L'ARCO

L'arco, a metà tra parabola morale e allegorica rappresentazione: una storia che se da un lato si presta allo scandaloso punto di vista di un vecchio che rapisce una bambina per sposarla una volta cresciuta, dall'altro si apre a molteplici interpretazioni sul karma e sul ciclo della vita.
Un'effigie del Budda e un simbolo di yin e yang che richiama visibilmente la bandiera sudcoreana fanno da bersaglio per le frecce dell'anziano protagonista, in un misto di rituale profetico e sfogo rabbioso. Difficile dire se l'ermetismo dei simboli rappresenti una scelta di stile o un astuto mezzo per suggerire e lasciare lo spettatore estasiato a interrogarsi sul loro significato, ma è tutto il linguaggio del Kim Ki-duk maturo a nutrirsi di queste ambiguità. E a svestire la messa in scena, appiattendo volutamente lo stile da lussureggiante che era, conducendo verso la claustrofobia di un kammerspiel interamente giocato su una barca-mondo, legata intimamente al destino dei protagonisti.
Una mutazione comunque interessante del discorso autoriale di Kim, una svolta sempre più dominata dall'occhio voyeuristico del regista - la ragazza come reificazione di un desiderio lascivo, sottolineato dal rosso della bocca carnosa - in cui affiorano crepe sensazionalistiche che in seguito diventeranno preponderanti.

2005
Corea del sud
Drammatico
Kim Ki-Duk
Min-jung Seo, Jeon Sung-hwan, Han Yeo-reum, Seo Ji-seok, Jeon Gook-hwan, Kim Il-tae
90 min
3,90


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Kim ki duk rasenta il capolavoro, lo tocca e fugge via. Ne sorride. Racconta con semplicità del tempo e dello spazio. Della vita e delle sue voglie. Unendo silenzi a monosillabi fulminanti. Creando dei personaggi che lottano continuamente con i loro fantasmi e le loro ossessioni, tenere e ossessive. Regala immagini, suoni e musiche che penetrano l’essenza del cinema stesso. Mentre un arco teso suona la sua nenia triste, e scocca frecce che predicono il futuro.

Dopo Ferro 3 sembrava quasi impossibile che il maestro sudcoreano potesse raggiungere di nuovo una tale profondità mescolando, come un’alchimista, tutti gli ingredienti che continuano a dare al suo cinema un respiro nuovo e sensuale. Ma ci è riuscito di nuovo.
Con i suoi personaggi, arroccati sulla nave di un cinema in tempesta.

Il cinema di Kim Ki-duk è un coacervo di topoi ricorrenti, fortemente caratterizzato ma costantemente a rischio di manierismo o di stasi eccessiva sui medesimi temi. Talora sembra quasi che il regista giochi con lo spettatore, sviandolo con elementi accessori per poi riportarlo nel suo regno, costellato di ossessioni onnipresenti. Quelle che da Crocodile in avanti tormentano i sogni e le visioni di Kim: un eroe o un bruto o entrambi, taciturno e iracondo, che prova per una ragazza, una donna o forse La donna, un amore insano, possessivo, violento e inaccettabile per la società, ma che è anche capace di tenerezze imprevedibili.
Con l'acqua come tessuto connettivo delle diverse storie, liquido amniotico da cui (ri)nascere e simbolo di una sessualità che segue leggi feroci e imperscrutabili. Le accuse di misoginia e di astuto compiacimento non sono mai mancate, almeno fino all'accettazione universale del talento di Kim, coincisa con il successo di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera e di Ferro 3.
Una visione più sfumata e incline al simbolismo, in odore di estasi mistica, che rende l'esperienza fruibile a più livelli senza che risulti meno disturbante.

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