LEZIONI DI PERSIANO

Catturato dai nazisti mentre attraversa la Francia nel 1942, l'ebreo belga Gilles riesce a scampare a un'esecuzione sommaria spacciandosi per iraniano. Un tentativo disperato, suggerito dal libro di poesia persiana che ha appena scambiato con un panino, ma che gli vale la sopravvivenza grazie al comandante di un campo di transito nei paraggi, in cerca di qualcuno che possa insegnargli la lingua farsi. L'ufficiale nazista Koch, che ha in programma di trasferirsi a Teheran dopo la guerra per aprire un ristorante, prende GIlles sotto la sua ala e gli richiede lezioni giornaliere di una lingua che il prigioniero non può far altro che inventare e memorizzare allo stesso ritmo del suo "allievo", pur di mantenere in vita l'inganno e anche se stesso.


Anteprima in esclusiva con diretta streaming il 14 gennaio ore 20.30, alla presenza di Giorgio Viaro, direttore di Bestmovie


Sala virtuale: 
2019
Vadim Perelman
Drammatico
127min
7,90
Solo il 14-15-16 e 17 gennaio 2021
ORARI E GIORNI INDICATIVI, GUARDA IL FILM QUANDO VUOI


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Inventarsi un mondo è la vera salvezza


Delle pagine, liste di nomi che bruciano. Alcuni bruciano più lentamente, alcuni più velocemente.
Così inizia Lezioni di Persiano, con un uomo sconosciuto, su un camion, insieme ad altri uomini sconosciuti. Tutti stipati, nessuno sa bene dove li stiano portando, nemmeno loro. Nemmeno Gilles, lo sconosciuto di poco prima. Viaggiano, sono ebrei, e viaggiano. Li hanno catturati,

“Dove stavi andando?”
“In Svizzera”
“Dovevamo passare dall’Italia, e non dalla Francia” ma ormai è tardi.
“Hai qualcosa da mangiare?”
“Ho un panino”
“Dammelo, ti dò questo libro rarissimo in cambio, è scritto in persiano, vale una fortuna”
“Ma che me ne faccio”
“Dammi solo mezzo panino in cambio”

Lezioni di Persiano

E Gilles accetta, quasi più che altruismo, per bontà, che per altro. Poi il camion si ferma. Tutti devono scendere, anche Gilles. Raffiche di mitra, tutti capiscono che il viaggio è al capolinea, che non sono solo dicerie, quelle che si sentono nel 1942, in una Francia occupata dai nazzisti.
Gilles ha meno di 10 secondi per agire. Non per pensare, non per elaborare un piano, ma per agire. Per fare qualcosa, qualunque cosa che possa salvarlo per i successivi 10 secondi.

“Non sono ebreo, sono Persiano!”
“Provamelo”
“Questo è il libro, scritto in persiano, che mi ha regalato mio padre”
“Il comandante cercava un Persiano, offre una ricompensa. Ti porterò da lui.”

Lezioni di Persiano

Per un capriccio, di un comandante nazista, Gilles viene risparmiato, ma poi? Cosa succede, quando il comandate vuole delle Lezioni di Persiano?

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Lezioni di persiano, una lingua contro la Shoah


Basato sul racconto Invenzione di una lingua di Wolfgang Kohlhaase, e sceneggiato da Ilya ZofinLezioni di persiano utilizza la chiave del linguaggio come metafora di fronte al dramma dello sterminio degli ebrei, come veicolo di riscatto e di memoria. La lingua inventata da Gilles prende vita nella sua mente e poi nella realtà quando viene insegnata a Koch, proprio grazie ai nomi dei prigionieri del campo. Attraverso la parola, gli uomini ridotti a numeri, a massa, disumanizzati e infine uccisi, ritrovano vita e dignità. I loro nomi restano in questa lingua inventata e resteranno poi nella memoria del protagonista, laddove invece lo scritto, i registri dei campi, andranno perduti, bruciati dai nazisti in fuga. Altro tema fondamentale dunque è l’importanza della memoria, da mantenere a qualunque costo. I nomi dei prigionieri, unica cosa che resta di loro in un campo che si riempie e si svuota di continuo, in un ciclo di morte,  sono anche quelli che consentono a Gilles di salvare la propria vita.

