IL PRIGIONIERO COREANO

Nam Chul-woo è un povero pescatore nordcoreano che nella sua barca ha l'unica proprietà e l'unico mezzo per dare da mangiare a sua moglie e alla loro bambina. Un giorno gli si blocca il motore mentre sta occupandosi delle reti in prossimità del confine tra le due Coree e la corrente del fiume lo trascina verso la Corea del Sud. Qui viene preso sotto controllo delle forze di sicurezza e trattato come una spia. C'è però chi non rinuncia all'idea di poterlo convertire al capitalismo lasciandogli l'opportunità di girare, controllato a distanza, per le strade di Seoul.


Kim Ki-Duk torna al suo cinema delle origini, quello che lo fece conoscere al pubblico di tutto il mondo per l'attenzione che prestava agli emarginati dalla società e per la durezza di alcune situazioni portate sullo schermo.
Lo fa con il suo film forse più esplicitamente politico, destinato a non piacere né al di qua né al di là del 38° parallelo. Si può essere certi che al Nord non lo vedranno mai ma di sicuro anche al Sud non avrà vita facile. Perché il regista ha la consapevolezza di proporre una lettura decisamente scomoda per entrambe le parti in causa.

Il povero pescatore, colpevole solo di non aver voluto perdere, salvandosi a nuoto, la propria barca raggiunge quello che per la propaganda del duro regime di Kim Jong il è l'inferno capitalistico dinanzi al quale bisogna chiudere gli occhi per non correre il rischio di esserne tentati. Nam Chul-woo crede nel regime e i funzionari sudcoreani, seppur divisi sul da farsi, non fanno molto per confutare le sue credenze. C'è chi è dotato di un'arroganza di segno uguale e contrario a quella dei potenti del Nord e non mancano anche segni deteriori della società (ad esempio la prostituzione) che inducono quest'uomo semplice a chiedersi in cosa consista la democrazia. Gli verrà risposto con una frase emblematica: "Dove c'è una forte luce c'è sempre anche una grande ombra".

2018
Corea del Sud
Drammatico
Kim Ki-Duk
Ryoo Seung-Bum, Lee Won-Geun, Choi Gwi-Hwa, Jo Jae-Ryong, Won-geun Lee
114min
4,90


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Il regista Leone d’oro torna con un film politico e allo stesso tempo poetico


“Mi sento più sudcoreano o più coreano? Mi sento, semplicemente, coreano”, ha spiegato il regista in un’intervista. “Il mondo, magari, lo scopre adesso, ma per noi coreani la divisione è una ferita che sanguina da 70 anni. (…) Con Il prigioniero coreano ho voluto mostrare un paradosso: guardate come sono simili Nord e Sud. “Là” c’è la dittatura, “qui” la violenza ideologica. E non si tollera che un povero pescatore del Nord, finito per caso fuor d’acqua, voglia ritornarsene a casa. (…) Non si può demonizzare un intero popolo. Il Nord non è solo la Dinastia dei Kim: la gente viene prima”

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Rassegna Stampa


Kim Ki-duk continua a non fare sconti al suo pubblico, raccontando questa volta una dura parabola politica sulla Corea. Un giorno la rete di Chul-Woo, povero pescatore nordcoreano, s'impiglia nel motore della sua barchetta, portandolo a sconfinare nell' "altra" Corea. Preso prigioniero, l'uomo è torturato dal controspionaggio: che lo vuole indurre o all'abiura (per propaganda) o a diventare una spia. Chul-Woo resiste stoicamente a ogni sofferenza fisica e morale, senza cedere né alle minacce né alle sirene del capitalismo. Rimpatriato, sarà sottoposto all'esatta replica dei soprusi patiti al Sud. Dietro la specularità delle situazioni, Kim Ki-duk fa affiorare la violenza insita in ogni sistema politico, comunista o capitalista che sia (e perfino dell'istituto famigliare): quel tipo di violenza che Pierre Bourdieu chiamava "simbolica" e che espropria l'individuo da se stesso, consegnandolo all'autodistruzione.
di Roberto Nepoti, La Repubblica,12 aprile 2018

Unendo il Sud, con la sua dinamica economia e le sue forze armate convenzionali, al Nord, con la sua arma nucleare e i missili a gittata (per ora) continentale, la Corea sarebbe una potenza mondiale. Occorre ricordarlo guardando II prigioniero coreano di Kim Ki-duk. [...]

di Maurizio Cabona, articolo completo (994 caratteri spazi inclusi) su Il Messaggero 12 aprile 2018

