THE GOLD RUSH - LA FEBBRE DELL'ORO

Un omino, cercatore d'oro solitario, affronta i rischi e i pericoli dell'algido Klondike per trovare la ricchezza. Incontra prima il temibile Black Larsen per poi instaurare un sodalizio con il robusto Giacomone in cui si imbatte accidentalmente cercando un rifugio in una baracca di legno. I due dovranno cercare di sopravvivere insieme alla fame e al freddo. Quando l'omino si recherà nel paese vicino ci troverà l'amore.

1925
USA
Comico
Charles Chaplin
Charles Chaplin, Mack Swain, Tom Murray, Henry Bergman, Georgia Hale, Malcolm Waite
82min
3,90
Dal 30/04/21


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René Clair: Prima di tutto c’è il cinema. Poi c’è Chaplin.

Dopo 100 anni risplende ancora

Nel 1923 Charlie Chaplin era all’apice della carriera, complice il successo del suo amato personaggio Charlot; pieno di entusiasmo, doveva girare il primo film per la United Artists, desideroso di ripetere il successo de Il Monello. Ma l’idea per un buon soggetto tardava ad arrivare…

Poi un’immagine lo colpì, offrendogli lo spunto che cercava: la lunga colonna umana che nel settembre 1898 si arrampicava lungo il sentiero innevato del Chilcoot Pass, al confine tra Alaska e Canada. Erano gli anni della corsa all’oro nel Klondike, quelli in cui cercatori, avventurieri, emarginati si spingevano verso nord con la convinzione che l’oro fosse l’unica via di riscatto dalle miserie della condizione umana. Le vicende (di cui ebbe occasione di leggere) sulla spedizione Donner, che si smarrì sui monti della Sierra Nevada con conseguenze terribili, completarono il quadro di stenti, fame e avventura all’interno del quale Chaplin ambientò le imprese dell’Omino con bastone e bombetta. Per Chaplin «tragedia e comicità sono strettamente connesse. Attraverso la comicità vediamo l’irrazionale in ciò che sembra razionale». Così, situazioni tragiche realmente accadute hanno ispirato alcune delle scene più celebri e cariche di poesia de La febbre dell’oro (la scena del pollo, lo scarpone bollito, la danza dei panini): capolavoro di perfetto equilibrio tra dramma e comicità, candore e ottimismo, è il film per il quale Chaplin desiderava essere ricordato.

Uscì nelle sale il 26 giugno del 1925, ancora nell’era del muto. L’avvento del sonoro di lì a due anni, che permetteva la perfetta sincronia tra suoni e immagini, stimolò Chaplin, da Luci della città in poi, a comporre le colonne sonore dei propri film. Artista dalle note qualità musicali, era convinto che la musica conferisse una dimensione emotiva; la musica doveva essere «un contrappunto di grazia e delicatezza, che esprimesse il sentimento, senza il quale, come disse Hazlitt, l’opera d’arte è sempre incompleta». Nel 1942 fece altrettanto con le pellicole precedenti, rivisitandole e rieditandole. Ne La febbre dell’oro, primo film interessato da questa operazione, Chaplin eliminò inoltre le didascalie, commentò alcune scene con la propria voce e modificò il finale.


Sono diventato ricco recitando la parte del povero

Con una dichiarazione forse non troppo famosa Chaplin diceva: Sono diventato ricco recitando la parte del povero. La dichiarazione calza perfettamente con il senso ultimo di un film come La febbre dell’oro (The gold rush, 1925). Il senso del film, sferzante e polemica critica ad un capitalismo che capovolge il senso delle cose, sembra trovare una conferma nell’immagine di Big Jim sulle spalle del piccolo Charlot. Il mondo è capovolto, la casa è in bilico sul burrone, ma la natura che il capitalismo trasforma in denaro rende la dichiarazione di Chaplin meno contraddittoria e più aderente al senso del suo cinema. Restaurato e distribuito dalla Cineteca di Bologna, nell’ambito del progetto “Il cinema ritrovato”, esce in sal il capolavoro di Charlie Chaplin. Attraverso le disavventure del poverissimo cercatore d’oro, il grande genio inglese ha rivolto un’altra invettiva contro un sistema capitalistico all’origine della degenerazione dei rapporti umani. Un film in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma che rivela la profonda libertà espressiva del suo autore. Nella scrittura e nella resa finale il film, in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma come quasi sempre nel cinema educativo di Chaplin, si sente l’indignazione del diseredato nei confronti delle storture di un sistema, anche e soprattutto capitalistico, che è all’origine della degenerazione dei rapporti umani. È così che la favola di Charlot cercatore d’oro si trasforma in un atto d’accusa celato ed edulcorato, nei confronti di un sistema poco incline a valutare le sottigliezze poetiche che Chaplin indicava nei suoi film. Chaplin era un one man band, un artista profondamente libero, la sua estrazione assai modesta resta un segno essenziale dentro la maschera di Charlot, dignitosissimo povero mai in vendita e sempre orgoglioso della sua povertà. Il disincanto e l’immaginazione costruiscono il resto di questo personaggio malinconicamente allegro e poeticamente solidale. Un uomo ideale, un personaggio da favola che ha abitato una realtà sempre ostile. Ma del resto La febbre dell’oro resta quella splendida invenzione di un artista che non smette mai di essere moderno, che non smette mai di incantare, con la sua malinconia sempre speranzosa, spettatori di ogni età, l’autore “natalizio” dei bambini e la coscienza critica del Davide contro il Golia, da adulti. L’immaginazione di Chaplin, d’altronde non smette di accompagnarci e nella nostra memoria non possono cancellarsi le immagini costruite per questo film: la cena con la scarpa, la sequenza della casa penzolante sull’orlo del burrone o l’indimenticabile sequenza della danza con i panini.