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Il potere liberatorio della lingua


Un tema, quello della comunicazione attraverso il linguaggio e della sua importanza, che è centrale nell’intero film: man mano che Koach impara la nuova lingua subisce una trasformazione: attraverso il linguaggio inventato è capace di comunicare cose che non potrebbe dire in tedesco. “Il falso farsi permette a Koach di esprimere la sua umanità e mostrare alcune parti di sé che non era in grado di rivelare nella sua lingua madre -  sottolinea il regista - Non è una coincidenza che quando Gilles gli chiede "chi sei?" nel falso farsi, non risponde Hauptsturmführer Koch, ma Klaus Koch".

"Persian Lessons è soprattutto un film sulla verità, sui rapporti umani e sull'umanità - continua il regista - Perché non si limita a parlare solo di nazismo, ma di cosa potrebbe accadere in un situazione come quella. Una situazione, tra l'altro, che potrebbe ancora succedere, in ogni nazione e in ogni tempo".

"E' liberatorio parlare in lingue differenti”, conferma l’attore argentino Nahuel Pérez Biscayart che ne film si esprime sia in perfetto francese che in tedesco con un accento francofono. “Una cosa che succede anche a me: alcune emozioni trovano la loro strada più velocemente quando parlo in francese o tedesco rispetto allo spagnolo”.  

“Mentre ci preparavamo nel falso Farsi, sono stato impressionato dalla sua capacità fonetica. L’avevo visto la prima volta in 120 BPM e pensavo fosse un attore francese, mi sono stupito nello scoprire le sue origini argentine. Nahuel riesce ad imparare le lingue con una facilità impressionante”, conferma Lars Eidinger che in conferenza stampa a Berlino si era commosso parlando dell'odio che esiste ancora oggi in Germania: "Penso che la nostra società sia molto intossicata  dall'odio e dal risentimento, e ciò rende davvero difficile capire se stessi, io cerco di farlo attraverso l’arte e la creatività”, aveva dettovisibilmente toccato, ricordando un testo di Stefan Zweig che parlava di disintossicazione morale dell'Europa dopo la prima guerra mondiale ed esortava a cercare un mezzo per avvicinare le persone e spingerle ad amare. "Internet è esattamente questo mezzo -  ha rimarcato l'attore – ma lo stiamo usando con lo scopo contrario. In questo momento possiamo renderci conto del pericolo imminente che la storia si ripeta, e di quanto siamo di nuovo colpevoli per questo, ogni giorno".

Un altro tema forte affrontato dal film è sicuramente quello della memoria: il falso farsi inventato da Gilles deriva da una parte dei nomi dei prigionieri, che trasforma in parole in lingua straniera, e nel farlo li rende immortali. Il gesto d’inventiva di Gilles rappresenta, dunque, una sorta di rivalsa storica, capace di dare nome, e quindi immortalità, alle tante persone completamente scomparse o rimaste sconosciute, dal momento che molti registri dei campi di sterminio vennero bruciati dai nazisti sconfitti prima di darsi alla fuga.

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INTERVISTA CON VADIM PERELMAN


Che cosa l'ha affascinato in questa storia, e come l'ha scoperta?
Ho sentito parlare per la prima volta di "Persian Lessons" dal produttore Timur Bekmambetov, quando mi parlò di alcuni dei progetti a cui stava lavorando. Mi sono innamorato immediatamente di questo soggetto. Mi aveva colpito molto e intuii immediatamente il potenziale della storia, era un progetto meraviglioso, dovevo farne parte!

Il film è basato o ispirato ad una storia vera?
Il film si basa su un racconto scritto da Wolfgang Kohlhaase, intitolato Erfindung einer Sprache, ovvero invenzione di una lingua. Ma esistono centinaia di storie simili che raccontano come le persone riescono a salvarsi usando acume e intelligenza. Mi piace pensare che Lezioni di persiano rappresenti una summa di quelle storie.
Un amico raccontò a Kohlhaase una storia simile alcuni anni dopo la guerra, che però era simile solo sotto certi aspetti. L'adattamento di Kohlhaase presenta dettagli completamente diversi. Ci sono storie che sono accomunate da un'unica cosa, ovvero dal fatto che sono storie di follia, precisamente perché occorrono coraggio, fortuna, rapidità di pensiero e l'aiuto di altre persone per riuscire a sfuggire alla persecuzione instancabile dei nazisti e dei loro sostenitori.

