ALEXANDER MCQUEEN - IL GENIO DELLA MODA

L'universo di Alexander McQueen è complesso. Ogni sua collezione è (stata) un evento, ogni sua sfilata è (stata) uno spettacolo di referenze, letterarie e cinematografiche, come il suo omaggio ad Alfred Hitchcock nel 2005 (collezione autunno-inverno "Vertigo"). Creatore fuori norma, a cominciare dal suo destino, figlio di un tassista londinese divenuto stella dell'alta moda da Givenchy e poi sovrano della propria maison, McQueen ha ridefinito la moda e i suoi codici attraverso le problematiche contemporanee. Ian Bonhôte e Peter Ettedgui ritornano sulla carriera folgorante dell'artista, dai suoi debutti alla Saint Martin's School di Londra fino alla leggendaria sfilata Plato's Atlantis, che riguarda addirittura la science-fiction, offrendo una griglia di lettura a un sistema di pensiero esuberante e a un'immaginazione smisurata, tanto lucida quanto opaca.

2018
Gran Bretagna
Documentario
Ian Bonhôte, Peter Ettedgui
Alexander McQueen
111min
4,90


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McQueen ha sviluppato la moda come una forma d’arte per comunicare con tutti,  dimostrando che lo stile nel vestire, nel creare accostamenti, nello scegliere svariate tonalità di colori, può sempre dire agli altri molte cose, sfumature, contraddizioni della natura umana.

Lo stilista creativo, figlio di un tassista, ventenne ha lavorato a Milano per Romeo Gigli prima di rientrare a Londra e di terminare i corsi di arte che aveva scelto alla Saint Martin’School, arrivando poi a essere assunto in quella che per lui era sempre stata un mito e un miraggio, la Maison Givenchy. Maison che poi lasciò perché voleva sviluppare in maniera indipendente il suo estro, che era fatto anche di provocazione e trasgressione.

Il documentario ha una qualità precipua: è molto sensibile, come lo era quell’eterno ragazzo che, in jeans e camicia celeste o bianca, ringraziava il pubblico alla fine delle sue sfilate e che a un certo punto della carriera decise di lavorare anche con il gruppo Gucci mantenendo però l’indipendenza delle sue creazioni.

Nessuno in quegli anni di grande vitalità e slanci avrebbe mai immaginato che Alexander in una gelida alba dell’11 febbraio  sarebbe stato trovato impiccato nella sua casa londinese dove nascondeva la sua solitudine, i suoi demoni e l’immenso dolore per la morte della madre. Non gli era bastata in quel periodo di sbandamento e sofferenza la forza della sua creatività visionaria e la morte, che spesso era apparsa  nelle sue creazioni, nelle sue sfilate con robot simili a scheletri, aveva vinto su tutto dandogli forse l’illusione di poter trovare un sonno altrove e una strada serena.

Lady Gaga è stata sempre una sua amica, applaudendo senza  riserve anche le sfilate di quell’uomo fragile dietro l’apparenza e al quale la cantante ha dedicato una bellissima canzone, Fashion of His Love contenuta nell ‘album Born This Way. E in cui un verso dice. “I was made for you”.

Nel bel libro pubblicato da Taschen, 100 Contemporary Fashion Designers, edito da Terry Jones, dopo Stella McCartney e prima di Angela Missoni si legge di Alexander McQueen, che aveva indiscutibilmente un’attrazione per il mondo gotico: “La femminilità che Alexander ha sviluppato non era solo dark, non era un prodotto del feticismo e di una certa misoginia e della sua curiosità per Jack lo squartatore e della sua attrazione per i corsetti . Era qualcosa di fiabesco, come  il da lui amato Grimm e aveva un obiettivo, la seduzione”.

Il ragazzo della working class inglese, ultimo di sei figlie con un padre severo che guidava il suo taxi da mattina a sera per mantenere la famiglia e far studiare i figli, forse non voleva morire a soli 40 anni, ma la vita era ardua nel suo intimo e l’immaginazione febbrile era capace di rivoltarsi contro di lui e di portarlo all’autodistruzione. Quando, invece, era anche capace di vivere di arte, film, musica, danza, tecnologia.

