LA BICICLETTA VERDE

Arabia Saudita, in una scuola rigorosamente solo femminile Wadjda lotta per non soffocare i propri desideri di libertà. In particolare uno di questi riguarda l'acquisto di una bicicletta verde, con la quale potrà essere alla pari del bambino con cui gioca dopo la scuola. La sua famiglia non può permettersela e di certo non vuole che si faccia vedere su un oggetto tradizionalmente riservato agli uomini, così Wadjda comincia a cercare i soldi per conto proprio rendendosi conto ben presto che quasi tutti i metodi per farlo le sono proibiti. L'unica è partecipare ad una gara di Corano della scuola (lei che non eccelle nelle materie religiose), il cui primo premio è in denaro.

La bicicletta verde del titolo anche in questo caso è simbolo di emancipazione e libertà, l'oggetto che rappresenta una possibile salvezza al sistema al quale altrimenti anche Wadjda sarebbe condannata, come la madre e come le compagne, un sistema fatto di oppressione mentale e personale da parte degli uomini e di gran parte delle altre donne. La conquista dell'oggetto però non passa per l'esplorazione del paesaggio cittadino quanto per un percorso di purificazione e abnegazione, Wadjda diventa così indipendente e libera non per il fatto di andare in bici ma grazie al percorso con il quale arriva a poterla comprare, talmente audace da influire anche sul tradizionalismo subito dalla madre. Una rivoluzione gentile compiuta involontariamente dal solo atto di cercare dei soldi da sola, ottemperando alle regole imposte (la gara di Corano) per scardinarle da dentro.

2012
Arabia Saudita, Germania
Drammatico
Haifaa Al-Mansour
Reem Abdullah, Waad Mohammed, Abdullrahman Algohani, Ahd, Sultan Al Assaf
100min
2,99


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HAIFAA AL-MANSOUR

Haifaa Al-Mansour ha 40 anni ed è la prima regista donna di un paese senza cinema: l'Arabia Saudita.
La sua famiglia, liberale, l'ha sempre sostenuta. Da piccola, infatti, ha sempre letto molto e visto film, e ora racconta storie importanti sul grande schermo.



L'intervista

Con “La bicicletta verde” Haifaa Al Mansour è diventata la prima regista donna saudita e ha ricevuto nel 2013 la nomination all’Oscar come miglior pellicola straniera.
Ora il film diventa anche un romanzo per ragazzi, edito in Italia da Mondadori.
Aveva 6 anni quando il padre le comprò una bicicletta verde: “Era una mia idea, ma lui non mi scoraggiò. La maggior parte dei papà del Regno avrebbe rifiutato”, racconta oggi,  quarantunenne, nell’intervista a “laLettura” del Corriere della Sera di cui riportiamo un estratto.

“La bicicletta verde” è la storia di Wadjda, undicenne saudita che desidera andare in bici come l’amico Abdullah, ma a lei è proibito…
Questo libro per me è un ponte tra le generazioni: inizia nel mondo dei miei genitori e indica il futuro che sarà plasmato dai miei figli. Parte della storia è autobiografica, ma è ispirata anche da tutte le ragazze con cui sono cresciuta e che non hanno mai avuto la possibilità di realizzare il proprio potenziale. Avrebbero potuto cambiare il mondo.

Qual è il messaggio per i ragazzi occidentali e sauditi?
Tutti gli adolescenti come Wadjda possono identificarsi nella sua lotta per trovare un posto e uno scopo nel mondo. Ti dicono che non puoi fare qualcosa per via di chi sei, ti dicono che devi comportarti come gli altri: sono questioni universali. Ma ci sono cose che i sauditi vivono in modo unico. Spero che questo libro mostri alle ragazze saudite che non sono sole, che ci sono altre che si sentono “diverse” e sfidano il sistema. Spero che dia loro coraggio per cambiare la società.

La scuola è la grande protagonista del romanzo.
L’idea stessa della scuola in Arabia Saudita è quella di un luogo di indottrinamento. Apparire “diversa” può avere effetti brutali. Le insegnanti sono severe ma non perché credano nel sistema. In realtà sono indifferenti all’ideologia, si comportano così perché vogliono che le ragazze capiscano cosa è necessario per sopravvivere nella società.

Wadjda decide di partecipare alla gara di Corano ma solo per vincere il premio in denaro e comprarsi la bici.
Volevo mostrare come, in sistemi come il nostro, la religione sia qualcosa che le persone devono usare per ottenere i propri obiettivi, ci credano o no. C’è molta ipocrisia.

Andare in bici è stato permesso da poco alle donne, lo fanno?
Possono in zone designate, non in strada. (…) Le restrizioni sono basate assai più sul controllo delle famiglie, che impediscono alle donne ogni attività che potrebbe “causare problemi”.

Come mai sta girando il suo prossimo film in Irlanda?
È sulla vita di Mary Shelley: un’ispirazione. Il limiti del suo mondo sono simili a quelli delle donne saudite. Volevo trattare i miei temi di sempre, ma ampliarne il respiro.

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Haifaa Al-Mansour è la prima vera regista donna di un paese che non ha sale cinematografiche e in cui il cinema si fruisce solo domesticamente, è dunque in sè una figura rivoluzionaria che si oppone ai ruoli cui le donne sono relegate e tale posizione è evidente nella maniera in cui scrive i suoi personaggi. Non solo la protagonista Wadjda ma anche le compagne più adolescenti e più irrequiete, benchè comprimarie, sono accarezzate con tono lieve dalla macchina da presa, scrutate nell'innocenza di gesti minuscoli che portano a condanne spropositate.
Il pregio maggiore di La bicicletta verde è così il saper guardare la realtà e metterla in scena trovando in ogni dettaglio un elemento di oppressione o di ipocrita incongruenza (i tacchi della maestra). 

Una moderna Sharazad

Wadjda (Waad Mohammed) è una bambina che vive a Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita. La cultura tradizionalista del luogo impone al sesso femminile lunghi abiti neri, un velo a coprire il capo finché si è piccole, e l’abaya intero a coprire il volto quando si cresce. Alle donne non è permesso parlare o ridere troppo forte, né indossare in pubblico oggetti o vestiti colorati.
La signora Hussa (Ahd Kamel), preside della scuola femminile di Wadjda, è intransigente rispetto a queste regole. “Non sapete che la voce delle donne non deve uscire dalla porta di casa?”.
scarpaWadjda porta il velo con non curanza, sotto di esso spuntano le All-Stars; lei ama la musica Rock, ama ridere e provocare i grandi e con essi l’impalcatura sociale teocratica che la circonda. “Sono bravissima in matematica: il teorema di Pitagora è un miracolo di Allah e il triangolo è sempre lo stesso”; inoltre Wadjda spaccia, alle sue compagne di scuola, braccialetti colorati fabbricati da lei, e si diverte a giocare col suo amico Abdullah (Abdullrahman Algohani), il quale possiede una bicicletta, cosa che alle ragazze non è permesso e che naturalmente spinge la piccola anticonformista a desiderare di averne una anche lei. La sua preferita, tra quelle del negozio di giocattoli, è verde. Per comprarla dovrà partecipare alla gara di Corano della sua scuola e vincere il premio in denaro.
La madre (Reem Abdullah) e il padre (Sultan Al Assaf) di Wajda, vivono una situazione di crisi matrimoniale. Lui è obbligato da sua madre a sposare un’altra donna perché possa donargli il figlio maschio che la madre di Wadjda non ha saputo dargli, (la poligamia è permessa agli uomini), lei teme fortemente di perderlo.

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