THE SPACE IN BETWEEN - MARINA ABRAMOVIC AND BRAZIL

"I like to live in the space in between. Is one of the most creative spaces for an artist to be/mi piace vivere in quello spazio nel mezzo. É uno degli spazi più creativi per un artista" dice Marina Abramovic durante il film, a metà del suo viaggio in Brasile. Un viaggio che l'artista racconta attraverso un documentario vivido in cui avverte gli spettatori, proprio come incipit di una storia, che una sciamana brasiliana le rivela di avere un potere e uno scopo precisi: insegnare agli esseri umani di sopportare - e superare - le pene fisiche. E il rito corale della guarigione inizia proprio dalle prime, violente scene, in cui uno stregone cura i malati attraverso atti crudi e dolorosi.

Superati i primi minuti del film, come in un rituale di iniziazione, la Abramovic da spettatore diventa un medium alla scoperta di un mondo affascinante e pauroso, quello dei saggi, degli erboristi, degli stregoni e degli sciamani di questa terra straordinaria.

Da Chapada a Salvador de Bahia, da Curitiba fino a San Paolo, The space in between racconta, con uno stile documentaristico asciutto e classico, i cibi, le musiche, i traumi e le magie di quei luoghi e persone; i riti spirituali e magici, i falò notturni e le terapie, spesso dolorose, attraverso le parole e le rivelazioni dei personaggi incontrati nel viaggio. E Marina è in mezzo: è quel guru di cui già ha reso testimone il suo pubblico dalle più recenti performance al Moma "The artist is present" (2010), fino alla mostra "terapeutica" al PAC di Milano, "The Abramovic Method" (2012); è quella donna alla quale inizialmente si fatica a credere - soprattutto se ignari del suo percorso artistico che l'ha resa sicura e sempre in ricerca di quella guarigione dello spirito dell'uomo. Penso all'Abramovic di "Rhythm 0" (1974), la performance a Napoli - grande luogo di sperimentazione artistica e umana, dove sono passati tanti grandi della cultura internazionale - in cui l'artista serba aveva messo a disposizione, ben ordinati su un tavolo, strumenti di tortura e una pistola, che il pubblico poteva utilizzare per provocarle dolore. Un progetto in cui il corpo della donna diventava un campo di battaglia per la psiche umana.


2016
Brasile
Eventi, Avventura, Biografico
Marco Del Fiol
Marina Abramovic, Dorothy W. Cooke, Narcisa Cândido da Conceição, Itamir Damião, João de Deus.
97min
2,90
Da lunedì 10 maggio


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L’ultima volta che sono stata in Brasile ho fatto visita a una sciamana, Denise. Ha osservato le sue rocce meteoritiche per indicarmi da dove provenissi. Mi ha detto: ‘Tu non ti senti a casa in nessun luogo’. Era vero. ‘Non ti senti a casa in nessun luogo’ proseguì, ‘perché non appartieni a questo pianeta. Il tuo dna è galattico. Provieni dalle stelle remote e sei arrivata sul pianeta Terra con uno scopo’. Le ho chiesto quale fosse il mio scopo. ‘Il tuo scopo è quello di insegnare agli esseri umani a trascendere il dolore’”



‘Ma bisogna avere fede, perché con la fede non esiste dolore’.


Per molto tempo ho spinto i miei limiti mentali e fisici all’estremo. Il vero problema non era il dolore: era molto più importante il concetto. C’è una differenza tra il dolore fisico e quello emotivo. Posso tollerare il dolore fisico, posso controllarlo. Il dolore emotivo è quello che mi pesa di più”

La natura è già perfetta senza di noi. Abbiamo bisogno dell’arte nelle città. Ci serve l’arte nelle città, dove gli esseri umani non hanno tempo, nelle città che sono inquinate. Nelle città dove c’è troppo rumore. Dobbiamo attingere esperienze dalla natura e trasmetterle nelle città.