Quanto voleva che fosse realistico il film e che tipo di ricerche ha fatto? Per esempio, come ha ricreato i campi di transito?
Volevo che il film fosse molto realistico, e per questo abbiamo svolto ricerche molto esaurienti per informarci sul reale aspetto dei campi di transito, su quanto tempo le persone vi soggiornavano… Ci siamo ispirati ad un campo chiamato Natzweiler Struthof, che si trovava fra Francia e Germania, nella regione nord-orientale della Francia. Abbiamo realizzato una sorta di mosaico, composto da elementi presi da una selezione di vari campi: per esempio, i cancelli principali del campo del nostro film erano quelli di Buchenwald. Abbiamo ricreato il nostro campo di transito in base a svariate foto e ad un filmato che abbiamo trovato. Abbiamo cercato di renderlo quanto più possibile vero e autentico.

Perché ha scelto Lars Eidinger e Nahuel Pérez Biscayart per interpretare i protagonisti del film? (Specialmente Nahuel, visto che questo ruolo rappresenta un drastico cambiamento rispetto ai suoi ruoli precedenti!)
Sia Lars che Nahuel sono attori eccezionali, entrambi con una lunga esperienza alle spalle, ed erano perfetti per i rispettivi ruoli. Erano la nostra prima scelta fin dall'inizio del progetto, e non potrei neppure immaginare qualcun altro nelle vesti di Koch e Gilles. Specialmente ora, ripensandoci, è davvero impossibile immaginarlo. Lars e Nahuel si sono completamente immersi nei loro personaggi, li hanno vissuti. Sono felice che Nahuel abbia potuto abbracciare questo nuovo ruolo, credo che un cambiamento faccia sempre bene!

Come hanno dovuto prepararsi gli attori per i loro ruoli? Per esempio, Nahuel parla tedesco?
Hanno studiato molto per prepararsi al film. Lars Eidinger e Alexander Beyer (che ha interpretato il Comandante) avevano raccolto un sacco di informazioni sulla storia dei campi durante la guerra. Nahuel parla tedesco, italiano, spagnolo e francese, cosa che ci ha facilitato molto le cose, perché il suo personaggio doveva essere bilingue. La sua lingua madre è lo spagnolo, Nahuel è argentino. È stato incredibile; il modo in cui ha imparato la lingua tedesca e la pronuncia è assolutamente fantastico, i miei amici e colleghi tedeschi ne sono rimasti davvero colpiti.
Ci è stato di grande aiuto il nostro consulente storico Jörg Müllner, che è stato costantemente al fianco dei nostri attori tedeschi spiegando in che modo i nazisti si sarebbero comportati e avrebbero agito.

Un tema molto importante del film è la memoria: memorizzare una lingua, e il ruolo della lingua nella memoria, considerato il fatto che prima della fine della guerra sono state distrutte tante prove.
È vero, quello della memoria è uno dei temi più importanti nel film, come lo è anche quello della creatività. Credo che l'ingegno e la forza di cui è capace il nostro spirito nelle situazioni di difficoltà siano davvero cose straordinarie. Il risultato di questa storia è che trasformando i nomi dei prigionieri in parole di una lingua straniera Gilles riesce a renderli immortali, a preservarne la memoria. Durante la guerra furono tante le persone che scomparvero, di cui non si seppe più nulla, perché tutti gli archivi ed i registri dei campi furono bruciati dai nazisti.

Il film parla anche del collegamento fra lingua e immigrazione: anche lei ha dovuto imparare l'inglese prima di emigrare in Canada. Che cosa significa per lei quel processo di apprendimento di una lingua, e perché è importante in questa storia?
Credo che in particolare il tema dell'immigrazione riguardi il capitano Koch, che vorrebbe emigrare in Iran per aprire un ristorante tedesco. Koch capisce bene che occorre imparare la lingua locale per essere in grado di sopravvivere in un Paese, per potersi integrare.

