IL MIO CORPO

Oscar - poco piu? che bambino - recupera la ferraglia per suo padre che si occupa di rivenderla. Passa la sua vita tra le discariche abusive dove i rottami sedimentano.

Agli antipodi, ma giusto accanto, c’e? Stanley. Fa le pulizie nella chiesa del villaggio in cambio d’ospitalita? e un po’ di cibo. Coglie la frutta nei campi e accompagna il bestiame al pascolo, solo per tenere occupato il suo corpo venuto da lontano.

Tra Oscar, il piccolo siciliano, e Staney, il nigeriano, nessuna similitudine apparente, salvo il sentimento di essere stati buttati in pasto al mondo, di subire lo stesso rifiuto, la stessa ondata soffocante di scelte fatte dagli altri.


Svizzera - Italia

Michele Pennetta

82min
5,90
Dal 30/04/21


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Un'immersione nella poesia del reale
Le Monde

Il sapore di un'umanità reale sotto il sole cocente della Sicilia
The Guardian

Dove il lockdown c’è sempre stato

Vite parallele, vite dimenticate. Le periferie del mondo sembravano il teatro di uno scenario apocalittico ben prima della pandemia e dei lockdown, dai sobborghi di Parigi alla Sicilia profonda. E, ora che alcuni film ci schiaffeggiano con le loro immagini quasi distopiche eppure terribilmente vere e reali, ora che quello che loro osservavano prima del disastro noi scopriamo che già esisteva, ci sentiamo a disagio.

Il cinema di Michele Pennetta è un’arte clandestina, capace di percorrere gli interstizi della Sicilia con la sensibilità di un occhio straniero ma partecipe, la capacità di restituire un universo fatto di rifiuti, solidi e umani, di quelli che lui chiama «oblii, di ragazzi dimenticati. Negli ultimi 8 anni ho fatto tre film – ‘A iucata, incentrato sulle corse clandestine di cavalli, e Pescatori di corpi, che specchiava le vite di un equipaggio di marittimi e di un profugo siriano, poi questo – che mi hanno portato, ognuno, a scoprire e raccontare un microcosmo di dimenticati sempre diverso. Qui quello che mi ha attratto è stato questo mondo incentrato su miniere di zolfo che in passato sono state fonte di ricchezza e ora, chiuse, sono il simbolo di povertà e precarietà senza possibilità di riscatto. Ho voluto capire se attorno ad esse ancora gravitasse una comunità».

Ci riesce con un’opera delicata e dura, che non fa sconti emotivi e visivi alla desolazione morale ed estetica di un luogo abbandonato, ma ancora vissuto. O, meglio, fatto di sopravvissuti e sopravviventi, come quei ferrovecchiari, della cui tradizione Oscar è erede inevitabile, e dei migranti come Stanley, che si arrabatta pulendo la chiesa del paese. «Mi sono concentrato sui primi per poi trovare i secondi, a Pian del Lago (in provincia di Caltanissetta), dove c’è il centro accoglienza più grande d’Europa. Due luoghi dimenticati, dove Stato e regole e non arrivano. Mi è sembrato giusto, nella mia storia, far risuonare insieme quei due mondi, apparentemente lontanissimi e invece uniti da un filo rosso, come dimostrano i due protagonisti». Non potrebbero essere più diversi, ma – come nel bellissimo film Fiore gemello di Laura Luchetti, che pure nel suo essere grammaticalmente e artisticamente differente, è opera sorella di questa – si trovano, si legano in nome di una realtà che a loro regala solo ostacoli e rifiuti. Sono due esiliati, uno nella propria terra e l’altro in quella che ha cercato, ma hanno una resilienza naturale, che riesce a far superare loro la passività (non di rado aggressiva) di chi gli gravita intorno.

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RECENSIONE di Giulia Lucchini

Guardando questo film verrebbe da dire: Il mio corpo è una gabbia. Coproduzione svizzero-italiana con cui il regista Michele Pennetta chiude idealmente la sua trilogia siciliana (‘A lucata nel 2013 e Pescatori di corpi nel 2016), nella quale si era confrontato con una riflessione sull’illegalità e la legalità. 

Oscar, poco più che bambino, passa le sue giornate recuperando ferraglia per suo padre e occupandosi di rivenderla, e Stanley, un giovane immigrato nigeriano, che fa le pulizie nella chiesa del villaggio in cambio di ospitalità e di un po’ di cibo.

