LA TARTARUGA ROSSA

Scampato a una tempesta tropicale e spiaggiato su un'isola deserta, un uomo si organizza per la sopravvivenza. Sotto lo sguardo curioso di granchi insabbiati esplora l'isola alla ricerca di qualcuno e di qualcosa. Qualcosa che gli permetta di rimettersi in mare. Favorito dalla vegetazione rigogliosa costruisce una zattera, una, due, tre volte. Ma i suoi molteplici tentativi sono costantemente impediti da una forza sotto marina e misteriosa che lo rovescia in mare. A sabotarlo è un'enorme tartaruga rossa contro cui sfoga la frustrazione della solitudine e da cui riceve consolazione alla solitudine.

UN'OPERA SEMPLICE E METAFORICA CHE DISEGNA LA VITA ATTRAVERSO LE SUE TAPPE ED ESPRIME UN RISPETTO PROFONDO PER LA NATURA E LA NATURA UMANA.

Sala virtuale: 
2016
Michael Dudok de Wit
ANIMAZIONE
80min
2,50
Dall'8/01
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Un silente viaggio sentimentale


Innanzitutto, #sapevatelo: La tartaruga rossa è uno dei migliori film di animazione degli ultimi anni. Inoltre, c’è poco da stupirsi: il progetto è nato dallo sforzo produttivo di due universi (quello francese e quello giapponese) che considerano l’animazione un mercato fertile e ricco di possibilità.
La tartaruga rossa è il primo lungometraggio di De Wit dopo una serie di ottimi corti. Il suo è un cinema di puro amore per l’animazione, una forma d’arte che, nelle mani dei suoi migliori interpreti – come lui – permette una comunicazione emozionale senza compromessi. 
Il film co-prodotto dallo Studio Ghibli è una grande metafora della vita, dei suoi alti e bassi, del suo scorrere inesorabile. La vita del protagonista equivale, con le dovute proporzioni, a quella di ciascuno di noi: un percorso fatto di scossoni, rabbia, amore, nostalgia, noia. De Wit, coadiuvato da Takahata, costruisce momenti di pura poesia visiva, alternando sequenze oniriche (magnifiche quelle in cui sogna di fuggire attraverso un ponte immaginario, o quando è divorato dal senso di colpa nei confronti della tartaruga) ad altre dal forte impatto emozionale (lo tsunami, l’addio al figlio, i teneri momenti in cui la famiglia si stringe attorno al proprio amore). Il tutto accompagnato da una regia esemplare, minimale, delicata e, naturalmente, un’animazione notevole, capace di mescolare con fluidità tecnica tradizionale a quella in computer grafica.
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Una storia fuori dal tempo
   
Una spiaggia deserta, il rumore delle onde e del vento, il cielo e il mare che si confondono nelle sfumature di un blu pastello: un uomo fissa l’orizzonte.
Probabilmente non esiste un’immagine più semplice, immediata e, se vogliamo, banale di questa per stimolare una qualsivoglia riflessione sulla vita e sul suo senso; sull’uomo e sulla (sua) natura. Basta questo: un’immagine. Ed è incredibile pensare che in un contesto come quello del panorama visivo contemporaneo – dove l’eccessiva sovraesposizione ad immagini ultraspettacolari ed iperrealistiche sembra aver precluso agli spettatori la possibilità di stupirsi veramente – sia proprio la purezza di un’immagine così semplice a generare un genuino senso meraviglia.
È così che nasce la meraviglia: dalla reinterpretazione dell’ordinario (almeno da un punto di vista narrativo) che grazie al filtro dell’animazione si trasforma, in maniera inaspettata e sorprendente, in qualcosa di straordinario; una realtà plasmata attraverso i disegni che diventa una poesia in movimento attraverso cui viene messo in scena il cerchio della vita.
Una collaborazione tra Europa e Giappone (è la prima incursione dello Studio Ghibli nel vecchio continente) che riesce a evitare ogni possibile incomprensione linguistica affidandosi all’universalità del linguaggio cinematografico e ad un’affascinante e poetica visione dell’esistenza.
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Fascinazione senza tempo
   
Quando l'Europa e lo Studio Ghibli si incontrano. Per tornare a far parlare, senza parole, l'uomo e la natura: fascinazione senza tempo
A parlare, piuttosto, mai come stavolta è la fascinazione delle immagini. Quando l’Europa e lo Studio Ghibli si incontrano (per la prima volta) nascono fiori: scritto dalla francese Pascale Ferran e dall’olandese Michael Dudok de Wit, qui alla prima regia di un lungometraggio ma già autore di cinque cortometraggi (tra i quali Father and Daughter, premiato con l’Oscar nel 2001), con Isao Takahata (regista di molti film d’animazione, tra cui Pom Poko nel ’94) produttore artistico, La tortue rouge è un importantissimo trattato (ecologico, ambientalista, umano) sulla poesia dei suoni e delle immagini.
Già dalla prima sequenza, quel mare in tempesta che inghiotte un uomo alla deriva, siamo immediatamente catapultati in una suggestione che, capiremo poco a poco, ci chiamerà sempre più a far parte di questo nuovo incontro, quello tra uomo e natura. Che si fa ciclico, anche attraverso le dinamiche proprie del sogno, trovando nelle musiche di Laurent Perez del Mar la perfetta sottolineatura dei vari momenti del racconto.
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Il capolavoro d'animazione che ha commosso il mondo

   

Presentato alla sezione Un Certain Regard all’ultimo Festival di Cannes, La tartaruga rossa è entrato nella cinquina degli Oscar (battuto dal favorito Zootropolis).

Il film è stato realizzato con una tecnica mista, tavole a mano, a carboncino e una penna grafica per animare la zattera e la tartaruga in digitale. Dudok de Wit ha lavorato sei anni al film, che affronta temi larghissimi: morte, natura, amore, senza fornire risposte né spiegazioni certe. Proprio per questo è ancor più coinvolgente e stimolante, per gli adulti ma anche per i bambini. Fondamentali le musiche di Laurent Perez del Mar.

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LA TARTARUGA ROSSA, UNA FAVOLA SUL MISTERO DELLA VITA

   La tartaruga rossa di MICHAEL DUDOK DE WIT, che vanta l'"adozione" del mitico Studio Ghibli (quello di Miyazaki, per intenderci), è un piccolo capolavoro da non perdere. Un film d'animazione (molto adatto a bambini non piccolissimi ma anche agli adulti) di grande forza poetica che sa affrontare in maniera semplice e allo stesso profonda i grandi temi della vita.

Su un'isola deserta approda, sbattuto dalle onde, un naufrago. L'uomo esoplora l'isola, ne scopre l'abbaliante bellezza, i pericoli nascosti, trova di che nutrirsi. Il desiderio di tornare alla sua vita lo spinge tuttavia a costruirsi una zattera, ma per due volte una forza misteriosa colpisce l'imbarcazione di fortuna e la manda in pezzi, costringendo il protagonista a farsi di nuovo naufrago e tornare sull'isola. Al terzo tentativo di andarsene, scopre che a distruggere la zattera è una grande tartaruga rossa che, ancora una volta, lo costringe a tornare indietro.

Poco dopo, quella stessa tartaruga rossa arriva sulla spiaggia, scatendo l'ira dell'uomo che abbatte su di lei la sua frustrazione, lasciandola morire sotto il sole. Se ne pentirà quando sarà ormai troppo tardi, ma proprio quando l'animale sembra morto, farà all'uomo un inaspettato e meraviglioso dono...

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