Con una dichiarazione forse non troppo famosa Chaplin diceva: Sono diventato ricco recitando la parte del povero. La dichiarazione calza perfettamente con il senso ultimo di un film come La febbre dell’oro (The gold rush, 1925). Il senso del film, sferzante e polemica critica ad un capitalismo che capovolge il senso delle cose, sembra trovare una conferma nell’immagine di Big Jim sulle spalle del piccolo Charlot. Il mondo è capovolto, la casa è in bilico sul burrone, ma la natura che il capitalismo trasforma in denaro rende la dichiarazione di Chaplin meno contraddittoria e più aderente al senso del suo cinema.


Restaurato e distribuito dalla Cineteca di Bologna, nell’ambito del progetto “Il cinema ritrovato”, esce in sal il capolavoro di Charlie Chaplin. Attraverso le disavventure del poverissimo cercatore d’oro, il grande genio inglese ha rivolto un’altra invettiva contro un sistema capitalistico all’origine della degenerazione dei rapporti umani. Un film in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma che rivela la profonda libertà espressiva del suo autore.
Nella scrittura e nella resa finale il film, in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma come quasi sempre nel cinema educativo di Chaplin, si sente l’indignazione del diseredato nei confronti delle storture di un sistema, anche e soprattutto capitalistico, che è all’origine della degenerazione dei rapporti umani. È così che la favola di Charlot cercatore d’oro si trasforma in un atto d’accusa celato ed edulcorato, nei confronti di un sistema poco incline a valutare le sottigliezze poetiche che Chaplin indicava nei suoi film.


Chaplin era un one man band, un artista profondamente libero, la sua estrazione assai modesta resta un segno essenziale dentro la maschera di Charlot, dignitosissimo povero mai in vendita e sempre orgoglioso della sua povertà. Il disincanto e l’immaginazione costruiscono il resto di questo personaggio malinconicamente allegro e poeticamente solidale. Un uomo ideale, un personaggio da favola che ha abitato una realtà sempre ostile.
Ma del resto La febbre dell’oro resta quella splendida invenzione di un artista che non smette mai di essere moderno, che non smette mai di incantare, con la sua malinconia sempre speranzosa, spettatori di ogni età, l’autore “natalizio” dei bambini e la coscienza critica del Davide contro il Golia, da adulti. L’immaginazione di Chaplin, d’altronde non smette di accompagnarci e nella nostra memoria non possono cancellarsi le immagini costruite per questo film: la cena con la scarpa, la sequenza della casa penzolante sull’orlo del burrone o l’indimenticabile sequenza della danza con i panini.

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Il ritorno di Charlot

Chaplin realizza questo film dopo l'insuccesso commerciale de La donna di Parigi. Il suo affezionato pubblico non ha gradito che smettesse i panni del Vagabondo così il regista, favorevolmente impressionato da alcune foto scattate a fine Ottocento ai cercatori d'oro, ritiene di poter far tornare sullo schermo il personaggio di Charlot. Il che accadrà dopo 15 mesi dall'avvio del progetto e dopo ben 170 giorni di lavorazione. Come spesso gli accadeva la sua vita privata finì anche in questo caso con l'interferire con il film. L'attrice Lita Grey, scelta per il ruolo femminile, rimase incinta (il matrimonio riparatore in Messico lontano dai riflettori durerà due anni) e venne sostituita con Georgia Hale.

Portato sullo schermo nel 1925 il film verrà rieditato nel 1942 con un cambiamento delle musiche e la sostituzione dei cartelli con un commento sonoro dello stesso Chaplin. Ancora oggi La febbre dell'oro si presenta come un'opera assolutamente moderna, una di quelle che si imprimono in maniera indelebile nella storia del cinema. La casa in bilico sul precipizio e la stessa passeggiata iniziale sull'orlo del burrone, con tanto di orso minaccioso, sono brani da antologia. Così come la trasformazione del Vagabondo in una enorme gallina inseguita da un Giacomone affamato. Chaplin nell'infanzia aveva conosciuto per esperienza diretta i morsi della fame ed è anche per questo che riesce a mettere in gioco un'ironia che non si trasforma mai in irrisione dei diseredati ma conserva con loro un forte senso di vicinanza. Al vertice delle numerose gag sta però, ancora oggi, la scena della danza dei panini. Di per sé non si trattava di un'idea originale: già Fatty Arbuckle in Rough House ne aveva abbozzato gli elementi di base. Chaplin però eleva il potenziale di questa scena alla massima potenza.
Le cronache dell'epoca ci tramandano che alla prima al cinema Capitol di Berlino si verifico il caso, più unico che raro, di un bis nel corso di un film. Dinanzi alla danza dei panini il pubblico andò in visibilio e il direttore di sala si recò in cabina di proiezione dando ordine di riavvolgere la pellicola per riproporre la scena che venne accolta con un entusiasmo ancora maggiore.