MANIFESTO - V.O. CON SOTTOTITOLI

Il Manifesto del Partito Comunista raccontato da un homeless, i motti dadaisti recitati da una vedova a un funerale, il Dogma 95 descritto da una maestra ai suoi alunni e così via. 13 personaggi diversi: ogni personaggio uno scenario, ogni scenario un movimento celebrato attraverso intensi monologhi. A dare corpo a queste parole una sola attrice: Cate Blanchett calata in 12 personaggi diversi. Lo si potrebbe definire in molti modi Manifesto. Uno di questi potrebbe essere: documentario.
Definire 'documentario' questa opera di Julian Rosefeldt rischia di essere molto riduttivo.

2021

DRAMMATICO
JULIAN ROSEFELDT
Cate Blanchett, Erika Bauer, Carl Dietrich, Marie Borkowski Foedrowitz, Ea-Ja Kim.
01:34
4.50
V.O. CON SOTTOTITOLI


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Manifesto è un film installazione, una forte scossa, chiara, di liberazione. Lo dice anche la stessa Cate Blanchett: “È raro che tu sia seduto nel cinema e sia permesso al tuo cervello di rilassarsi e comprendere gratuitamente quello che vedi sullo schermo. In genere sei spinto da un punto narrativo ad un altro punto narrativo che ti indicono alla fine. E non è questa esperienza”. Manifesto è quindi una analisi critica della storia, della politica, dell’arte e delle loro diverse interazioni nel corso del XX secolo. Non è un film che ha una trama vera e propria, ma garantisce humor e provocazione, non solo intellettuale

Cate Blanchett, parrucca rossa, schiena rigida e uno sguardo duro, severo, fisso in camera. Legge il manifesto dadaista a una folla in lutto, a una tomba ancora aperta, a un feretro che sta per essere sepolto (che contiene l'Arte con la A maiuscola?). Legge e grida, con dolore, con forza, con passione. A una folla, allo spettatore, a se stessa, a nessuno e a tutti.

È solo una delle tante situazioni che Manifesto, il film di Julian Rosefeld nato da un'installazione artistica, mette in scena. Un momento che racchiude tutta la logica di questo lungometraggio senza trama, inclassificabile – è fiction o documentario, o nessuno dei due? È cinema o un'installazione filmata, o entrambi? – e per certi versi assurdo.

Tutto ruota attorno alla Blanchett, che interpreta, in 94 minuti, tredici personaggi differenti per aspetto, atteggiamento, estrazione sociale e accento. C'è la madre operaia e c'è la coreografa russa, la giornalista e l'inviata, la burattinaia e la maestra, la donna devota e la rock star sotto stupefacenti, e c'è persino la senzatetto che segue il suo cliché di alienata dal mondo reale. Ognuna di queste donne, inserita nel suo contesto di vita, non parla però di sé o di ciò che la circonda. Parla di arte. Non a qualcuno, non in un dialogo, ma sempre e solo in forma di monologo, spesso inascoltato da chi le sta attorno.

Ognuna di queste donne non recita, ma sente e vive un diverso manifesto del '900. Oltre al Dada, quindi, il Surrealismo, l'Arte Concettuale, Fluxus, l'Arte Pop, e perfino il Manifesto Comunista e il Dogma 95 di Lars Von Trier. Una trovata che, già fin qui, è non poco bizzarra. A ciò, tuttavia, si deve aggiungere l'ingegnosa idea della regista di accostare ciascuna “lettura” al personaggio e allo scenario che più le sta agli antipodi, in un gioco di coppie “fatto male”, che punta all'ironia e al contrasto.

Così, le parole di Claes Oldenburg vengono messe in bocca alla pia donna in preghiera; i principi di eliminazione dei confini tra arte e vita, propri di Fluxus, scorrono su una coreografia metodicamente controllata di ballerini-alieni; “l'architettura che brilla” viene esaltata contemplando un cumulo di macerie. Opposti e contraddizioni che non sono solo interni alle diverse scene-storie, ma anche, chiaramente, alla base dell'affiancamento dell'una all'altra, con il risultato che si dice e poi si nega uno stesso principio in pochi istanti.

Ma se il caos e la contraddittorietà fossero alla base stessa dell'arte? Da sempre ci si arrovella nel tentativo di dare una definizione a questo termine, tanto piccolo, quanto complesso. Se la definizione fosse proprio nel suo essere tutte queste cose, tutti questi principi, tutti questi credo e movimenti e manifesti? Se “arte” fosse un coro cacofonico di dodici voci che parlano ognuna per proprio conto (come nel finale del film)? Allora forse anche lo stesso Manifesto sarebbe, anche nel suo non poter essere definito, semplicemente “arte”, sia essa la settima o quella senza numero.

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Quanti volti ha l’arte? Quanti volti ha Cate Blanchett? Quanti volti ha Manifesto? In anteprima mondiale al Sundance Film Festival e in anteprima nazionale al Biografilm di Bologna, le 13 diverse “storie” di Manifesto arrivano al Milano Film Festival, stagione 22. L’arte dovrebbe essere rivoluzionaria, invadente, riflessiva e perché no, pericolosa: i 13 monologhi, interpretati dal Premio Oscar (Migliore attrice) per Blu Jasmine Cate Blanchett, hanno come protagonisti un barbone, un’economista, una madre, una operaia, una insegnante e molto altro ancora. Sono storie comuni che prendono ispirazione da cartelli pubblicitari, da quella pubblicità contemporanea considerata arte e realizzata da grandi nomi del settore, che prende vita nelle mani dell’artista e regista Julian Rosefeldt.