Racconta Ettedgui«C’erano due anime in Alexander: una era romantica e vicina all’epoca vittoriana, una era punk e provocatoria». E davvero suona veritiera l’affermazione dei suoi amici. «Nessuno lo ha scoperto, alcuni lo hanno aiutato, ma McQueen si è  scoperto da solo».

Il suo grande amico e musicista prediletto, che sempre la lavorato con lui, ossia Michael Nyman, un compositore minimalista, pianista, librettista e che Jane Campion, Peter Greenaway e Patrice Leconte ammirano, dice di McQueen: «Era uno scultore e pittore di abiti, sapeva magistralmente ispirare emozioni».

Una frase di Alexander lo definisce: «Ogni fashion designer vuole creare una illusione, confezionare, inventare, modellare “cose” che disturbano le persone».

Bonhote ed Ettedgui hanno lavorato fianco a fianco e dichiarano«Volevamo che il nostro film parlasse a tutte le persone che sono state intimamente coinvolte e interconnesse con la creatività di McQueen».

Come avete organizzato le ricerche, le interviste agli amici dello stilista, come avete montato le riprese di tante sue sfilate che hanno fatto epoca?
Ci siamo divisi i compiti, a turno uno girava e l’altro continuava a perlustrare il mondo in cui aveva gravitato McQueen.

Quali sono state le interviste che più vi hanno offerto spunti sulla complessa natura e sulla problematica psicologia dell’artista della moda?
Ci hanno molto aiutato la sorella di Alexander, Janet, e suo nipote Gary. Alexander è sempre stato legatissimo alla sua famiglia, il suo rapporto con la madre era profondissimo, onnipresente. Tra loro c’era sempre una complicità assoluta.

Quale idea vi siete fatti del più vero e segreto Alexander?
La moda, il gusto anche tattile dell’universo fashion erano la sua vita. Era, lo è sempre stato, un autentico lavoratore. Si alzava alle primi luci dell’alba, andava in ufficio come un impiegato con la metropolitana e lì osservava il mondo, le persone, si faceva venire tante idee, che poi traduceva in schizzi. Il disegno per lui era un modo di pensare, di creare sempre.

Dal 1996 al 2003, McQueen è stato eletto “stilista inglese dell’anno”. Era fiero dei suoi successi?
Voleva tracciare il futuro della moda, voleva regalare visioni, fare spettacolo, offrire mutazioni. Questo è sempre stato il suo obiettivo e fu felice quando divenne Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico. Il suo rapporto con la madre era fatto di affetto profondissimo e di affinità tra loro. No, non gli piaceva la definizioni che alcuni avevano dati di lui: “l’hooligan della moda”. Alexander era il poeta delle sue creazioni e amava anche produrre profumi, dedicare le sue collezioni alla madre, teneva molto alle sue collezioni prêt-à-porter per gli uomini.

Quali erano le sue prime convinzioni, i suoi obiettivi?
Voleva essere elettrico, eccentrico, ma anche un uomo comune. Voleva che attraverso opposti elementi fosse possibile raggiungere un’armonia di stili, di modi, di mode. Voleva trascendere i cosiddetti trend.

Cosa era la bellezza per McQueen?
Un insieme di linee, di colori, di forme in trasformazione nello spirito e nella società.

Quale immagine di donna perseguiva con le sue creazioni, i suoi bellissimi bozzetti?
Era attratto dalle donne forti, indipendenti e gli piaceva lavorare, disegnare ascoltando musica perché sosteneva che gli suggeriva i movimenti più aggraziati delle donne.

Aveva un suo breviario di estetica?
L’arte per McQueen era fatta di spirito e senso, di natura intrisa di passione e di razionalità. Non ha mai diviso la società in classi sociali, in ricchi e poveri, aristocratici o proletari. Era intuitivo, mescolava continuamente realtà e irrealtà. La moda era la sua vita, lo è stata sempre, da quando aveva 16 anni.