Due storie che corrono lungo due binari paralleli e che non si intersecano. Due vite che apparentemente non hanno nulla in comune se non la totale mancanza di prospettive e di futuro. E un luogo da condividere: un’isola che li tiene prigionieri.

In questo entroterra siciliano fatto di lande gialle e selvagge, di miniere di zolfo abbandonate, un tempo luoghi affascinanti e oramai testimoni di un benessere e di una ricchezza perduti, si muovono queste due anime in pasto al mondo, succubi del proprio destino fatto di scelte altrui. I loro corpi, ingabbiati da sbarre immaginarie, ma non per questo meno resistenti, nel mezzo di questo territorio brullo e arido, abbandonato e disastrato, trovano un respiro di libertà solo in brevi momenti fatti di discese in bicicletta, balli, basket e bagni al mare.

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Q&A con Michele Pennetta

Qual è stato il processo creativo che ti ha portato alla realizzazione del film?

Il mio corpo ha avuto una gestazione molto lunga. Durante la lavorazione del mio secondo film, ho cominciato a interessarmi all’entroterra dell’isola, zona che non avevo mai esplorato. Il centro della Sicilia è molto diverso dal resto della regione, non c’è il mare e i paesaggi sono composti da lande gialle e selvagge. La cosa che mi ha colpito di più è stata la presenza di miniere di zolfo abbandonate, ed è lì che ho scoperto che la Sicilia è stata il principale produttore di zolfo al mondo fino agli anni 70. Questa attività aveva portato molta ricchezza alla regione ma poi, senza preavviso, le miniere hanno chiuso i battenti lasciando agli abitanti dei paesi limitrofi un pugno di sabbia. Da quel momento il centro della Sicilia è diventato una sorta di zona franca che sembra dimenticata dalle istituzioni. La gente ha imparato ad arrangiarsi come può ed uno dei mestieri che più viene praticato è quello del rigattiere. Sono molti gli abusivi che battono queste miniere alla ricerca di ferro da poter poi rivendere. Un giorno ero in una di queste miniere abbandonate e mi sono imbattuto in Oscar, suo padre e suo fratello maggiore, rendendomi subito conto che sarebbero stati i protagonisti del mio film. Qualche giorno dopo, mentre facevo dei sopralluoghi in una delle chiese della regione, ho notato un ragazzo che puliva l’altare. Era Stanley. Quel giovane mi incuriosiva e così ho iniziato a parlare con lui scoprendo che la sua storia era diversa da quelle che abbiamo l’abitudine di ascoltare: nigeriano, arrivato minorenne clandestinamente in Sicilia, ha ottenuto un permesso di soggiorno e ora cerca di trovare la strada per integrarsi in questi luoghi. Tra Stanley e Oscar c’era qualcosa che li accomunava; lo stesso sentimento di essere stati gettati in pasto al mondo senza preavviso, usando i propri corpi come unico strumento di sopravvivenza.

Che approccio hai utilizzato nel lavorare con Oscar e Stanley, i protagonisti del film?

Molti si chiederanno se nel film c’è finzione. Vi assicuro che i piani sequenza, così come le scene più intime, non sono mai state girate più volte. Proprio per questo, la fase di preparazione è stata cruciale al fine di guadagnarmi la fiducia di Stanley, di Oscar e della sua famiglia e per raggiungere quel livello di naturalezza ed intimità. Posso dire che ho trascorso più tempo con la telecamera spenta che accesa per poter arrivare a questo risultato. Penso che il confine tra documentario e finzione possa essere molto sottile, ecco perché nei miei documentari c’è molta ricerca formale. È il mio modo di vedere la realtà, è il modo in cui il mio occhio si posa sui personaggi e in particolare su questi due corpi. La fine del film è un momento di costruzione, nato come esperimento. Quando abbiamo girato la sequenza in notturna non sapevamo cosa sarebbe successo. Ho pensato che probabilmente quella scena non sarebbe mai rientrata nel montaggio finale, ma alla fine è successo qualcosa di magico e io e la mia troupe abbiamo compreso che quella notte, con quella scena, si chiudeva la fine del nostro viaggio insulare. Le riprese erano terminate. Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza il supporto della squadra con cui ho lavorato e per questo ci tengo a ringraziare tutti.

Cosa ti spinge a raccontare un luogo per te lontano come la Sicilia e quale legame hai costruito, anche grazie ai tuoi precedenti lavori, con questa terra?

