ NORVIND

Quale aspetto di questo progetto ti ha attratta maggiormente?

L’urgenza del messaggio che voleva comunicare: che l’ineguaglianza sociale, l’indifferenza nei confronti degli altri, possono portare alla violenza e a voragini sociali ancora più profonde. Inoltre, mi attirava la sfida di interpretare emozioni molto intense attraverso Marian, ponendomi in situazioni fittizie in cui non mi ero mai ritrovata. E lavorare con Michel Franco. 

Qual è stata la prima domanda che hai fatto a Michel a proposito della sceneggiatura/del tuo personaggio?

Abbiamo girato il film un anno e mezzo fa, quindi non mi ricordo la primissima domanda che gli ho fatto, ma ricordo di essermi chiesta PERCHÉ Marian fa quello che fa, perché decide di comportarsi in maniera diversa rispetto alla sua famiglia e aiutare Rolando: si tratta di puro altruismo o è più che altro semplice ribellione, con alle spalle un movente legittimo? Ad ogni modo, a Michel non piace approfondire troppo la psicologia di un personaggio, per lui è più importate chiedere a noi (i suoi attori) di essere intensamente presenti e reattivi. 

Come sei riuscita a connetterti con il tuo personaggio Marian? C’è un pezzo di te in lei?

Michel ha scritto quel ruolo pensando a me e l’ha chiamata Marian perché fa rima con Naian. Quando gli ho parlato del personaggio per la prima volta, lui ha detto: “C’è una linea che separa te e Marian, ed è sottilissima, ma è pur sempre una linea” (voleva dire che avrei dovuto trovare Marian). Inoltre, mi chiedeva sempre di stare dritta con la schiena tra un ciak e l’altro, il che penso rappresenti la differenza principale tra Marian e me.

Nonostante sia fittizia, la storia ha una risonanza evidente con ciò che è successo o sta succedendo in alcuni Paesi. Sotto quali aspetti questo film parla al mondo, secondo te? 

A mio parere, nonostante sia una storia distopica, moltissimi Paesi si riconosceranno nel film. I film di Michel fanno spesso questo effetto: ti costringono a guardare parti di te stesso che non sono particolarmente piacevoli o facili da accettare, ma è soltanto affrontandole di petto che possiamo cambiarle. Spero che questo film funzioni da avvertimento. Mostra un mondo così terribile che mi auguro ci faccia venir voglia di fare qualunque cosa per preservarlo da tale violenza, impunità, repressione. A me ha sicuramente fatto questo effetto.

Qual è per te l’importanza di raccontare questo tipo di storie?

Secondo me, questa storia in particolare è così sconvolgente da costringerci a rivalutare chi siamo, in quanto individui e in quanto società, in modo da non cadere nella trappola di una Storia che rischia di ripetersi. 

Il film ha vinto un premio al Festival del Cinema di Venezia. Cosa ha significato per te questa vittoria?

Ha significato tantissimo per me e per tutto il team. Siamo estremamente onorati che la Giuria di quest’anno abbia considerato il nostro lavoro abbastanza buono da meritare il Leone d’Argento. Anche il solo fatto di essere in competizione era già una vittoria, quindi il premio in aggiunta a quello è gioia pura. 

Com’è stato essere a Venezia durante un’edizione così unica?

Fantastico! Questa è stata un’edizione storica, nel senso che ha rappresentato la riaffermazione dell’importanza del cinema durante una crisi economica e sanitaria globale. Il Festival ha fatto un ottimo lavoro nell’assicurare che tutte le misure necessarie fossero prese e rispettate per proteggere i propri partecipanti. In pratica, il messaggio che volevano trasmettere era: “Continuare a fare e celebrare i film è possibile, quindi dovremmo farlo!”. L’amore per il cinema era nell’aria. C’erano anche meno persone del solito, sia al Festival che a Venezia città, quindi è stata un’esperienza speciale, come se ci fosse più spazio in cui stare e metabolizzare il tutto. 


In quale situazione ti senti più libera di esprimere te stessa?

Quando riesco a connettermi davvero con quello che sto esprimendo, quando riesco a ricordare a me stessa che sono solo un veicolo di trasmissione di qualcosa di più grande. 

