PEPE MUJICA - UNA VITA SUPREMA

“Il Che Guevara senza sigaro”, “il Presidente più povero del mondo”, “El Pepe”. Come raccontano i suoi tanti soprannomi, José Mujica non ha bisogno di presentazioni: è personaggio noto e amatissimo dal suo popolo e non solo. Ciononostante, un ritratto un po’ meno superficiale non avrebbe guastato, e l'uomo davanti all'obiettivo se lo sarebbe meritato.

2021

DOCUMENTARIO
EMIR KUSTURICA
Pepe Mujica
01:14
4.90


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Per il suo piccolo film sull’ex presidente uruguaiano, Kusturica sceglie la via della conversazione informale, e non potrebbe fare altrimenti con un soggetto come Mujica, che apostrofa le platee ai suoi comizi affermando che dovrebbero scambiarsi il posto: il popolo sul palco e lui, il suo rappresentante, di sotto ad ascoltarlo.

Attivista, politico, guerrigliero orgoglioso del proprio passato e soprattutto sognatore. “El Pepe” e? diventato il presidente dell’Uruguay restando sempre fedele ai suoi ideali. Ma anche abbracciando la possibilita? del cambiamento e della novita?. Un sorprendente Emir Kusturica scava nell’eredita? di Jose? “Pepe” Mujica e ritrova in lui uno spirito affine con cui discutere il senso della vita da un punto di vista filosofico, politico e poetico. Presentato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, il dolce ritratto di un uomo che per tutta la vita non ha mai smesso di lottare per far valere i propri ideali e realizzare desideri all’apparenza utopici.

Le mani di un anziano che prepara il mate. Lo versa in un recipiente, poi lo sputacchia: perché il primo sorso va sempre buttato. Dopo lo sputacchio, lo offre all'altra persona, che nel frattempo ha acceso un sigaro modello Gambadilegno. L'anziano è Pepe Mujica, icona di resistenza, lotta rivoluzionaria, coerenza ai propri princìpi. Un Che Guevara dell'Uruguay, a voler semplificare. Uno che ha fatto la guerriglia, che si è fatto dodici anni di galera disumana, isolato in un pozzo, senza contatti con nessuno. E che poi, di quello stesso Uruguay che lo aveva seppellito vivo, è diventato il presidente.

L'altro, quello col sigaro, è Kusturica. Il regista di questo documentario, e anche di film che hanno segnato gli ultimi vent'anni del cinema d'autore europeo, premiati con il Leone d'oro, due Palme d'oro, l'Orso d'argento. Regista che però, lo capisci benissimo, ama molto sentirsi un outsider, un ribelle, un fuoriclasse sregolato. Come Maradona, a cui ha dedicato un suo documentario precedente, e come Pepe Mujica. E, anche, regista che sembra sempre più ansioso di mostrarsi anche davanti alla telecamera: accanto a Maradona, o accanto a Monica Bellucci nell'ultimo film narrativo, "La vita è un miracolo". O accanto a Pepe Mujica. Come a suggerire allo spettatore un paragone implicito.

C'è tutto del film, in quella prima scena. L'ego di Kusturica, la semplicità di Mujica che riesce a rendere semplice e vero anche un momento retorico. E una telecamera traballante.

È come passare un giorno con Mujica, vedere il film di Kusturica. E in effetti, il film lo segue nel suo ultimo giorno da presidente dell'Uruguay, 1 marzo 2015. Il giorno in cui ha preso il suo vecchio Maggiolino Volkswagen, quello che non vuole vendere a nessun costo, ed è andato a Montevideo, dove lo aspettavano duecentomila uruguaiani commossi. È come passare un giorno con Mujica, con immagini mai curate, sempre un po' sghembe, affrettate, casuali. Però sono sufficienti. Sono sufficienti a farcelo afferrare, a farcelo intuire.

Emir Kusturica

Emir Kusturica è un attore bosniaco, regista, produttore, produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, è nato il 24 novembre 1954 a Sarajevo (Bosnia-Herzegovina).
Nel 1998 ha ricevuto il premio come leone d'argento per la regia al Festival di Venezia per il film Gatto nero, gatto bianco. Dal 1989 al 1998 Emir Kusturica ha vinto 3 premi: Festival di Berlino (1993), Festival di Cannes (1989), Festival di Venezia (1998). Emir Kusturica ha oggi 68 anni ed è del segno zodiacale Sagittario.

Kusturica è uno dei bagliori del cinema più potenti degli Anni Ottanta e Novanta, una vera rivelazione, colui che ha la capacità di mostrare in un'unica inquadratura un intero mondo. Che sia esso l'universo incastonato in una fetida città sotterranea oppure quello sguardo risvegliato - quasi da angelo - e politico - pur ritenendosi senza patria - sulla guerra. Ma tutto sempre con un distacco fortissimo dal realismo, dove però riescono comunque a emergere temi come: l'infanzia segnata dalla violenza e dalla volgarità del mondo degli adulti o la cultura della povertà. Un cinema parallelo, musicale, colorato, simbolico, bislacco, sconclusionato, dove si gioca continuamente con la commedia social-sentimentale, dove si mescolano alla rinfusa risate e lacrime. Dotato di un umorismo surreale, ma anche di una fortissima amarezza di fondo, ha tentato di penetrare l'America e, non contento, ha rotto perfino le sue stesse regole cinematografiche - come se mai ne avesse avuto - abbracciando il realismo con il genere più "reale" che ci sia, il documentario, realizzando il ritratto del calciatore Maradona, ma anche quelli della sua band. Narratore della piccola realtà jugoslava, passa in filigrana la Storia, descrivendo con garbo usi e costumi locali. Paragonato più e più volte a François Truffaut per la maestria con la quale riesce a mettere sulle scene un processo di maturazione e al primo Milos Forman per la pungente malinconia, è un maestro delle variazioni sui temi che, con la stessa forza di un fiume, straripa continuamente ed eccede, scattando in avanti dosso per dosso, con l'intima necessità di travolgere "indiavolatamente" tutto quello che gli si palesa di fronte... e ogni qual volta lo bagna, lo trasforma in qualcosa di barocco. Fra i registi più dotati della sua generazione, un po' Frank Capra e un po' Federico Fellini, riesce a reggere su di sé disegni complessi, ma senza la minima fatica, mantenendo uno sguardo attento e curioso da capo a fondo.