NICO, 1988

Gli ultimi anni di vita di Christa Päffgen, in arte Nico. Musa di Warhol, cantante dei Velvet Underground e donna la cui bellezza era indiscussa, Nico vive una seconda vita quando inizia la sua carriera da solista. Qui seguiamo gli ultimi tour di Nico e della band che l'accompagnava in giro per l'Europa negli anni '80: anni in cui la "sacerdotessa delle tenebre", così veniva chiamata, si è liberata del peso della sua bellezza e inizia a ricostruire un rapporto con il figlio.
Non era un'impresa facile trasferire sullo schermo le fasi finali della vita di una personalità complessa come quella di Nico.

Susanna Nicchiarelli è riuscita a portarla a compimento leggendola a partire da una condizione esistenziale che ormai (siamo al suo terzo lungometraggio) possiamo considerare come un tema che la appassiona: i segni che l'infanzia e la preadolescenza lasciano nelle persone che finiremo con il diventare.



Sala virtuale: 
2017
Susanna Nicchiarelli
Drammatico
93min
2,99
Dal 29/01/2021
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Nico, 1988. Un film di Susanna Nicchiarelli


Il biopic di Susanna Nicchiarelli sceglie di seguire Nico negli ultimi due anni della sua vita, quando, oramai dismessi i panni e il corpo macilento della modella cantante che accompagnava al tamburello Lou Reed e soci, si era riconquistata il nome originario di Christa Päffgen e reincarnata in una solista dal repertorio dark rock per un pubblico di nicchia. Il film non racconta i gloriosi anni Sessanta in cui Nico splendeva di pallore lunare cantando All tomorrow’s parties bensì sceglie di tratteggiarne il profilo di una vecchia gloria che non molla nonostante la difficoltà a trovare giovani musicisti decenti con cui esibirsi, locali degni e, soprattutto, un pubblico pronto a considerarla senza rimpiangere la silfide che era ai tempi della Factory.

Questa scelta narrativa permette in primo luogo di raccontare la difficoltà che hanno numerosi artisti nel costruire una carriera da solisti dopo essere nati all’interno di un gruppo e aver segnato profondamente l’immaginario di un periodo storico molto connotato. Inoltre, è anche un modo per smitizzare la cerchia in cui crebbe la fama di Nico, la quale ci viene raccontata come una stella che forse non si è mai del tutto riconosciuta nella luce di cui brillava (“nei Velvet Underground mi facevano suonare il tamburello in fondo al palco”) e che per questo sente ancora il bisogno di esprimere tutta la propria creatività ed energia artistica.

Anche per questo Christa è decisa a chiudere con il proprio passato nonostante l’eroina ne sia un permanente strascico. La vediamo reagire con insofferenza agli intervistatori e ai fans che la considerano come “un pezzo di storia”, una reliquia dei mitici quanto polverosi anni Sessanta. Di quell’epoca a New York, però, è comunque un’emozione ritrovare tracce autentiche nel film sotto forma di immagini di repertorio tratte da Walden di Jonas Mekas e da Scenes from the life of Andy Warhol in cui anche la stessa Nico appare brevemente. Sono queste le immagini più belle e vivaci di un film molto tenero, con momenti anche molto intensi

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Perché “Nico 1988” è il più bel film italiano in circolazione


“Scusami, ero al telefono… Mia figlia è a casa e voleva vedermi al Tg”. Susanna Nicchiarelli si presenta così: una mamma/regista. Susanna Nicchiarelli ha vinto la sezione Orizzonti dell’ultimo Festival di Venezia. Non solo: per molti, il suo Nico 1988 (protagonista una strepitosa Trine Dyrholm) è stato il più bel film italiano visto quest’anno al Lido.

La passione è evidente, ma da dove nasce il desiderio di fare questo film?
Susanna Nicchiarelli: Innanzitutto dalla musica. Ho sempre amato l’album The Velvet Underground & Nico, uno dei debutti più importanti della storia del rock. Attraverso quelle canzoni mi sono incuriosita del personaggio, che è anche nella Dolce vita di Fellini, in un paio di scene: quella nel taxi, con Marcello Mastroianni che non capisce cosa dice, è sublime. Poi sono andata a vedermi cosa questa donna fosse diventata dopo, e che musica avesse fatto da sola: bella, e interessante. Ma soprattutto mi ha colpito la storia che non si conosceva di Nico: la donna dietro l’icona.

Una storia difficile da raccontare? O da farsi raccontare…
S. N.: Ho letto libri, e visto documentari molto belli, come Nico Icon di Susanne Ofteringer. Attraverso amicizie varie ho rintracciato un paio di promoter italiani e il cantante pisano Domenico Petrosino, cui è ispirato il personaggio che nel film interpreta Tomas Trabacchi. Attraverso Facebook poi ho scovato il manager Alan Wise, purtroppo scomparso l’anno scorso. Ero andata a Manchester a trovarlo, e lui mi ha raccontato tutto. Mi ha dato il numero di Ari, il figlio di Nico. Con lui ho passato molto tempo, a Parigi. Anzi, il film è di fatto basato su una lunga intervista che gli ho fatto.

È stato più un figlio affettuoso o un giudice severo?
S. N.: È una persona particolare, ma è stato contento del film. Mi ha raccontato tutto quello che si vede, una storia la cui tragicità è evidente. Eppure rideva quando parlava della madre. Ho trovato in lui la stessa ironia di Nico/Christa. Un giorno mi ha detto: “Ero convintissimo che sarei morto prima di lei: perché lei era una donna indistruttibile”. Però non ho voluto che lui e Trine si incontrassero. Volevo che lei si sentisse libera di creare e inventare. Non mi piace imprigionare gli attori nella realtà dei fatti.

