PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA

In un tempio buddista, che fluttua in una valle inondata, un maestro osserva il suo giovane allievo mentre si relaziona con il mondo esterno. Quando il piccolo si diverte a torturare un pesce, una rana e un serpente, il maestro lo ammonisce, avvertendolo sulle conseguenze del dolore inflitto agli animali.

2003
Corea del sud
Drammatico
Kim Ki-Duk
Oh Yeong-su, Kim Ki-Duk, Young-min Kim (II), Seo Jae-kyeong, Ha Yeo-jin, Kim Jong-ho
103min
3,90


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Superata la trasgressione necessaria di film come CrocodileL'isola o Bad Guy, Kim Ki-duk rielabora i temi della sua poetica in una forma più tradizionale in senso assoluto ma nuova per il suo cinema. Una lectio moralis in cui i simbolismi semplici e la cura amorevole per la fotografia e gli scenari naturali avvicinano il regista alla consuetudine di ciò che il pubblico occidentale si attende dal cinema d'autore dell'Estremo Oriente. Ma è solo apparenza. L'ambientazione che sembra più accogliente - una valle inondata, con un tempio fluttuante e una perenne aura di misticismo - rispetto ai consueti paesaggi suburbani, carichi di disagio, introduce a una storia non meno crudele e intensa di quelle a cui Kim ha abituato il suo pubblico (e in fondo si tratta del medesimo scenario che caratterizzava L'Isola, con l'acqua ancora una volta elemento fondamentale di isolamento e alterazione temporale). In cui ancora una volta sono i dettagli a rivelare più del quadro di insieme.
Un monaco-santo - il soprannaturale, o l'inesplicabile, che accompagna i suoi spostamenti e i suoi gesti non è mai sottolineato, è solo assunto come tale - fa da raccordo tra i segmenti narrativi dell'opera che corrispondono ad altrettante fasi della crescita, caduta e ascesa di un uomo, prigioniero di barriere interiori e di pulsioni e istinti che fatalmente lo allontanano dal cammino della saggezza. Un percorso che è forse impossibile da affrontare senza errare, senza che i più miserabili degli atti insegnino a riconoscere il vero e il giusto nella natura delle cose.
Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera è apologo morale e insieme non lo è, perché sfugge a una spiegazione chiara e si apre a molteplici e finanche discordanti interpretazioni sul senso dell'esistenza. Perché la verità non è qualcosa che si possa spiegare e la sua testimonianza non è fatta per rimanere, come un sutra che evapora appena dopo essere stato impresso; la riflessione sulla scrittura come liberazione dalle paure e dai demoni interiori è centrale nel percorso di crescita e redenzione, ma nulla è eseguito per essere esibito, perché qualcuno lo apprenda, è solo eseguito in quanto inevitabile, per un dovere che è innanzitutto intimo, rivolto a se stesso. Per Kim Ki-duk non esistono feti astrali che nascano con una nuova consapevolezza, non esiste evoluzione né alterazione di ciò che è: se il tapiro abbattuto di Kubrick significa un avanzamento, il serpente ucciso dal gioco crudele di un bambino curioso significa reiterazione infinita del ciclo della vita.
Un pessimismo di fondo, tipico di Kim, che rimane comunque solo una delle possibili interpretazioni di un'opera capace di ispirare visioni infinite e altrettante letture, sempre nuove, in ogni occasione.

