VISAGES VILLAGES - V.O. CON SOTTOTITOLI

Film a quattro mani, quattro piedi e quattro occhi, nel corso del viaggio sarà sovente questione di sguardi, Visages, Villages è un documentario che reinventa il road movie, infilando strade oblique e misurando la Francia contemporanea. Visages, Villages è al principio la storia di un incontro tra Agnès Varda, autrice di Cléo, e JR, street photographer tenacemente indipendente che deve la sua reputazione ai collage giganteschi che incolla nel cuore delle metropoli, lontano dai musei di arte contemporanea. Franchi tiratori di generazioni differenti ma uniti dalla stessa passione per l'avventura creatrice fuori norma, dalla loro amicizia nasce l'idea di fare un film insieme. L'idea di un viaggio attraverso la Francia rurale perché la campagna offre una grande varietà di paesaggi, un rapporto diretto con la natura e l'ambiente, un territorio nuovo per JR, considerato artista urbano, un ritorno alle origini per Agnès Varda, inclassificabile patriarca della Nouvelle Vague.

2018

DOCUMENTARIO
AGNES VARDA
Agnès Varda
01:35
3.90
V.O. CON SOTTOTITOLI


TRAILER


ACQUISTA

Valuta:

Fotogallery
JR (artista)

JR (Parigi22 febbraio 1983) è un artista francese. Utilizza la tecnica del "collage" fotografico.

JR è cresciuto a Montfermeil coi genitori, i quali avevano uno stand al mercato delle pulci di porte de Clignancourt. Ha studiato al liceo Stanislas prima di cominciare la sua carriera nei graffiti. Lo pseudonimo rappresenta le iniziali del suo nome (Jean René) e allude al personaggio principale della serie americana “Dallas”, J. R. Ewing.

JR si definisce un "artivisto urbano". Dopo essere state esposte nelle città di cui sono originari i soggetti di JR, le immagini viaggiano da New York a Berlino, da Amsterdam a Parigi. È rappresentato dal gallerista Emmanuel Perrotin in Francia (Rue Turenne, Parigi), a Hong Kong e a New York, da Magda Danysz in Cina, e da Simon Studer Art in Svizzera. Durante alcune mostre, offre ai visitatori il loro ritratto su un poster grazie a una gigante cabina fotografica.

Lavora con un'équipe di una quindicina di persone tra Parigi e New York.

Dopo aver trovato una fotocamera nella metropolitana parigina nel 2001, percorre l'Europa all'incontro di persone o artisti che si esprimono sui muri, nei seminterrati o sui tetti di Parigi.
Nel 2004 JR realizza l'esposizione Toit e Moi (Il tetto ed Io), con l'associazione di Prune Nourry. Le sculture di Nourry erano messe sui tetti parigini e fotografate da JR.
Dal 2004 al 2006, realizza Portrait d'une Génération (Ritratto di una Generazione), ritratti di giovani che vivono nella periferia di Parigi esposti in formato gigante sui muri del quartiere popolare Les Bosquets a Montfermeil. Questo progetto prima illegale diventa ufficiale quando il municipio di Parigi espone le foto di JR sui suoi edifici. Già in questi primi progetti, l'artista afferma voler portare l'arte nella strada: "Ho la più grande galleria d'arte al mondo: i muri del mondo intero. Così richiamo l'attenzione di quelli che non frequentano abitualmente i musei"



Agnès Varda

Agnès Varda, nata Arlette Varda (Ixelles30 maggio 1928 – Parigi29 marzo 2019), è stata una registasceneggiatrice e fotografa belga.

Nata in Belgio da padre greco e madre francese, si trasferì poi con la famiglia a Sète (nel dipartimento dell'Hérault) e, successivamente, a Parigi dove lavorò come fotografa al Théâtre national populaire, all'epoca diretto da Jean Vilar. A 18 anni decise di cambiare legalmente il suo nome da Arlette ad Agnès. In questi stessi anni adottò la pettinatura a caschetto che non abbandonerà mai. Disse: «Era pratico non cambiare. Mi permetteva di non lottare per essere bella, essere giovane, fare meglio delle altre. Ho provato a essere così, a fare quel che dovevo fare»

Nel 1954, con mezzi modesti, girò il suo film di debutto La pointe courte con Philippe Noiret come interprete e con il montaggio di Alain Resnais. È un film che ha lasciato il segno perché portò un soffio di libertà nel cinema francese.Da quel momento portò avanti un modo di fare cinema intimo e personale, e il più delle volte raccontò le complessità dell’animo femminile, per questo è stata definita spesso dalla critica la prima regista femminista.

