NATIONAL GALLERY

Wiseman entra alla National Gallery di Londra e quel che ne esce supera di gran lunga la conoscenza dell'avventore più appassionato e frequente. Accade sempre così quando il maestro indiscusso di questo genere di documentario sceglie un soggetto. Perché Frederick Wiseman non si accosta alle cose, le penetra, ne osserva i bordi, la profondità, i doppi strati, ribaltando le prospettive per interrogarle tutte, nessuna esclusa. Con obiettività, con metodo, con la volontà di imparare tutto ciò che si può imparare, proprio lui che, a più di ottant'anni, ha così tanto da insegnare.
Con National Gallery , però, accade qualcosa di più: in un certo senso, il regista esce allo scoperto. Non è un mistero che il suo lungo fotografare la realtà, tenersi fuori scena, trasformare il documento da concreto ad astratto con la sola forza del punto di vista, sia da sempre un modo di parlare anche del dispositivo che lo rende possibile, ovvero del cinema (basta pensare che ci sono più dialoghi da antologia in quelli rubati dal suo microfono che nella maggior parte delle sceneggiature più incensate). Eppure, questa volta è davvero possibile seguire tutto il film, nella sua consueta durata-fiume che mai stanca e mai esonda, sostituendo all'oggetto dell'indagine il cinema nei suoi tanti aspetti. Il dipinto per l'inquadratura, il museo per l'industria, l'arte per l'arte.
Ecco allora che le riunioni di marketing che si tengono alla vigilia del consiglio d'amministrazione della galleria assomigliano a quelle di una casa di distribuzione alla vigilia della promozione del film, che il laboratorio con i ciechi sembra parlare di 3D, che le questioni di budget (soprattutto di tagli al budget...) sono le stesse, ed equivalenti sono i problemi posti dai necessari interventi di restauro e conservazione. Ed è solo l'inizio. Varcando la soglia della cornice per entrare nella narrazione interna al dipinto, si precisa ancora di più il paragone con il film, mezzo di intrattenimento ma anche espressione del suo autore, soggetto al potere del committente/produttore, inserito in un preciso contesto storico-artistico, analizzabile dal punto di vista del colore e della composizione oppure nel suo dialogo con le altre opere della stessa "sala" e con le altre arti.
Wiseman racconta il museo come fosse un testo, con tante storie al suo interno ma anche una copertina studiata per la vendita, una superficie da spolverare, un uso e un'interpretazione differenti a seconda del lettore di turno. Ma National Gallery è anche e soprattutto una critica della critica (cinematografica) che avrebbe ragione di diventare un testo imprescindibile per gli addetti ai lavori, oltre che uno spettacolo per gli occhi e una conversazione privata e politica con la storia dell'arte sull'atto stesso del guardare

2014
Francia, USA, Gran Bretagna
Documentario
Frederick Wiseman

180 minuti
4.99


TRAILER


ACQUISTA

Valuta:

WISEMAN RACCONTA IL MUSEO DI LONDRA COME UN TESTO, FATTO DI ARTE E DI EDITING. MA SOPRATTUTTO DI CINEMA.

L’espansiva e approfondita indagine che Wiseman fa della celebre pinacoteca britannica appare come un regalo senza tempo. Questo tour lucido dietro le quinte del museo è guidato dall’approccio anti-narrativo del grande maestro e dall’infinita saggezza che pervade ogni inquadratura.

Fotogallery

Il cinema di Wiseman è a suo modo inattaccabile. Nessuno come il cineasta americano appare in grado di sviscerare senso, funzionamento e significati reconditi di un meccanismo, di un organismo, di un luogo chiuso in cui si svolgono delle attività umane. In tal senso, National Gallery presentato a Cannes nel contesto della Quinzaine des réalisateurs è l’ennesimo esempio in grado di dimostrare questo assunto. Il museo nazionale inglese, con sede a Londra, diviene il centro del mondo, il microcosmo da cui si accede a un macrocosmo in quanto vi vediamo messe in pratica sostanzialmente tutte le attività principali dell’umano: l’educazione (ai bambini viene spiegato come si vede e come si interpreta un dipinto), l’interpretazione stessa (il saper leggere al di là della superficie), la mediazione politica (gli incontri tra i gestori del museo impegnati ad affrontare le varie questioni che si pongono di volta in volta), la salvaguardia e il restauro di un’opera d’arte che si colora ovviamente dei toni della salvaguardia della tradizione artistica e dunque della storia della nostra civiltà.