Storia individuale in volo nell'universale, il debole intrappolato nella perversione di ogni potere e tradito nella fiducia civile, è anche uno sguardo sulla separazione coreana. Occhio al titolo italiano: prigioniero, né del sud né del nord, dunque di entrambe (l'originale, Geumul, significa retino). [...]

di Silvio Danese, articolo completo (1181 caratteri spazi inclusi) su Quotidiano Nazionale 12 aprile 2018

Da una parte tutto sembra un po' grigio, case povere, una sola stanza dove si vive, si mangia e si dorme e fare sesso è un'acrobazia per non gemere troppo e non farsi scoprire dagli occhi della figlioletta. Dall'altra ci sono i grattacieli, il lusso tecnologico, automobili, cibo, abiti eleganti, la gente appare più pulita persino i cessi della polizia sono migliori. Corea del Nord e Corea del Sud, sfavillio contro grigiore, tute mimetiche contro cappottoni di sovietica memoria, il regime che stampa sui muri la propaganda coi ritratti dei faccioni dei Kim padre e figlio a sorvegliare ogni istante del «loro» popolo, la democrazia ossessionata da spie «potenziali» e armi nucleari dove chi dissente è - «gentilmente» -sbattuto fuori. [...]

di Cristina Piccino, articolo completo (3147 caratteri spazi inclusi) su Il Manifesto 12 aprile 2018

Pochi registi come Kim Ki-Duk son capaci di passare da crudeli punizioni inflitte allo spettatore a film che non sembrano neanche suoi, tanto rispettano il patto secondo cui il cinema, se non proprio farci ballare sulla sedia, deve perlomeno non annoiare. Premiato con il Leone d'oro a Venezia nel 2012, "Pietà" avrà avuto pure i suoi meriti formali e melodrammatici -trattava di incesto, tra altre sgradevolezze - ma non lo consiglieremmo a nessuno. Peggio andava con "Moebius", che citiamo solo perché va messo di diritto - se qualcuno si desse la pena di crearla - in una Wunderkammer di stranezze, obbrobri, curiosità cinematografiche (sappiate che si procurano orgasmi strofinandosi i piedi a sangue, dopo un paio tra evirazioni e trapianti). [...]

di Mariarosa Mancuso, articolo completo (2178 caratteri spazi inclusi) su Il Foglio 14 aprile 2018

Il dramma delle due Coree visto da un grande autore che non ha mai militato nel cinema realista ma costruisce sempre mondi complessi e densi di inquietudini filosofiche con un pugno di elementi come sa chi ha visto i suoi film, da "Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera" a "Soffio", da "La samaritana a "Ferro 3". Il prigioniero del titolo è un povero pescatore del Nord che un giorno sconfina nelle acque del Sud e viene catturato, interrogato, torturato, sospettato di essere una spia, mentre al Nord temono che sia fuggito simulando un guasto al motore (la rete, che è anche il titolo originale del film, gli si è attorcigliata intorno all'elica). [...]

di Fabio Ferzetti, articolo completo (1948 caratteri spazi inclusi) su Il Messaggero 15 aprile 2018

Kim Ki-duk, il più celebre regista sudcoreano, è tornato con un film urticante per molti suoi compatrioti. Racconta la storia di un pescatore nordcoreano che conduce una vita dura ma serena con la moglie e la loro bambina. Finché un giorno, a causa di un guasto alla sua barca, finisce oltre il confine con il Sud. Quando approda, viene arrestato e portato a Seul per essere interrogato: le autorità sono convinte che si tratti di una spia del regime comunista e per farglielo confessare gliene combinano di tutti i colori. [...]

di Eugenio Arcidiacono, articolo completo (1495 caratteri spazi inclusi) su Famiglia Cristiana 12 aprile 2018

Un piccolo uomo sta al centro di Il prigioniero coreano (Geumul, Corea del Sud, 2016,114'). Si chiama Nam Chul-woo (Ryoo Seung-bum), e fa il pescatore. Ogni mattina si presenta al posto di blocco che lo separa dal mare e dalla sua piccola barca. Le guardie lo conoscono bene. Ha una moglie e una figlia di cinque o sei anni. Non è ricco, ma quel che pesca gli consente una vita dignitosa, considerate le condizioni del suo Paese, la Corea del Nord... Qui Kim Ki-duk ci fermerebbe. Il mio film, ci direbbe, non racconta della Corea del Nord, e neppure della Corea del Sud, ma della Corea. [...]

di Roberto Escobar, articolo completo (4064 caratteri spazi inclusi) su Il Sole-24 Ore 15 aprile 2018







LA CATENA DELL'INGIUSTIZIA CHE NON CONOSCE CONFINE


Di tradimento è accusato il pescatore (interpretato da un formidabile Ryoo Seung-bum) nordcoreano del potentissimo e sorprendente Il prigioniero coreano, di Kim Ki- Duk. Che gioca/ opera nell’unico vero “confine” politico/culturale ancora rimasto, quello tra le due Coree, i due poli opposti, la nazione più “buia”, e quella più “illuminata” e veloce di questi tempi.