Agnès Varda è considerata la pioniera della Nouvelle Vague, unica donna nel club maschile accanto a Truffaut e Godard.«Ero la prima donna-autore. Dopo il mio mediometraggio "La pointe courte", ero tutta sola in quella grande ondata della Nouvelle Vague che seguì, ero l’alibi, l’errore. Ma me ne fregavo, facevo i miei film e basta. Dopo ci sono state le registe della rivolta femminista. Ma è stato un fuoco di paglia, non mi sono lasciata intruppare. Però mi sono battuta perché le donne avessero ruoli tecnici e creativi come operatrici, scenografe. Per cui mi sono fatta la fama di femminista emmerdeuse», ha raccontato nel 2000 a Manuela Grassi di Panorama.

Per la cineasta, l’arte cinematografica è sempre stata collegata alla realtà, per questo nella sua filmografia non ha mai lasciato da parte il genere documentario.

Jean Douchet su "Arts" nel 1959 scriveva: " Agnès Varda è la prima donna cineasta, l'equivalente di una Madame De Staël nella letteratura, l'equivalente femminile di Ingmar Bergman".


Morì nella sua casa a Parigi a causa di un cancro il 29 marzo 2019 all'età di 90 anni. Ai suoi funerali parteciparono diverse figure celebri nel mondo dello spettacolo, tra cui Catherine DeneuveJulie GayetMacha MérilSandrine Kiberlain e Jacques Toubon. Il suo corpo venne sepolto presso il cimitero di Montparnasse, insieme al marito Jacques Demy[4].


La meravigliosa libertà di Agnès Varda! La sua sincerità commovente. La leggerezza e l’allegria con cui fa cinema, e poesia, e memoria. Qui la questione non è mettere in scena una storia o un’idea, non si tratta di trasformare in film un soggetto, un progetto, una qualche morale o messaggio all’umanità. Il cinema ormai aderisce al suo corpo e ai suoi pensieri, sembra nascere mentre lo guardiamo (lo viviamo insieme a lei), è un’invenzione continua, che crea le sue regole in corso d’opera, reinventandosi instancabilmente, lasciandosi andare alla deriva delle digressioni (è un film che si diverte a smentire se stesso).

Stavolta si parte dall’incontro con l’artista JR, “fotografo di strada”, autore di gigantesche immagini che diventano murales. E il cinema-diario della Varda, che è vivo, vitale, mobile, malleabile, si lascia contaminare, dialogando (alla pari) con la sua arte e il suo strumento prediletto (d’altra parte lui è un fotografo che ha fatto anche un film e lei è una cineasta che ama la fotografia). Ed ecco un viaggio attraverso la Francia, utilizzando un camion che è un occhio che guarda, una macchina fotografica con le ruote (sviluppa gigantografie partorite da una fessura sul fianco). Ed ecco una nuova occasione per incontrare luoghi e storie, per testimoniare la vita semplice di persone e comunità che resistono.

Tutto comincia da una chitarra da accordare, perché questo cinema informale nasce così, direttamente sulla scena, mentre si fa cinema. Da un elenco infinito di nomi e cognomi, persone che bisogna ringraziare, perché il film esiste grazie a loro, non sono solo un pretesto per fare un film. Da disegni animati che evocano lo spirito felicemente infantile di Agnès, l’anima giovane di questa signora di 88 anni, che ha la curiosità e l’energia di una ragazzina, e del suo compagno di giochi 34enne. La musica all’inizio è quasi un carillon, poi diventa un folk-blues in onore del road movie agreste e proletario, per arrivare a una melodia malinconica, quando alla fine del viaggio si evoca la fine di ogni cosa (la morte) e il corto circuito di vita e cinema ci porta fino alla casa di Godard (aprirà o non aprirà all’amica venuta a incontrarlo e coinvolgerlo nel suo film?).

In questo film nomade, rapsodico, pieno di immaginazione, capita di commuoversi fino alle lacrime, insieme alla signora che non vuole abbandonare la sua casa, dentro l’epopea dei minatori nel nord della Francia. Capita di ballare e di cantare, di ridere insieme ai due amici artisti che si prendono in giro e si vogliono bene. Capita di rimanere ammirati dal modo in cui dialogano luoghi, volti, fotografie.

Siamo dalle parti del magnifico Les Plages d’Agnès, dentro quella grazia e tenerezza. Di fronte a questo cinema, tutto il resto diventa improvvisamente grigio, arido, artificiale.