Trasgrediva le regole del mondo della moda?
Sì, ma sapeva anche stare dentro le regole perché era un autentico lavoratore. Aveva il talento della fantasia ed era fedele alle amicizie  come quella, incondizionata, per Isabella Blow. Issie, come la chiamavano gli amici. Era una stilista, una giornalista di Vogue, poi di Tatler e a lei Alexander deve molto. Credette sempre in lui, li univa anche il loro male di vivere, Issie si uccise nel 2007, ma, come McQueen, ha concorso a cambiare la moda, a unire le grandi collezioni alla controcultura urbana, lo stile sofisticato alla streetwear.

C’era qualcosa di cui era particolarmente fiero?
Teneva molto alle origini scozzesi della sua famiglia, lo divertiva  l’aver cambiato tanti stereotipi delle sfilate portando lupi veri al guinzaglio a fianco delle modelle, coprendo la passerella di neve leggera, mescolando pizzi e trine ai gioielli e allo scintillio delle paillettes.

Come fronteggiava  quella che è sempre stata anche la brutalità della moda e dei suoi ambienti?
Con la fantasia, magari mettendo, come fece in una sfilata, corna d’ariete dorate a Naomi e trasformando in un’altra passerella Kate Moss in un ologramma. Cercava sempre contatti emotivi con le persone e a tutte regalava la sua immaginazione.

Come avete selezionato le registrazioni, le interviste concesse da Alexander, la marea dei suoi bozzetti?
Abbiamo diviso tutto il materiale nei capitoli della narrazione, fatta di tappe, intermezzi, siparietti. Appunto capitoli. La vita di Alexander era un unico capitolo, ma le sue tappe sono il ritmo della musica che amava e che ha ascoltato sino alla tragedia della sua morte.

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Le sue creazioni esprimono una dicotomia permanente: genialità e malessere. La tecnica vertiginosa serve la poetica allucinata: la natura divorata e minacciata dalle nuove tecnologie, la carne in faccia alla morte o all'amore, la Storia di fronte al presente o al futuro, la nefandezza che sfida la speranza e la grazia. La bellezza che McQueen ha inventato ha tutto quello che è necessario a resistere alla prova del tempo, niente nella sua opera è démodé.

Potente e ambigua resiste anche alla morte del suo creatore, avvenuta tragicamente nel febbraio del 2010. Profondamente colpito dal suicidio di Isabella Blow, editrice britannica, migliore amica e mentore, e dalla sparizione di sua madre, Alexander McQueen si toglie la vita. A quarant'anni si congeda dal mondo l'uomo e lo stilista senza dubbio più dotato della sua generazione. Tutto era permesso da lui, non c'erano limiti, nemmeno la morte, protagonista capricciosa ed energia crudele delle sue creazioni, sbattute in faccia ai giornalisti della moda.

Il documentario 'cuce' un ritratto con ago e filo di parole, quelle dei familiari e quelle degli amici dell'artista, risalendo il tempo fino a scovare un ragazzotto dell'East End affascinato dal pop e la new wave. Cresciuto in una famiglia modesta, McQueen non ha mai rinnegato le sue radici, facendone addirittura un marchio di fabbrica e imponendole nelle grandi maison de couture francesi. In barba alle tradizioni très chic parigine e allo sguardo accigliato della critica specializzata, disegna collezioni e monta sfilate animato dal desiderio furioso di rivoltare o di esaltare.

Il documentario, diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, ripercorre l’inaspettata carriera di un ragazzo semplice, ultimo di sei figli, cresciuto nell’East London all’interno della working class e destinato a diventare uno degli stilisti più osannati al mondo. La pellicola racconta le vicende dell’iconico designer scomparso prematuramente all’età di 40 anni nel 2010, ripercorrendone le tappe personali e professionali, come la leggendaria e controversa sfilata “Jack the Ripper Stalks His Victims”; attingendo dai racconti delle terribili stragi compiute da Jack Lo Squartatore nell’East London, McQueen diede forma a capi di abbigliamento oscuri, gotici e profondamente moderni. Già da allora fu chiaro lo stile sensazionale che sarebbe diventato il segno distintivo e il marchio di fabbrica della sua produzione.


Intercalando immagini d'archivio e testimonianze del suo entourage, McQueen piomba lo spettatore nel vivo del suo soggetto, del suo lavoro e delle sue trascendenze. Stilista britannico, bad boy della moda e critico fragoroso dell'establishment, Alexander McQueen crea una bellezza selvaggia e senza concessioni.