LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA

Tonio, figlio del re degli orsi, viene rapito dai cacciatori nelle montagne della Sicilia. In seguito a un rigoroso inverno che minaccia una grande carestia, il re decide di invadere la piana dove vivono gli uomini. Con l'aiuto del suo esercito e di un mago, riesce a vincere e a ritrovare Tonio. Ben presto, però, si renderà conto che gli orsi non sono fatti per vivere nella terra degli uomini.

Dino Buzzati, uno dei più importanti autori della letteratura italiana del Novecento, scrisse e disegnò «La famosa invasione degli orsi in Sicilia» in qualità di zio per intrattenere le nipoti pubblicandola tra il gennaio e l'aprile 1945 sul Corriere della Sera fino a quando il quotidiano dovette sospendere le pubblicazioni in seguito alla Liberazione e la storia rimase incompleta. L'autore la rivide, la completò e la pubblicò nello stesso anno.

Chi avrà la fortuna (e il piacere) di assistere a questa versione del testo portata sul grande schermo da Lorenzo Mattotti potrà legittimamente chiedersi perché ci siano voluti 74 anni (e sei di lavorazione) perché ciò accadesse.

2019
Francia, Italia
ANIMAZIONE
Lorenzo Mattotti
Toni Servillo, Antonio Albanese, Linda Caridi, Maurizio Lombardi, Corrado Invernizzi
82min
5,90
Dal 14/01/2021


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Già parte dell’immaginario collettivo


La famosa invasione degli orsi in Sicilia è quindi, prima di tutto, un film sul piacere di narrare le storie, sul recupero della tradizione orale, delle leggende popolari; sull’importanza di saper ascoltare i punti di vista altrui

Una storia che mette al proprio centro il confronto tra due mondi, la poesia della scoperta e le conseguenze nefaste del potere; una fiaba dai toni semplici, raccontata sottovoce, con una delicatezza e un ritmo con i quali è molto semplice entrare in sintonia. Ma il vero punto di forza del film è senza ombra di dubbio il suo comparto visivo: Mattotti adatta al proprio stile le illustrazioni del libro a opera dello stesso Buzzati ottenendo un risultato straordinario.

Dalla caratterizzazione dei personaggi agli scenari mozzafiato, a ogni cambio di quadro la meraviglia accompagna lo spettatore in un universo magico e accogliente, dai colori sgargianti e il gusto un po’ retrò, in cui è possibile perdersi senza esitazione. La cura con cui Mattotti fa aderire ogni dettaglio visivo al racconto sottolinea ancora una volta l’importanza e il piacere del racconto, ricordandoci quanto è piacevole restare ad ascoltare una favola.

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Un’atmosfera di pura poesia


Uno dei più acclamati giornalisti e scrittori d’Italia incontra uno dei più bravi disegnatori italiani del nostro tempo.

«Non so perché, ma questo libro è una specie di scatola magica, piena di idee dappertutto», ha detto Mattotti. Ambientato in una Sicilia fuori dal tempo e dallo spazio, immersa in una luce africana e circondata da distese di abeti e neve, il racconto dà nuova vita al romanzo uscito a puntate nel nel 1945 sul Corriere dei Piccoli, poi raccolto in un unico libro.

L’intervista a Lorenzo Mattotti

Com’è nata l’idea di fare un lungometraggio sul La famosa invasione degli Orsi in Sicilia?

«Era un libro che amavo tanto. Buzzati fa parte della mia cultura. Quando avevo sedici/diciassette anni è stato lui a influenzarmi particolarmente per il suo modo di raccontare. Il suo “poema a fumetti”, uscito negli anni Sessanta, è stato importantissimo per il mio lavoro.

La famosa invasione degli Orsi in Sicilia mi è sempre sembrato avesse un potenziale per diventare un lungometraggio d’animazione. Per la sua fantasia, per le creature strane che lo popolano, per le battaglie, l’avventura. Un libro profondo, originale, ricco.

Mi dicevo: ma perché nessuno ne ha mai fatto un film? Così alla fine mi sono deciso. L’ho fatto leggere alla mia produttrice, Valérie Schermann, che se ne è innamorata».

Quanto c’è di suo nel film, e quanto è dovuto invece all’eredità di Buzzati?

«La dimensione senza tempo e visionaria è sicuramente parte del genio di Buzzati. Lui aveva la capacità di creare delle storie che non si sa bene quando siano esistite o ambientate. Sono fuori dal tempo. E io ho cercato, usando il mio bagaglio esperienziale e culturale, di restituirla nel film».

Quale tipo di bagaglio? Quali sono gli artisti che più l’hanno influenzata?

«Beh, innanzitutto i classici film d’animazione della mia infanzia. I primi lavori di Walt Disney di certo, o Yellow Submarine di George Dunning che ha come protagonisti i Beatles, anche se è legato a un periodo molto preciso. Sono molto legato anche a Pianeta selvaggio di Roland Topor e René Laloux. Insomma, proprio lo stile classico.