LINK ALL'ARTICOLO COMPLETO

Il viaggio di Agnès Varda è un inno alla gioia di vivere

I francesi lo definirebbero un film jubilatoire, che mette allegria e gioia. Noi italiani possiamo aggiungere radioso, etereo, brioso, esultante. Perché Visages Villages, che la Cineteca di Bologna ha meritoriamente distribuito in Italia dopo gli applausi ricevuti a Cannes (e la nomination agli Oscar), non è solo un film, un bel film, ma anche una specie di esperienza totale, psicologica e mentale, capace di trasmetterti quella gioia e quell’allegria che animano il film e i loro due autori e interpreti, la regista Agnès Varda e il fotografo JR.

La trama è riassunta perfettamente nel titolo: volti e villaggi. Curiosi l’uno dell’altra, JR e Agnès Varda hanno deciso di mettersi in viaggio per la Francia e cercare persone e situazioni da riprendere e fotografare con la tecnica che ha reso celebre il fotografo franco-tunisino: riproduzioni ingigantite di uomini e donne da incollare sui muri. Una pratica che JR ha sperimentato in giro per il mondo, anche in Italia a Napoli sui marciapiedi della passeggiata a mare, ma che con gli interventi della Varda guadagna un più di senso, perché iscritto in una più coerente riflessione sul rapporto tra l’immagine e la sua fruizione, tra la persona e l’ambiente, tra l’arte e i luoghi dove può essere esposta. Oltre che un più di divertimento, visto che il senso più profondo del film va cercato proprio nel legame che unisce due persone così distanti e che le fa vicendevolmente reagire. Perché quello che è il «tradizionale» percorso dell’arte contemporanea, preoccupata di rompere i confini della fruizione «esponendo» le proprie opere dove non ti aspetti di vederle e coinvolgendo in maniera sempre più diretta il pubblico così da abbattere le barriere tra oggetto e fruitori, diventa in Visages Villages qualcosa di diverso e, appunto di, jubilatoire.

La differenza d’età tra i due sembra svanire – quando ha girato il film la regista Agnès Varda aveva ottantotto anni, il 30 maggio di quest’anno ne compirà novanta; JR ne aveva trentatré, ne ha festeggiati trentacinque a febbraio) – anzi chi ha più energie sembra proprio lei perché ha saputo mantenere la stessa curiosità e lo stesso entusiasmo che l’hanno guidata per tutta la sua vita da regista: «Il caso è sempre stato il migliore dei miei assistenti» spiega, a ribadire un’idea di cinema che è disposta a confrontarsi continuamente con la realtà e da quella ricevere stimoli e suggestioni. È l’esprit de liberté che i registi della Nouvelle Vague avevano teorizzato e messo in pratica e da cui lei, antesignana di quella rivoluzione, si era fatta guidare per i suoi film, La Pointe-Courte, Cléo dalle 5 alle 7Les CreaturesSenza tetto né legge fino agli ultimi lavoro a cavallo tra documentario, finzione e riflessione.

E che qui si ritrova nella libertà con cui organizzano (o meglio: disorganizzano) il loro viaggio per la Francia: vanno in un villaggio di minatori vicino allo spopolamento, in una fabbrica che lavora il sale, in una cittadina del Sud e tra i resti di un bunker della Seconda Guerra Mondiale, a conoscere i lavoratori del porto di Le Havre e le loro moglie o su un treno merci. Senza una logica che non sia quella del caso e della curiosità, della voglia di incontrare persone nuove, di visitare la tomba di un amico (Henri Cartier-Bresson, commovente per semplicità) o di ritrovare luoghi del passato (come la Normandia dei primi lavori fotografici della Varda). Insieme a una bella dose di ironia, di leggerezza e di divertimento. A sorprendere, oltre la vitalità e la grazia di una regista che ha mantenuto lo spirito dei suoi vent’anni, è però la lezione di cinema che emerge ad ogni scena: Visages Villages non è un documentario, non sono fogli di diario, non è una finzione, è tutto questo e molto di più ancora perché ad ogni scena ti sembra di entrare in un film nuovo, a secondo di quello che il mondo che incontrano i due autori propone loro.

Così c’è tempo per parlare dei problemi di vista di lei e per visitare la nonna centenaria di lui, per ribadire l’egoismo di Jean-Luc Godard (la deviazione a Rolle, dove abita il regista, è commovente ed emozionante insieme) e ricordare l’amore per i gatti, in un trionfo di intelligenza appassionata, di divertimento e allegria. Che restituisce al cinema la sua forza di invenzione e di poesia.

LINK ALL'ARTICOLO COMPLETO


L’incontro magico tra la regista e l’artista, in quello che non non è un testamento ma ancora un’opera prima. Un’autentica lezione. Fatta con una semplicità impressionante.