Qual è l’ultima cosa che hai scoperto di te stessa?

La mia risposta suonerà molto banale essendo un’attrice, ma direi che sto scoprendo di amare il dramma, e non necessariamente di buona qualità!

Un epic fail sul set?

“Epic” è un aggettivo troppo importante per la mia umile carriera, ma conta la volta in cui mi sono addormentata nel backstage poco prima di dover girare la mia prima scena?

Il tuo “guilty pleasure” film?

Non è proprio “guilty”, ma direi “Labyrinth” (1986) con David Bowie che interpreta il re dei Goblin, mi ha provocato parecchie emozioni. 

L’ultima serie TV che hai divorato?

“The Night Manager”.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Qualche progetto sta lentamente prendendo forma, ci sta volendo più tempo del previsto date le circostanze presenti, quindi nel frattempo mi sto dedicando alla scrittura del mio secondo lungometraggio. Poi forse di nuovo teatro a New York la primavera prossima, sono sempre all’erta! 


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"Nessuna persona cattiva ammetterebbe di esserlo, ai film il compito di gettare luce sulla verità"

Perché quando le cose vanno male e si invoca un cambiamento quel cambiamento può essere pure peggio se non si ascoltano i bisogni della gente

NOTE DI REGIA

“Nuevo Orden propone una visione distopica del Messico, che tuttavia si discosta solo leggermente dalla realtà. La disparità sociale ed economica è attualmente sempre più diffusa e insostenibile. Non è la prima volta che un simile scenario si presenta nel Paese e i governi corrotti hanno sempre risposto con violenza dittatoriale a qualsiasi forma di protesta" ha commentato il regista in occasione della presentazione del lungometraggio. Nuevo Orden è un film scomodo che difficilmente troverà distribuzione in Messico. “Se la diseguaglianza non viene affrontata con metodi civili e le voci di dissenso vengono silenziate, allora subentra il caos”.

Solo i morti hanno visto la fine della guerra


Il 41enne messicano Michel Franco, affacciatosi spesso a Cannes e premiato con il Leone d'Oro a Venezia 2017 come produttore del venezuelano Desde Allà, decide di guardare lontano e immagina scene e sceneggiature che a caldissimo ci sembrano familiari, anche al cinema: le abbiamo viste per esempio nei film di Marco Bechis o di Pablo Larraìn che raccontavano con toni ugualmente cupi le dittature militari di Argentina e Cile. Ma poi ci sovviene che, se quelle erano tremende testimonianze di storie già accadute, questa è un'altra partita, un nuovo gioco di società che si consuma nel segno del verde, il colore scelto per la rivoluzione che è anche quello dell'amatissima Nazionale messicana. Un populismo anti-borghese appoggiato dalle forze militari che degenera rapidamente nell'anarchia più nera e feroce, fino a non capire nemmeno quali siano precisamente le parti in tragedia e a che gioco giochino gli stessi militari, in nome dell'annullamento di qualsiasi senso non solo politico, ma anche sociale e umano. 

 

In altri tempi si sarebbe parlato di Nuevo Orden come di un "cazzotto allo stomaco" e bisogna fare uno sforzo di ottimismo per tenere lontano il pensiero che il progetto di apocalisse sociale disegnato da Michel Franco possa essere riprodotto su larga scala, con la complicità della peggiore politica che soffia sul fuoco della rabbia collettiva. Nuevo Orden è a lungo un film eccellente, specialmente nella prima parte della festa di matrimonio: si apprezza soprattutto lo sguardo equilibrato, attento a non dipingere mostri ma personaggi veri e verosimili, sia ricchi che poveri, come se il progressivo abbrutimento della situazione fosse una conseguenza inevitabile da cui nessuno può realmente dirsi al riparo. "Solo i morti hanno visto la fine della guerra", si legge in una citazione finale: il cinema mondiale sta provando a dircelo in tutte le salse che l'andrà tutto bene con cui ci siamo riempiti la bocca per mesi (in questo film ricorre ben due volte, e alla fine non va tutto bene), se non è seguito da atti e comportamenti a tono, non ci salverà dall'incubo.

Serratissimo e senza speranza