Trine, lei è d’accordo? Le è mancato un confronto con Ari, il figlio di Nico/Christa?
Trine Dyrholm: Mi piace incontrare le mie “fonti”, ma preferisco farmi ispirare dal personaggio senza essergli troppo fedele. Non voglio che la realtà interferisca con il mio lavoro: finirei per sentirmi in colpa. Ho fatto le mie ricerche, ovviamente, ma ho puntato soprattutto sugli elementi ricavati dalle interviste, o dai concerti che mi hanno aiutato molto ad assomigliarle fisicamente e a ricrearne i movimenti… Anche se poi ho voluto lasciare delle differenze, tra lei e me.

Perché non volevate farne una copia replicando il mito, giusto?
S. N.: Io credo nell’anti-nostalgia, nell’anti-epica, nell’andare sempre contro la spettacolarizzazione. Mi sembrava fosse più interessante quello che c’era dietro l’immagine di Nico. Lei nel film dice: “Io non ero felice quando ero bella”, ed è qualcosa che mi ha colpita moltissimo. Siamo lontani dal cliché della donna cinquantenne che vive nel rimpianto della sua giovinezza. Anzi, mi è sembrato che questo personaggio si fosse liberato di quell’immagine e del suo peso. Si era tinta i capelli, vestiva sempre di nero. Era diventata la “sacerdotessa delle tenebre”, come la chiamavano. E aveva anche trovato una nuova identità di artista.

Però Trine non sembra proprio una “sacerdotessa delle tenebre”…
S. N.: No, infatti, è il contrario!

Trine, cosa le è rimasto addosso di una personalità tanto forte?
T. D.: Sono molto diversa da lei. Ho cercato delle crepe, delle aperture attraverso le quali mostrare al pubblico – e capire, io per prima – cosa stesse succedendo nel suo mondo interiore. Ci sono cose che non capisco di Nico, o non riesco a difendere, ma era importante ritrarre un personaggio tanto complesso. Soprattutto in quanto donna. Non era un soggetto accondiscendente: era molto dura, e non siamo abituati a un personaggio femminile così. Ho cercato di evitare di simpatizzare con lei: volevo capire perché e da cosa volesse difendersi.

Cosa l’ha affascinata di più?
T. D.: La sua complessità. Ho letto un’intervista in cui le chiedono se aveva dei rimpianti: “No, solo di essere nata donna invece che uomo“. È stato estremamente rivelatore: del suo non stare bene con se stessa, del suo non riconoscersi nel suo corpo, nella sua essere icona. Quella frase mi ha ispirato molto. Mi ha permesso di capire la sua lotta con se stessa. Sinceramente non conoscevo molto Nico, per cui ho ascoltato molto la sua musica… La sfida più grande è stata cantare le sue canzoni. Non volevo imitarla, ma connettermi con lei. Non volevo diventare lei.

Susanna, alla fine Trine ha sorpreso anche lei?
S. N.: È stata da subito la mia prima scelta. Avevo bisogno di energia, di un’attrice bravissima, ma anche di una donna che mi aiutasse a dare un senso a questo personaggio non facile. Avvicinarsi a lei come donne e come madri, come artiste, non è facile, ma Trine mi ha aiutato a trovare Nico attraverso la sua musica e le sue parole, quelle di vecchie interviste che abbiamo inserito nei dialoghi. Insieme abbiamo costruito il personaggio. Non voglio darle troppe responsabilità, ma sapevo di aver bisogno di questa energia.


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Recensione


Christa Päffgen è stata all’inferno, forse ci è nata: venuta al mondo nella Berlino nazista, tormentata da demoni da sempre annidati in un corpo dalla bellezza abbagliante. Hanno lavorato sulla sua mente e sulla carne di quel corpo, quei demoni; aiutati dall’eroina, lo hanno trasformato, gonfiato, de-composto, riducendo Nico - la figura magnetica che aveva affascinato i più carismatici talenti musicali (e non solo) degli anni Sessanta e Settanta - a un pallido ricordo.

Liberandosi, almeno in parte, dalla schiavitù di quell'immagine, Christa è riuscita anche a trasformare la sua possessione in qualcosa di produttivo, è riuscita a far esprimere i suoi demoni, a farli cantare, suonare, declamare versi che sembravano arrivare direttamente proprio dalle tenebre di cui era – a quel punto – divenuta “sacerdotessa”

Questo racconta Nico, 1988, il film di Susanna Nicchiarelli che ha aperto la sezione Orizzonti. Un film che è tante cose. Un biopic che si concentra sulla parte meno conosciuta della vita della cantante, quasi restituendo il fastidio con cui Nico stessa rispondeva ai giornalisti che insistenti le chiedevano solamente delle sue performance al fianco dei Velvet Underground o delle sue relazioni amorose, ma anche un road movie, un film in costume, un film musicale (le belle sequenze di concerti nell'Europa di fine anni Ottanta sono un esempio stupefacente di come sia possibile mettere in scena le atmosfere derelitte ma rivoluzionarie di quegli eventi). Ed è pure un film di fantasmi: ogni data del tour è la tappa del viaggio di Christa tra i demoni del suo passato, tra le presenze che emergono dalla grana spessa dell'immagine analogica che racconta il suo presente.

Nico, 1988 è d'altra parte, e soprattutto, il racconto della sofferta ribellione di un corpo alla schiavitù di un'immagine, la propria. Tutto il film è costruito dentro un quadrato, formato asfittico nel quale Nico, sempre al centro della narrazione, si dimena, goffa, spesso sgradevole, a volte assente, sempre sofferente eppure capace di tenere tutti (comprimari e spettatori) in scacco perenne.

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