Tutta una vita. Che si condensa in un incontro magico, quello tra Agnès Varda e JR, l’artista francese che utilizza la tecnica del collage fotografico. 89 anni lei (90 il 30 maggio), 35 lui. Un abisso anagrafico, ma una spinta comune: la passione per le immagini in generale e soprattutto sui dispositivi per mostrarle, condividerle, esporle. L’incontro tra loro è avvenuto nel 2015. E, insieme, hanno deciso di girare un film lontano dalle città.

Visages villages. Quasi un gioco di parole. Ma anche due elementi che si fondono, che diventano indistinguibili. Un documentario on the road sulle diverse forme del guardare. Un’opera teorica potentissima ma dalla naturalezza disarmante. Gli occhi sulle cisterne sono già il segno di un movimento per cui possono essere gli oggetti stessi che guardano. Nelle fotografie ingrandite che vengono esposte come murales. Di persone vere. Dove ogni loro volto nasconde una storia. Ci sono molti modi per riprendersi e raccontarsi, oltre allo scatto frontale. Tra passato e futuro: le vecchie foto dei minatori e i selfie.

Un’autentica lezione. Fatta con una semplicità impressionante. Con un istinto per il cinema che non ha perso nulla in una carriera di oltre 60 anni della cineasta. Dove i volti hanno segnato anche il suo cinema di finzione. Come quello di Cléo dalle 5 alle 7. E il recupero anche di quegli scarti fisici della materia di Les glaneurs et la glaneuse e dei luoghi, con il ritorno sulle spiagge e il mare di Les plages d’Agnès. Con la marea che ha spazzato via le immagini. E la tempesta di vento e sabbia che sembra eliminare dall’inquadratura anche i loro corpi.

Visages/Villages. Ogni inquadratura, pur nell’appiattimento digitale, conserva lo strepitoso senso della prospettiva e l’uso del colore in chiave pittorica. Richiamato in quella folle corsa al Louvre dove JR spinge la regista in carrozzella. Con quella gioia di Bande à part di Godard. Già, Godard. L’amico, il traditore. Quello che, secondo la Varda, “ha cambiato il cinema”, il suo protagonista quasi ‘keatoniano’ con Anna Karina nel corto burlesque Les fiancés du Pont Mac Donald di cui si vede un frammento nel film. Ma anche l’uomo che oggi le tiene la porta chiusa, che le lascia un biglietto che richiama Jacques Demy dove la cineasta si commuove rabbiosamente, in un frammento di un’intensità sconvolgente. Con una complicità di JR che con lei sembra progressivamente sciogliersi, aprirle le porte della sua famiglia nell’incontro con la nonna. La videocamera sparisce. C’è leggerezza e mobilità prima. Poi, magica assenza. Lo scarto generazionale, l’amicizia (quella brutalmente negata oggi da Godard) in un’inquadratura. Lui che sale le scale di corsa, lei in modo affannato, le loro ombre sui muri.

Visages/Villages. Innanzitutto, gli occhi. Quello tagliato di Un chien andalou di Buñuel. JR che porta sempre gli occhiali da sole. I problemi alla vista di Agnès. La sua malattia. Che si incontrano come se il cinema esistesse senza nessun dispositivo. Come tante videocamere che si moltiplicano e stanno dappertutto. Con la soggettiva sfocata di lei. E lo sguardo di JR su di lei. Dove la regista diventa sempre protagonista di collage, dipinti. Come quello della ruota rossa nel trattore. Passa tutta una vita. E ogni personaggio che incontrano mostra parte della propria esistenza. Anche guardando solo nell’obiettivo. Ghirlandaio, Raffaello, Botticelli. Con la regista che li attraversa in velocità. Ma forse vorrebbe fermarsi ed entrare dentro ogni quadro. E poi Agnès Varda. E poi (o insieme) JR. Cambiano i dispositivi. Ma ogni immagine non ha età. Soprattutto quelle di Visages villagesCosì piene che ogni volta lo stacco di montaggio è una rivelazione e anche un dispiacere. Perché non si vorrebbe mai abbandonare l’immagine precedente. In un film strepitoso che non è un testamento. “Dopo ogni incontro per me è come l’ultima volta”. Ma questo cinema sembra quello della prima volta. Del 1954. Di La pointe courte. In mezzo ci sono 63 anni. Ma sembra già domani.