Cinque stagioni (tempo circolare), due personaggi principali, una casetta ancorata in un laghetto tra i monti, un'azione scandita ogni dieci anni, mezzo secolo di ascesi per diventare un vero uomo. È la storia di un bambino educato con rispetto affettuoso da un anziano monaco, dall'infanzia innocente e crudele (primavera), all'adolescenza appassionata che scopre l'amore carnale (estate), poi ossessione che sfocia nella gelosia omicida (autunno) e infine la quieta saggezza dell'ingresso nell'alta età (inverno). E il ciclo ricomincia con un bimbetto abbandonato. Opus n. 8 di un regista coreano abituato a raccontare drammi contemporanei, ribollenti di violenza e crudeltà, è un film straordinario per bellezza paesaggistica. Nei primi due capitoli può dare il sospetto di un estetismo pittorico fin troppo raffinato, come un calligrafico esercizio idilliaco di stile. Nella 2ª parte, però, quando dal mondo esterno irrompono le passioni, le invenzioni narrative e registiche si susseguono. In inverno, sul lago ghiacciato anche la natura si fa minacciosa, non più incontaminata nel suo splendore. Così infantilmente scherzosa nel 1° capitolo dov'è applicata a rane e pesci, la grossa pietra che faticosamente l'adulto e atletico monaco trascina sino alla vetta più alta diventa la metafora della pena del vivere, ma anche di un'ascesa alla conquista di una pace autentica. Premio del pubblico a Locarno 2003. Fotografia (Dong-hyeong Baek) e musica (Ji-woong Bark) di prim'ordine.

Difficile raccontare, descrivere questo film del quarantaquattrenne sudcoreano Kim Ki-duk, lanciato in Europa da una serie di affermazioni nei festival di Venezia, Locarno, Berlino. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera è infatti indescrivibile, si sottrae alla narrazione, alla sintesi, come d’altronde alla traslitterazione degli ideogrammi che tanta parte, misteriosa ai nostri occhi, hanno nella vicenda.

È cinema allo stato puro, è visione/contemplazione delle cose senza il degrado della messa in scena e con raro ricorso alla parola. Peraltro il doppiaggio non gli giova: meglio sarebbero i sottotitoli per non intaccare la magia sonora di una lingua “incomprensibile”. Certo, si può dire che il film è ambientato in un minuscolo tempio su una chiatta nel lago Jusan Pond, un’isola di beatitudine, ma non solo, nel mezzo delle montagne.

Là un bambino impara dal suo maestro la dottrina buddhista con un apprendistato basato sull’esperienza, ad esempio sulla messa al bando della crudeltà contro gli animali (difficile non pensare alla tortura “tornata di moda” in Iraq). Stagione dopo stagione, il bimbo cresce, diventa un giovanotto, s’innamora di una ragazza giunta lassù bisognosa di erbe curative e la segue in città dove un giorno – accecato dalla gelosia – la ucciderà.

In fuga, il Nostro si rifugia nell’eremo lacustre per espiare il delitto attraverso una scrittura rituale e quindi si lascia arrestare da due poliziotti. E non manca la scena “comica” del vano tiro a segno dei detective armati di pistola contro un bersaglio che il vecchio monaco zen colpirà senza prendere la mira, con un sassolino! Anni dopo, dal carcere il protagonista rientra nel tempio del maestro – che panteisticamente s’era dato fuoco su un pira galleggiante -, e rinverdisce gli esercizi spirituali e marziali, pronto a sua volta a farsi mentore di un altro bimbo, a introdurre una nuova primavera.

Il tempo è circolare, è un eterno ritorno, è tutt’altro dall’idea lineare del progresso, un mito occidentale. Ma ciò detto, è detto nulla. Il film è altrove, è un pesce nell’acqua per la naturalezza mai noiosa delle scene, è spiazzante persino rispetto all’estetica del regista, il pittore-sceneggiatore-montatore-scenografo-attore Kim Ki-duk (lo vediamo nei capitoli autunnale e invernale) che ci aveva sedotto col raffinato erotismo e la violenza implosiva di film come L’isola e Indirizzo inesistente.

Le diverse stagioni corrispondono, secondo lo stesso autore, “al tema delle qualità che cambiano negli esseri umani: il senso della maturità nelle nostre vite, la crudeltà dell’innocenza, l’ossessione nei desideri, il dolore nei propositi omicidi e l’emancipazione nella lotta”. Altro non vorremmo aggiungere. Anzi, questo sarebbe un film da recensire con una pagina bianca di stupore.