ULAY - PERFORMING LIFE

Ulay è uno degli artisti e attivisti più noti al mondo, quando si accinge a raccontarsi in un film. Ma poco prima di cominciare le riprese del documentario riceve una diagnosi: tumore. E la storia cambia rotta. Il film si trasforma in un viaggio alla scoperta di ciò che lascerà dietro di sé, inizio di un processo inevitabile quanto impossibile distacco. Mentre viaggia dalla Slovenia a Berlino, da New York alla Amsterdam della sua giovinezza, la malattia diventa occasione per l’estremo progetto artistico di Ulay: il più importante di tutti. Un percorso tortuoso, doloroso, indispensabile alle radici di quell’identità che una vita di arte forse non basta a capire. Fino alla guarigione.

2013
Slovenia
Documentario
Damjan Kozole

91min
2,90
V.O. CON SOTTOTITOLI


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LA SCOPERTA DI UN'UMANITÀ PROFONDISSIMA DI DUE FIGURE TITANICHE E DIFFICILMENTE AFFRONTABILI

Dopo aver scoperto di essere affetto da una forma grave di cancro ed essersi sottoposto ad una prima fase di chemioterapia, l'artista Ulay decide di girare il mondo assieme ad una troupe per visitare i luoghi importanti della sua vita professionale e reincontrare i compagni, amici e sodali di una vita per un ultimo saluto.
In questo documentario che trae lo spunto dall'imminente fine di una vita non c'è mai un momento di commozione, non è quel che Ulay cerca, semmai la sua è una maniera di rievocare il passato senza sottolineare come stia tutto per finire, cioè senza operare quel confronto con il presente dal quale potrebbe scaturire il dramma. In questa maniera quest'ultimo progetto di Ulay finisce per somigliare (da un certo punto di vista) a quelli che ha portato avanti per tutta la vita: un esperimento sul suo corpo, stavolta in disfacimento, che ne metta alla prova la fisicità e che gli consenta di esplorare degli spazi.
Tuttavia è evidente anche una forte differenza con il resto della produzione dell'artista. C'è molto materiale di archivio tra riprese di vecchie performance, fotografie del suo primo periodo e documentazione del sodalizio con Marina Abramovic, anche per questo motivo al procedere del documentario si ha sempre di più l'impressione che il corpo di Ulay sia esplorato più per quel che era che per quel che è. Continuamente bardato in cappotti, cappelli, sciarpe e occhiali da sole, l'artista tedesco appare molto più schivo di quel che la sua storia professionale fa intuire. Della sua presenza fisica si intuiscono poche cose, nonostante sia sempre inquadrato è come evanescente, non rimane impresso e impallidisce al confronto dei video di repertorio o della presenza carismatica di Marina Abramovic.
Però è proprio nel narrare la relazione con l'artista serba che Ulay ritrova di colpo una certa forza. Nella rievocazione che entrambi fanno di una storia d'amore che è stata anche connubio professionale, della sua fine e poi degli strascichi di umana debolezza e piccoli risentimenti, c'è un'umanità profondissima da parte di due figure che nel loro ambito sono titaniche e difficilmente affrontabili. Forse allora è questa l'ultima grande opera di Ulay, ottenere che due giganti della performing art con l'avvicinarsi della morte di uno di loro svelino per la prima volta un'umanità piccina e ordinaria dopo decenni di straordinaria esplorazione dei confini del fisico e della mente