LINK ALL'ARTICOLO COMPLETO



COLLAGE E IDENTITÀ

L’aspetto visione è significativo anche per altri versi. Varda e JR fanno i conti entrambi con un’alterazione: lei inevitabilmente con un difetto senile per cui la vista risulta sfocata, lui vede i colori con una dominante data da occhiali scuri che ha scelto di non togliersi mai. Sono condizioni percettive che diventano oggetto di una sana ironia.
Visages, Villages è un collage. Il termine ricorre spesso nelle interviste e nei talk della regista in proposito. È un collage per cui, pur essendo un film rientrante a pieno titolo nel genere documentario, a esso si incollano i caratteri della commedia, del road movie, della poesia delle piccole cose che diventano grandi. È come se ne Nel corso del tempo, altro film di viaggio iniziato come scoperta di realtà decentrate in estinzione, Wenders si mettesse a dare ascolto, risalto e linfa ai personaggi che incontra e non al proprio io e a quello dei compagni di viaggio, non al senso che si trova per sé in una condizione di ricerca. Visages, Villages è tutto proiettato verso l’esterno, verso l’altro da sé. Le identità di Varda e JR, pur significative, sono un mezzo e non un fine. Mediante il viaggio, in Wenders vi è un ritrovare per ritrovarsi, in Varda e JR un ritrovarsi per ritrovare.

LINK ALL'ARTICOLO COMPLETO

Dalle spiagge 'storiche' della Normandia ai dock di Le Havre, dai villaggi della Provenza passando per le regioni agricole, i nostri partono alla scoperta della vrais gens, componendo una galleria generosa e nostalgica di volti, interrogando principalmente il mondo operaio e contadino, quello che resta, quello che cambia, quello che scompare.

LA CELEBRE REGISTA CLASSE 1928 E IL GIOVANE FOTOGRAFO JR UNISCONO GLI SFORZI PER REALIZZARE UNA PELLICOLA IRONICA E PROFONDA. UN VIAGGIO TRA I VOLTI DELLA PROVINCIA FRANCESE.

Visages, Villages è un documentario su persone che vivono la Francia contemporanea da una postazione di provincia, e che sono poco considerate dalle grandi correnti di informazione. A puntare l’attenzione su questa realtà sono un’anziana cineasta e un giovane artista: Agnès Varda, gloriosa protagonista femminile della Nouvelle Vague, anche se non ama rientrare in questa etichetta, e JR, che usa la fotografia per fare interventi pubblici trasformatori del paesaggio. Chi ha intuito le potenzialità del connubio – meglio non tralasciarlo ? è stata Rosalie Varda, figlia della regista e produttrice del film, finanziato da una campagna di crowdfunding.
Due menti e due cuori hanno sviluppato un documentario fuori schema, fatto d’intensità e leggerezza, basato su una serie di incontri. Il senso e il valore dell’incontro caratterizzano il film. Due generazioni si incontrano nella regia e nel viaggio. Più di cinquant’anni separano le età di Agnès e JR, che intraprendono un’esplorazione di luoghi lontani dalle grandi città, dove incontrano persone che assurgono a protagoniste di immagini giganti, vistose, pubbliche.
A fare da catalizzatore per la concezione del film è stata una particolare dotazione di JR, il camion-photo, oggetto di grande ammirazione da parte di Agnès Varda. Si tratta di un furgone che contiene una piccola sala di posa con attrezzatura professionale completa, in modo da offrire un apparato mobile utile ad assicurare tutte le fasi della lavorazione, dallo scatto alla stampa in bianco e nero su grandi formati.

Il viaggio della coppia Varda-JR serve a dare volto e risonanza nei contesti originari al postino, all’agricoltore, al campanaro, all’operaio, a un’anziana ultima a resistere nell’abitare case di minatori. La loro immagine o di elementi prescelti viene ingigantita per essere proposta su facciate di costruzioni inserite nel paesaggio. Si mette così in atto una trasformazione urbana, solitamente di breve durata, ma soprattutto si mette in atto una trasformazione di coscienza. La forma che assumono gli edifici serve a generare forme di consapevolezza nei vari personaggi incontrati, facenti parte di un’umanità fuori dal radar del web, della televisione, dell’interesse dei più.
Il film è un’inchiesta dalle valenze sociologiche importanti. Ma non ha niente delle indagini scientifiche o giornalistiche, caratterizzate da un approccio distaccato, tendente a un’oggettività che si pone come seria. Invece l’approccio di Varda e JR è empatico e rigolo, ma non meno serio, perché non elude le difficoltà e il dramma di tante mutazioni sociali, economiche, tecniche. Con una dose di buonumore si risponde a tante visioni tragiche presenti nell’informazione diffusa, senza scadere in una visione consolatoria, senza arrivare a un’immagine edulcorata di tanti cambiamenti avvenuti e in atto.

LINK ALL'ARTICOLO COMPLETO