Di fronte a un tale ricchissimo e complessissimo discorso, non si può non restare affascinati ed irretiti, ed ogni volta spiazzati e saziati da una nuova scoperta (alcune lezioni fatte dalle guide sono di notevole valore didattico e, a loro modo, commoventi). Inoltre, stavolta, mettendo al suo centro l’opera d’arte, Wiseman lavora più direttamente sullo sguardo, sull’enigma visivo e dunque arricchisce National Gallery di un costrutto metalinguistico, dove la caratteristica di certa pittura del passato di parlare per codici, simboli e allusioni, si riversa nel presente nella sensazione di non poter comprendere fino in fondo tutte le intenzioni che un’artista può aver messo in opera nel realizzare il suo singolo quadro. Ciò significa che noi siamo chiamati – per dovere verso il nostro passato – a salvaguardare i reperti venuti da civiltà vicine o lontane, ma che non potremo mai affermare con sicurezza di poterle “abitare” (e interpretare) fino in fondo. Resta un fondo oscuro e volatile che è quello del senso stesso della visione, discorso che Wiseman finisce per esplicitare in una stupenda carrellata di volti dipinti che ci guardano e che a loro volta sono guardati da noi.

Ecco, probabilmente, è in questa messa in scena dello sguardo – tematizzata esplicitamente, a differenza di altri film di Wiseman, dove il discorso era implicito – che si può leggere la vera novità di National Gallery. Un film che comunque non è esente da qualche leggerissimo limite, del resto già ravvisabile in alcune delle ultime opere del cineasta americano: l’essere completamente al servizio di un organismo funzionante senza avere più alcuna intenzione di evidenziarne eventuali contraddizioni. È il sentore dunque di un’opera su commissione come, in maniera ancor più avvertibile, si percepiva ad esempio in La danse (2009), dedicato al balletto dell’Opéra di Parigi. Resta il fatto comunque che la ricchezza di film come National Gallery è difficile vederla altrove.

Quando entriamo in un museo ci soffermiamo su quadri, sculture, sulle persone in fila che fanno a gara per fotografare un dipinto che, sullo schermo del telefono o di una macchina fotografica, non avrà mai gli stessi colori e la stessa vitalità di quando lo guardiamo con i nostri occhi. Osservando i dettagli di una tela non sempre notiamo che in realtà quello che potrebbe sembrare un semplice oggetto fatto di cera, colori e legno in realtà è un organismo vivente, una finestra pulsante sul mondo, sul passato, su noi stessi.

Entrando nella National Gallery, il celebre museo di Londra, Frederick Wiseman, forse il più importante documentarista vivente, ha colto il respiro dei quadri, facendo parlare il loro silenzio e capendo che dietro quelle pennellate c'è una storia, un sentimento, vita. Soprannominato spesso "un tesoro americano", Wiseman, premiato con il Leone d'Oro alla carriera alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia, in quasi 50 anni di lavoro ha realizzato più di 40 film, concentrandosi soprattutto su luoghi al cui interno la vita quotidiana e l'ingegno umano si esprimono al meglio, microcosmi di cui svela i segreti e fa diventare metafora universale.

Guidando lo spettatore con l'occhio curioso e preciso di un entomologo, il regista volteggia tra le sale del museo londinese facendo delle opere d'arte i suoi narratori, rinunciando alle classiche interviste e alla voce fuori campo, dando un vero e proprio ritmo alla struttura architettonica e facendo del silenzio la sua colonna sonora ideale. In questo modo la bellezza delle immagini esplode in tutta la sua potenza, instaurando un vero e proprio dialogo con chi guarda e facendo capire ben presto che un quadro, o una statua, non sono semplice materia fredda e immobile, ma un organismo che cambia in continuazione con il cambiare dello sguardo che si posa su di esso, restituendo ogni volta emozioni e voci differenti, come nel caso del ritratto del padre di Cézanne, che, a prima vista, sembra semplicemente l'immagine di un vecchio, mentre in realtà è intriso dell'affetto del pittore per la figura paterna.

Oltre alla bellezza messa letteralmente in mostra, la National Gallery offre tutto un sottobosco di attività e persone che, dietro le quinte, tramandano e si prendono cura del genio di chi le ha precedute. Wiseman mostra dunque affascinato il lavoro dei restauratori che, come dei Don Chisciotte dotati di macchine ai raggi X e composti chimici, cercano di combattere il tempo in nome di un bene più grande, quello della bellezza, destinata a sopravvivere nei secoli.