Per un imprevedibile guasto al motore si ritrova a superare il confine e rimane prigioniero degli addetti alla sicurezze e all’antispionaggio della Corea del Sud. Inutilmente cerca di spiegare che ha superato il confine a causa del guasto alla barca, i funzionari e poliziotti sudcoreani sono convinti che lui sia una spia e lo costringono ad un lungo interrogatorio, a tratti anche violento, mitigato solo dai continui interventi dell’addetto alla sua sicurezza, che di fatto ne diviene il suo unico ma accanito difensore.

Siamo in un abisso politico/culturale: da un lato il pescatore che, letteralmente, si rifiuta di vedere, chiudendo gli occhi nel suo viaggio in macchina fino a Seoul, perché, novello Ulisse, vedere equivale a desiderare, quindi altri sogni, altri bisogni, come essere catturato dalla civiltà dei consumi. Dall’altro abbiamo dei funzionari fin troppo zelanti, che si rifiutano di accettare che davvero quell’uomo voglia ritornare nella nazione governata da una terribile dittatura, per cui o è una spia oppure deve diventare un traditore e accettare le lusinghe e le ricchezze del mondo capitalista. Ma il nostro pescatore fa resistenza (analogica) e la sequenza in cui viene lasciato da solo nel pieno di un grande centro commerciale, dove a lungo cercherà di rimanere “con gli occhi chiusi” per non farsi coinvolgere da questo “nuovo mondo” è tra le più incredibili e forti di questo film, che conferma una rinascita di un cineasta che non ha mai mancato di stupire e colpire duro…

Poi, inevitabilmente, il mo(n)do “occidentale” di vivere lo coinvolge. Salva una prostituta dalle violenze dei suoi “datori di lavoro”, ingenuamente porta il messaggio di una spia alla finta figlia trasformandosi in veicolo di spionaggio vero e proprio, fino a scegliere di ritornare dal suo amico e protettore che, unico, può aiutarlo a ritornare al suo Paese e alla sua famiglia.  E qui il film devia verso una guerra “mediatica”: i funzionari del Sud mostrano in tv le immagini del pescatore del Nord sorpreso tra le vetrine dei negozi, mentre quelli del Nord rispondono rilanciando in tv la moglie e la figlia in lacrime che reclamano il marito e padre al proprio nucleo familiare.  Improvvisamente il pescatore diventa un oggetto televisivo, una specie di star, e, nell’imbarazzo dei soldati e funzionari del Sud riesce, trionfalmente, a tornare al suo Paese, fiero ed orgoglioso di non aver tradito. Ma al ritorno lo aspetterà un analogo “servizio”, con interrogatori violenze ecc….

Alla fine vorrà e dovrà ritornare a fare il pescatore, con tutti i rischi di mettersi contro lo Stato.

Senza paura di spoilerare troppo, va raccontato che il pescatore, al suo ritorno in Patria, si spoglia di tutti i beni e vestiti che gli avevano donato gli “amici” del Sud. Con l’eccezione di un orsacchiotto regalatogli dal suo amico della sicurezza, che aveva nascosto nella barca per donarlo alla figlia, il cui vecchio giocattolo era ormai logoro e pieno di continue ricuciture.

Non vi sveliamo il finale, ma Kim Ki-Duk, nell’epilogo post-finale, lascia spazio a questo meraviglioso primo piano della piccola bambina del pescatore, che, dopo un po’, lascia il giocattolo “che parla e si muove” nuovo e morbido per abbracciare, con l’intensità che solo un bambino può avere, il suo vecchio orsacchiotto rappezzato.

Ecco, quello di Kim Ki-Duk, classe 1960, è un abbraccio al cinema, vero e sincero perché vissuto totalmente nel percorso di trasformazione di questi anni.  L’orsacchiotto è il cinema, il vecchio cinema, che ancora vorremmo abbracciare, e che vorremmo che i nostri figli abbracciassero.

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