Il film ci mostra una relazione complessa, squilibrata, basata sull'interesse reciproco, ma che a volte sembra andare più in profondità di questo: che cosa  voleva comunicare, attraverso quella relazione?
Beh, cerco di mostrare che siamo tutti esseri umani, che siamo tutti capaci di amore ma anche di cattiveria, e di compiere terribili gesti di odio. Che non esiste un bene assoluto, e non esiste un male assoluto. Si tratta sempre di qualcosa che sta a metà. Cerco sempre di vedere i miei personaggi sotto diversi punti di vista, e di afferrare le loro tante sfumature. Volevo mostrare il processo di trasformazione attraverso il quale passa Koch, come riesce a comunicare, in una lingua farsi inventata, cose che non poteva dire in tedesco, cose che sarebbe stato tabù esprimere nella propria lingua. Non è un caso che quando Gilles gli chiede "chi sei tu?" in quel finto farsi, Koch non risponde "Hauptsturmführer, Capitano Koch", ma invece "Klaus Koch". Ho trovato affascinante ritrarre la crescita di questa persona, la sua umanizzazione, e il fatto che attraverso questa lingua sia in grado di toccare e mostrare certe parti di sé che in tedesco non era in grado di fare.

Lo spettatore riesce in alcuni momenti a provare simpatia per tutti i personaggi del film, specialmente l'ufficiale che sta cercando di imparare il farsi. Come ci è riuscito?
Era assolutamente importante, per me. È una cosa che cerco di fare in tutti i miei film. Cerco di creare dei personaggi con cui possiamo empatizzare. Come ci sono riuscito? Credo che sia stato attraverso la loro umanizzazione. Ci sono film che mostrano i nazisti come dei robot, degli automi, personaggi che urlano, corrono, individui orribili, malvagi e decisamente monodimensionali. Ma sono convinto che non possiamo dimenticare che anche loro erano persone. Erano amati, erano gelosi ed erano spaventati – avevano tutte le caratteristiche degli esseri umani. E proprio questo, in un certo senso, rende le loro azioni persino più orribili.

IL VALORE DELLA MEMORIA E DELL'INVENTIVA UMANA


"A parlarmi del racconto di Kohlhaase è stato per la prima volta il produttore Timur Bekmambetov: mi ha ispirato immediatamente e ho capito quanto potenziale avesse la storia. Esistono centinaia di storie simili in cui si sottolinea come grazie ad arguzia e intelligenza qualche ebreo sia riuscito a sopravvivere all'orrore dell'Olocausto. A me piace pensare che quella di Kohlhaase sia una storia realmente accaduta e a lieto fine: del resto, traeva a sua volta ispirazione da un racconto che un amico fece allo scrittore alcuni anni dopo il secondo conflitto mondiale. Al di là delle somiglianze. Kohlhasse è ricorso al suo genio per raccontare la vicenda della sana follia di un uomo che grazie al coraggio, alla fortuna, alla rapidità di pensiero e alla solidarietà, riesce a sfuggire al pericolo nazista".

"Ho voluto che il film fosse il più realistico possibile", ha aggiunto Perelman. "Per tale ragione, abbiamo condotto approfondite ricerche sui campi di concentramento, sul loro funzionamento, sul tempo che le persone trascorsero al suo interno. In particolar modo, ci siamo concentrati sul campo di Natweiler Struthof, che si trovava tra la Francia e la Germania, nel nord est della Francia. Ma questo non ci ha però impedito di fare riferimento ad altre strutture, come ad esempio quella di Buchenwald. Usando foto o video di campi differenti, abbiamo sempre cercato di risultare veritieri e autentici".

Ha infine sottolineato: "La memoria è uno dei temi principali del film: prima che la guerra finisse, i nazisti hanno provato a distruggere ogni prova del loro operato ma spetta a noi mantenerne viva la memoria per evitare che alcune cose si ripetano. Lezioni di persiano è un film sulla memoria ma anche sull'inventiva umana, sulla capacità che ha il nostro spirito di trovare soluzioni sorprendenti per sopravvivere: Gilles, per esempio, usa i nomi dei prigionieri per creare le sue parole. In questo modo, non solo salva se stesso ma rende eterni i nomi di coloro che altrimenti sarebbero caduti nell'oblio per sempre".

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