La danza della bellezza

Con le sue tre ore di durata, frutto della selezione di 170 ore di girato, effettuato nel corso di 12 settimane per un lavoro complessivo di 14 mesi, National Gallery è una straordinaria opera composta a più strati, proprio come i dipinti che mostra: in superficie c'è la bellezza del museo e dei tesori che contiene, allargando il campo d'osservazione c'è l'amore per la narrazione attraverso le immagini, grazie cui anche delle riprese di due quadri uno dietro l'altro sembrano raccontare una storia, poi c'è la consapevolezza che la bellezza e l'arte sono in grado di resistere al tempo, di dirci chi siamo e di testimoniare, in un ipotetico futuro in cui l'uomo sarà diverso o estinto, o semplicemente a generazioni molto lontane dalla nostra, che cosa è stato e cos'è l'ingegno umano, quali sono le passioni che ci muovono e quali sogni ci hanno spinto a realizzare oggetti meravigliosi come la Vergine delle Rocce di Leonardo Da Vinci. Proprio come la danza di due ballerini che, volteggiando tra le sale della National Gallery, sembrano rompere la costrizione delle cornici e dello schermo stesso, mostrando come l'arte e la vita siano un tutt'uno.

Premiato a Venezia con il Leone d'oro alla carriera, l'85enne documentarista sceglie uno dei musei permanenti più importanti e celebri del mondo - oltre 2400 opere esposte - per illustrarle, con aneddoti insoliti e osservazioni, ma soprattutto per raccontare la preparazione di una mostra: problemi economici, concessioni pubblicitarie, rapporti col pubblico, conservazione e restauro delle opere, radiografie e illuminazione dei quadri, realizzazione delle cornici, tinteggiatura delle sale, lezioni aperte al pubblico, intrattenimento perfino per bambini e spiegazione dei quadri per i ciechi, concerti di pianoforte e balletti.

Un viaggio d`autore dentro uno dei musei d`arte più importanti del mondo, diretto dal maestro del do

Fin dalla sacrale imponenza della struttura,  propria dei più importanti musei, "National Gallery" è gà un compendio del Wiseman europeo. Il film difatti ingloba - anche con dirette materializzazioni - un circuito che va dalla poesia alla musica, dalla danza al romanzo. Estrapolando alcune parole di una guida, che in merito ai dipinti di Poussin (con un rimando a Mantegna) fa riferimento ad un rimbalzo artistico tra pittura ed altre arti, si può dire che Wiseman abbia realizzato un documentario sul saper guardare l'arte oltre che le persone e che, di conseguenza, il risultato sia uno dei suoi film più esplicitamente metalinguistici, insieme al pur diverso "Blind" (sui non-vedenti dell'Institute for the Blind). In "National Gallery" vi è d'altronde un esemplare rimando al film del 1987: una classe di non vedenti alle prese con una lezione di storia dell'arte. Montata dopo non molti minuti, la sequenza apre in tal modo una porta d'ingresso al film tutto, una ipotetica indicazione sulle illimitate possibilità del vedere che può partire dalla concretezza del tatto e giungere alla potenza dell'astrazione.

Il film si muove su due piani che viaggiano in parallelo. Da una parte c'è la conservazione di un patrimonio di inestimabile valore, dall'altro l'attrazione turistica.
I due fattori incorporano innumerevoli sottotracce e si intersecano ininterrottamente. Il frastagliato, problematico ma vitale territorio artistico pulsa già attraverso la visione dei dipinti conservati nel museo che racchiudono i bagagli di un'intera umanità, attraverso tematiche che vanno dalla fede all'amore, dalla gioia alla morte, dal mistero alla guerra. Wiseman riprende i dipinti in gran parte tagliando i contorni dall'immagine per soffermarsi sulle vivide palpitazioni che le opere sprigionano e che talvolta nascondono. Le sensazioni scaturite dalla visione delle opere mutano di volta in volta a seconda del momento, del visitatore, della distanza tra opera e sguardo; come sembra sottolineare una guida che analizzando Vermeer accenna alla possibilità da parte di un'opera d'arte di dialogare con il visitatore in modo sempre nuovo e di certo oggettivo sebbene rispetto ad altre arti - dal cinema al romanzo - scolpita in una sola immagine.

La National Gallery di Londra è uno dei grandi musei mondiali con i suoi 2400 dipinti. Tutte le esperienze umane sono rappresentate nelle opere conservate dal museo. Il film mostra visitatori, guide, conservatori e ricercatori che discutono tra loro di arte, salvaguardia e conservazione museale…