Tutti hanno vissuto dei traumi, tutti provano solitudine, tutti hanno paura della morte, tutti soffrono. Io dono loro una parte di me stessa e loro donano a me una parte di se stessi. L’unico modo in cui possono capire a livello profondo in cosa consiste la performance è facendo il loro viaggio personale

Egotismo d’arte

Viaggio alla scoperta di una spiritualità diversa da quella della nostra cultura. Simbolismo cosparso nelle azioni dei terzi. Le immagini, suggestive, riescono a trovare una loro potenza iconica. Caverne, boschi, bevande allucinogene, nudità. Ogni persona incontrata sembra depositaria di un frammento di Dio. Un guaritore, una cuoca, un’anziana levatrice, un trombettista. Il fascino può incrinarsi nel momento in cui ci si accorge che non c’è legame tra gli eventi. Quello di Marina Abramovic non è un percorso. È un rimpallo continuo tra un’esperienza e l’altra. Una ricerca disperata. Sventola la bandiera di una verità interna all’uomo, ma cade, minuto dopo minuto, in una sventurata (e voluta?) contraddizione. Il luogo in cui questa verità viene ricercata è troppo esterno, troppo diverso dall’io dell’artista. Confusione tra fuga e atopia.

Tra new age e sincretismo religioso, viene data una prospettiva che riscrive la vita a metà, tra rito, quotidianità e arte. Noi non vediamo, non possiamo vedere, il viaggio interiore della donna. Quello che rimane sono immagini e parole di un mondo estraneo. Ma non c’è filtro umano che unifichi le diversità per arricchirci di una Fede. L’unica cosa che lo spettatore può fare, è seguire l’artista nel suo viaggio esplosivo, senza cercare, capire, pensare, ma solo sentire.

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I am in Mercury or maybe I am on Jupiter.
 
Actually, this is Mars. 
 
But I would also like to be on Pluto.
 
In front of me, there is a cave. And I am going to explore.

Sarà un corpo a corpo con l'Abramovic Method

Era il 2013 quando l'artista con il cuore spezzato decise di intraprendere un viaggio guaritore che l'aiutasse a liberarsi dello spettro di una soffocante delusione sentimentale e la guidasse nel ristabilire un contatto con sè stessa. Sempre affamata di idee nuove e stimoli creativi, la Abramovic intravide nei rituali delle comunità religiose brasiliane una strada per attraversare il cerchio di fuoco e spostare sull'esplorazione dei limiti fisici la conoscenza personale. Una via efficace anche per mostrare al pubblico l'audacia di un metodo fondato sulla sperimentazione diretta e personale del mondo, spesso disposto a rasentare il sacrificio per avvalorare il profondo bisogno di una spiritualità che trascenda le carni. 

Perchè è nello spazio a metà - in between - tra la dimensione terrestre e quella universale che si colloca l'artista, il cui ruolo è stabilire ponti, come un medium. La Abramovic costruisce il suo proprio ponte con un insolito road movie, che a momenti crudi alterna leggerezza, a solide convinzioni mescola profonde e umanissime incertezze, che accompagna gli spettatori in un appassionante viaggio alla scoperta delle comunità religiose del Brasile tra guarigioni, preghiere e canti, cerimonie, riti di purificazione, trip psichedelici, cristalli e caverne che lei senza riserve sfida, aperta all'ascolto della nostra natura più indomabile e scura.

Lo spirito nomade che la distingue, il randagismo indirizzato dall'istinto e dall'ispirazione, il coraggio di scegliere sentieri accidentati e di esporre le proprie viscere renderanno l'avventura in sua compagnia un'esperienza sufficientemente estrema. Ma anche innegabilmente liberatoria e curativa.

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La signora delle performance tra curanderi e culti selvaggi

Marina Abramovic, pioniera della performance art, viaggia attraverso le vibranti comunità religiose del Brasile per fare esperienza dei rituali sacri e svelare il suo processo in un profondo viaggio introspettivo fatto di memorie, riti di passaggio ed esperienze passate, a metà fra il road movie e il thriller spirituale.
Il sincretismo religioso del Brasile più profondo si fa percorso personale e artistico e racconto per immagini, in un seducente intreccio di profondità e ironia. Tra cerimonie di purificazione e trip psichedelici, Marina riflette sulle affinità tra performance artistiche e rituali e si mette totalmente a nudo, in un tragitto anche interiore nei meandri del suo passato difficile. Un film autenticamente “in between”, sospeso tra arte e vita, tra road movie e spiritual thriller, tra diario intimo e osservazione antropologica.