Chiaro che poi c’è molto di Hayao Miyazaki, penso a film come Il mio vicino Totoro o Principessa Mononoke. È un tipo di animazione particolare che ci permette di sognare di più. E soprattutto è in 2D: a parte le scene di massa per cui ci siamo serviti del 3D, la maggior parte dell’animazione del film è realizzata in quel modo».

Lei vive in Francia da molto tempo. Quanto deve al cinema d’autore, sia italiano che francese?

«Direi che sono più legato ai registi italiani della mia gioventù. Su tutti ci sono Federico Fellini e la commedia all’italiana».

Nel film si indaga sulla natura, sull’essere umano e sulla società: qual è il rapporto tra queste dimensioni che ha voluto raccontare?

«Sicuramente quello delle complicazioni. Gli orsi sono delle creature pure, innocenti. Quando scendono dalle montagne per cercare del cibo nella società umana si accorgono di trovarsi davanti a molte più complicazioni di quante non credessero.

Per un periodo di tempo riescono anche a sormontarle, a convivere con loro e con gli umani. Ma Re Leonzio, il protagonista, si accorge presto che è tutto troppo grande per lui. C’è questa capacità dell’uomo di complicare sempre le cose.

Ma il bello del film, e della storia, è che non dà soluzioni: pone problemi senza pretendere di fornire delle formule. Lo scopo è riflettere sui problemi. Emerge anche molto il rapporto generazionale: Leonzio vede crescere suo figlio in un contesto diverso da suo, lo vede perdere la propria natura, diventare qualcos’altro rispetto a quello a cui era sempre stato abituato.

E poi, chiaramente, c’è una dicotomia animale umano e non umano: da una parte la civiltà che usa la natura per i propri interessi, dall’altra gli orsi che vivono sul pianeta sapendo di essere degli ospiti».

I lungometraggi animati e l’illustrazione vivono un momento di grande attenzione da parte del pubblico. Qual è la loro forza simbolica, e quali vantaggi artistici possono portare?

«Il disegno animato ha una sua forza, senza dubbio. E forse è in grado di imprimersi di più nella nostra testa. Oramai si utilizza l’animazione per molti soggetti adulti, e ultimamente quasi tutti i lungometraggi hanno una dimensione drammatica. E c’è da dire che con il disegno si risolvono dei problemi tecnici non indifferenti: il disegno è soprattutto simbolo, e il simbolo è universale».

A quale scena è più legato?

«Sono legato a tutto il film. Ma amo molto il dialogo sul balcone tra Teofilo e Re Leonzio. E poi sono molto contento della battaglia al teatro, del mix uscito tra lo spettacolo delle acrobazie circensi e i momenti di tensione».

Come è stato avere Camilleri nel doppiaggio?

«Ci ha fatto un grande regalo. All’inizio aveva paura di stancarsi, che fosse complicato, e noi abbiamo cercato di disturbarlo il meno possibile. Siamo andati a casa sua con pochissimi membri della troupe per permettergli di stare il più possibile a suo agio.

Alla fine, invece, si è divertito molto. È un bel ricordo che ho, e direi che è un po’ un miracolo che sia successo: sembra che l’orso sia stato disegnato apposta per essere doppiato da lui. Avevamo bisogno di un simbolo, e avere come voce della versione italiana un grande narratore, un grande siciliano, era tutto quello che potevamo chiedere. Per la versione francese, invece, abbiamo chiamato Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore».



Una fiaba giocherellona e colorata


La famosa invasione degli orsi in Sicilia, tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati – in parte prepubblicato nel 1945 a puntate sul Corriere dei Piccoli –, è un grande esempio di unione della fantasia con la profondità di sguardo, di viaggio nell’interiorità sotto forma di fiaba incantatoria che ci trascina verso un ritorno alle origini, a tutti i livelli. Un’opera tra le più innovative, coraggiose e artistiche uscite quest’anno sul grande schermo.

La sensazione del bambino di sentirsi sperduto mista a un sentimento di fascinazione – di “sperdimento”, per usare una parola fittizia che forse non stonerebbe in questo racconto – di fronte alla vastità degli spazi, alla loro immensità, è qui messa in scena in paesaggi maestosi e abbaglianti visivamente.

Ma la medesima sensazione la può avere, talvolta, anche un adulto, come nel caso di Leonzio, re degli orsi che ha perso suo figlio Tonio mentre giocava con lui in un corso d’acqua tra le immense cime dell’entroterra siciliano. Da quel momento il grande, forte e saggio orso non è più lui, è diventato fragile e si è perduto dentro alla malinconia, nell’inverno dell’anima, dimenticando i doveri verso la sua grande comunità. La notte è calata, l’oscurità del nero, o del male, ha portato via in un istante, come fosse un’entità liquida, il suo piccolo in quello che, un momento prima, era un arcobaleno di colori, i colori di una famiglia felice nella quotidianità, forse la felicità più grande che esista. Ma la felicità, di qualsiasi genere, ha sempre vita breve.

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Un classico attuale