L'ALFABETO DI PETER GREENAWAY

"A come Amsterdam. A come autistico". Due parole che non indicano solamente la città in cui Peter Greenaway vive e lavora, oppure un modo di essere, ma piuttosto rappresentano l'incipit di questo "alfabeto" filmico, poetico, surreale e un po' sperimentale diretto dall'artista visiva Saskia Boddeke per raccontare la figura del marito, il poliedrico regista gallese Peter Greenaway. "Papà sei autistico, vero?" domanda Zoë (detta Pip) Greenaway al padre. "Gli autistici sono persone acute e con molta immaginazione. Sii, sono autistico", risponde il padre. È così che un'ironica e innamorata Saskia inizia a riprendere il marito Peter Greenaway dalla "a" alla "z", coinvolgendo tematiche care al regista attraverso uno scambio generazionale con la figlia Pip fatto di quesiti, scherzi, poesie, racconti, gesti, creazioni, disegni, visite nei musei, rimandi amarcord su una spiaggia nordica e chiacchierate al bar.

2021

DOCUMENTARIO
SASKIA BODDEKE
Peter Greenaway, Pip Greenaway, Saskia Boddeke
80min
2.90


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“La vita è arte e l’arte è vita”. Questo il motto di Peter Greenaway, filmmaker fra i più eclettici del cinema contemporaneo. Partendo da questa premessa Saskia Boddeke, artista multimediale nonché moglie del regista, fa incursione nella mente del marito. La creatività di Greenaway è incorniciata in una conversazione con la figlia adolescente Pip, che in un dialogo ricco d’ironia mette in ordine alfabetico i punti salienti della vita del padre. “A come Amsterdam”, dice Mister Greenaway, ma anche “A come Autismo”, lo incalza Pip. Le domande della figlia lo colpiscono dritte al cuore, permettendo alla moglie di trarne un ritratto unico nel suo genere: quello di un visionario, sì, ma soprattutto di un uomo e della sua battaglia contro il tempo.

In questo Alfabeto Saskia Boddeke, moglie e complice, regista con la quale oramai il gallese costituisce un binomio inscindibile per allestimenti teatrali e installazioni museali, tratteggia un profilo del marito rivoltandogli contro il suo approccio, il suo metodo, la sua estetica. L’ossessione del catalogo, lo sappiamo, caratterizza tutto il percorso cinematografico di Peter Greenaway: sistematizzare la realtà, ridurla in categorie, controllarla. Un’utopia che corteggia l’idea del fallimento, la implica. Così, partendo dall’alfabeto (come in H is for House o in Lo zoo di Venere, solo per fare due esempi), si costringe il mondo greenawayano in una griglia che possa consentirci di tracciarne delle coordinate precise.
Impossibile: impossibile imbrigliare l’uomo come l’artista, perché inscindibili l’uno dall’altro e mentitori entrambi. Neanche quando a scavare viene chiamata la figlia Pip, in nome di un rapporto privilegiato con l’essere umano più amato: il dialogo è aperto a 360 gradi, eppure di nuovo precluso quando occorre andare a fondo (i precedenti matrimoni del regista, quelle due figlie che non vede più, quel nipote che non ha mai conosciuto). Non esiste la verità su Peter Greenaway, come non esiste sulla sua arte, sul pensiero che essa sottende, sui racconti che la contraddistinguono, certe leggende mai comprovate, i suoi aneddoti letti chissà dove (probabilmente inventati, come, qui, la storia della gorgiera che dovrebbe separare il volto pulito dal corpo sporco). Esistono ipotesi, e questo alfabeto le alimenta senza confermarne alcuna.

L'artista visiva Saskia Boddeke racconta il marito in maniera ironica e sperimentale in un alfabeto filmico poetico e surreale.

Tra le fragilità svelate da Greenaway c'è la mancanza di affetto avuta da bambino - nato nel pieno dei bombardamenti della seconda guerra mondiale a Newport nel 1942 - che l'ha portato a dimenticare quasi la prima moglie e le figlie grandi, per poi riscattarsi in qualche maniera con Pip, quindicenne attenta e intelligente che ripercorre qui, col padre, alcuni tratti della sua carriera attraverso le passioni e le ossessioni - da quelle per gli animali, specialmente i volatili, per il corpo umano e la morte, ad esempio - e i suoi film.

Greenaway, come un adolescente eternamente curioso, assorbe e rielabora quello che gli interessa del mondo intorno. Tanto da ammettere, alla domanda della figlia "Se morissi ora saresti soddisfatto di te?" che "No, rifarei tutta la vita". Questo artista nelle sue opere diventa un connettore e osservatore onnivoro di nozioni, immagini, storie, movimenti, evoluzioni, personaggi, esseri viventi. Come quegli uccelli che tanto lo accattivano e da cui ha preso la passione dal padre con il quale, racconta Peter, non ha mai avuto un grande rapporto per via delle sue velleità artistiche, incomprese in famiglia. Tutti elementi che diventano una ossessione, come quella per l'ornitologia appunto, trasmessa in un film che il regista stesso definisce "enciclopedico" di tre ore dal titolo The Falls.

E intanto l'alfabeto prosegue formando una miscellanea. "C for Chidren", i figli. "D for Death", la morte. Altro concetto ricorrente nei film d Greenaway, come ricordano le immagini dell'inquietante film culto Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (1989) dove il corpo del cattivo viene servito a banchetto, citando quel "pasto nudo" di Burroughs. E ancora la morte per il Peter umano: la paura di annegare, qui rappresentata anche nel finale del film con un'immagine quasi citazionistica a un collega della video arte come Bill Viola. Anche il protagonista di un suo film, Eisenstein in Messico (2015), si chiede se i registi verranno ricordati.

Peter Greenaway

NASCE A: NEWPORT, GWENT (GALLES)

NASCE IL: 05/04/1942

FILM: 53

Studia pittura e cinema alla Walthamstow School of Art e tenta in seguito, senza riuscirvi, di entrare al Royal college of Art Film School. Come pittore ottiene la sua prima personale nel 1964 alla Lord's Gallery. Negli anni successivi comincia a lavorare come tecnico del montaggio al Central Office of Information e a dirigere i primi cortometraggi. Nel 1982 viene presentato a Venezia "I misteri del giardino di Compton House" (The Draughtsman's Contract), suo primo lungometraggio a soggetto. I suoi otto film successivi - fra cui: "Il ventre dell'architetto" (The belly of an architect, 1987); "Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante" (The cook the thief his wife & her lover, 1989; "I racconti del cuscino" (The pillow book, 1996) - lo impongono come uno dei maggiori autori europei. Nel contempo realizza video, documentari e mostre che testimoniano il suo interesse per le diverse forme di espressione artistica. Nel 1996 ha divorziato dalla moglie, venduto la sua casa di famiglia in Galles e si è stabilito in Olanda. Negli anni il suo lavoro si direbbe sempre meno rivolto a un pubblico cinematografico, vedi il trittico girato in digitale "Le valigie di Tulse Luper" la cui prima parte è stata presentata a Cannes e la terza a Venezia.