Ho iniziato a esplorare la Sicilia con il mio primo film ‘A iucata. Leggendo un articolo di un noto quotidiano sono venuto a conoscenza delle corse clandestine di cavalli a Catania. Questo soggetto mi appassionava e sono riuscito a immergermi in questo microcosmo e raccontarne una piccola parte. Dopo questo progetto mi sono letteralmente innamorato dell’isola, dei suoi personaggi e dei suoi paradossi. Mi è sembrato naturale girare un altro film e poi un altro ancora. Con il mio corpo il mio lavoro siciliano si conclude, almeno per il momento.


Note di regia

Il mio corpo è il terzo film che realizzo in Sicilia. ‘A iucata è stata un’immersione nel mondo delle corse clandestine di cavalli, mentre Pescatori di Corpi racconta la vita quotidiana di un equipaggio di pescatori e quella di un rifugiato siriano che vive a bordo di una barca abbandonata. Queste realtà hanno come filo conduttore il tema della clandestinità.

Questo nuovo film estende le mie riflessioni sul territorio concentrandosi sulla situazione di abbandono in cui si trovavano gli abitanti della parte centrale dell’isola. Stando nella regione ho avuto come la sensazione di vagare tra i luoghi di un disastro atomico: tutto sembrava in disuso, come se una bomba nucleare fosse esplosa e tutto dovesse essere ricostruito da zero. Con Il mio corpo ho voluto raccontare le macerie dopo la catastrofe: la disoccupazione endemica, la lenta degradazione dell’ambiente, l’impossibile integrazione e la precarietà di giovani senza futuro e senza prospettive. Le mie ricerche sono partite dalle miniere di zolfo ormai abbandonate della Sicilia centrale; luoghi affascinanti e testimoni di una ricchezza economica e un benessere ormai perduti. È stato proprio durante un sopralluogo che mi sono imbattuto in Marco, il padre di Oscar. Quando poi ho conosciuto Oscar ho capito subito che sarebbe stato lui il protagonista del mio film. Così mi sono messo alla ricerca di Stanley

I migranti sono una presenza molto numerosa in questa parte dell’isola, ma io volevo raccontare una storia diversa. Queste due anime, che tutto sembra separare a parte la terra che abitano, hanno in comune la sensazione di essere stati gettati nel mondo e di subire scelte fatte da altri. Oscar e Stanley vivono inconsapevolmente una ricerca iniziatica, collegata tra loro da questa situazione di abbandono, come la regione in cui vivono. In un incontro intenso e fugace, ho cercato di unire questi due corpi in sospensione, in cerca di emancipazione, offrendo loro la possibilità di condividere la condizione di prigionieri dell’isola. La giustapposizione dei due ritratti renderà possibile rivelare le tracce di un dramma nascosto, evocando una rete di situazioni individuali. Il mio corpo mostra due personaggi enigmatici e rifiuta di assumere una visione manichea che renderebbe questi giovani uomini vittime o eroi. 

Una parabola esistenziale e cinematografica di vibrante durezza
RollingStone

NOTE DI REGIA 2

“IL MIO CORPO è la terza e ultima parte di una trilogia dedicata ai contesti di illegalità della Sicilia di oggi. Il film si sviluppa attraverso i molteplici punti di vista dei protagonisti e rappresenta un tentativo di svelamento dello stato di abbandono in cui versa una regione intera, devastata dall'inquinamento, conseguenza diretta dell’assoluta mancanza di controllo da parte delle istituzioni italiane ed europee.

Le vicende e i personaggi presentati nel film sono intenzionalmente resi in maniera impressionista. Non è né un reportage né un documentario classico, pertanto non si propone di offrire una panoramica esaustiva di una situazione che è estremamente più complessa di quanto si possa sospettare. È un’immersione nella vita di alcune persone che, reagendo all'abbandono dello Stato e delle istituzioni, hanno escogitato metodi di sopravvivenza che si collocano fuori dal sistema e seguono regole che si sono creati da soli.

Con il mio sguardo, mi rifiuto di giudicare vittime e carnefici. Cerco di mettere in risalto le complessità della situazione in modo che sorgano spontanee le domande in merito alle responsabilità delle istituzioni e degli individui riguardanti le loro scelte di vita nella quotidianità”. Michele Pennetta

Un meraviglioso documentario che brucia senza far rumore
Variety