SOLE

Ermanno è un ragazzo senza direzione, che passa il tempo a giocare alle slot machine e campa di espedienti, non sempre legali. Suo zio Fabio gli affida l'incarico di fingersi il padre del bambino che Lena, una ragazza polacca, porta in grembo, in modo da poter adottare il nascituro insieme alla moglie Bianca, cha da (troppo) tempo desidera un figlio. Ermanno obbedisce, un po' a fronte del compenso promesso, un po' perché zio Fabio è la sua unica famiglia, un po' infine perché non sa nemmeno lui che cosa vuole dalla vita: solo che, qualunque cosa sia, non la sta ottenendo.

Sole, lungometraggio di debutto di Carlo Sironi, classe 1983, è innanzitutto la storia di due orfani, Ermanno e Lena, che non hanno idea di quale sia il loro posto nel mondo, né men che meno quale posto dare ad un bambino destinato a nascere in questo mondo così com'è.



Sala virtuale: 
2019
Carlo Sironi
Drammatico
102min
3,90
Dal 12 febbraio
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NOTE DI REGIA


“Sin da giovane mi sono chiesto come sarebbe stata la mia vita se fossi diventato padre: cosa significa diventare padre, diventare genitori? Ovviamente non ha a che fare semplicemente con il mettere al mondo una creatura con il proprio corredo genetico, ma piuttosto con un cambio di approccio rispetto alle proprie prospettive, alle proprie aspettative. Cosa si prova a posare lo sguardo su una creatura appena nata di cui ti devi prendere cura, di cui ti senti responsabile? Mi sono chiesto se potrei mai diventare il padre di un bambino non biologicamente mio, un percorso forse meno usuale ma non per questo meno concreto. Sole è il tentativo di rispondere a questa domanda”.

Carlo Sironi

il film – ha dichiarato il regista – parte  da una ricerca sul campo: in Italia la maternità surrogata è vietata dalla legge, ci sono molti espedienti illegali nel mondo delle adozioni, dove il traffico di neonati è una realtà concreta. Ho iniziato a documentarmi e ho immaginato un “caso” come quello raccontato nel film. A quel punto ho contattato la Presidentessa del Tribunale dei Minori di Roma, che mi ha confermato che aveva affrontato personalmente episodi di quel tipo. Ho continuato la mia ricerca e ho capito che ciò che volevo raccontare non era il mondo che si nasconde dietro alla tratta dei neonati, ma una storia privata: la storia di un ragazzo che, chiamato a fingersipadre, arriva a sentirsi padre davvero. Un percorso di identificazione attraverso l’interpretazione di un ruolo fittizio. Dall’altra parte volevo raccontare una ragazza che, decisa a vendere la propria figlia, si trova ad affrontare tutti i conflitti emotivi che scaturiscono dal contatto forzato con la figlia e dal legame inaspettato con un ragazzo sconosciuto”.

“Sorprendente. Un racconto coinvolgente e profondo.”

Il Fatto Quotidiano

«Credo che la cosa che più mi affascinava sia il fatto che l’unico modo per relativizzare i nostri dispiaceri, i nostri desideri ma anche tutte le nostre ossessioni su noi stessi è prendersi cura di un’altra persona. Quindi anche l’amore con cui crescere un figlio, che non significa necessariamente che quel figlio sia biologicamente tuo. Questa è anche un po’ la sfida del film. Ci sono due coppie, una vera, una finta che si sta formando, diventa una coppia che scopre l’amore: entrambi i padri coinvolti, entrambi finti, hanno lo stesso diritto su questa creatura che è fondamentalmente innocente? Ovviamente da un lato c’è chi compra e chi vende. Chi mercifica e chi è mercificato. Ma è tutto più complesso di così. Non volevo fare un film in cui ci sono i buoni e i cattivi e neanche un film dove chi esce dalla sala pensa “la maternità surrogata è una barbarie”. Perché la questione è complessa, porta molte domande e io la racconto dal punto di vista di Ermanno e Lena che sono due ragazzi giovani, inconsapevoli, inadatti. Il nostro amore come spettatori, il mio amore come regista è per loro. Volevo fare un film molto semplice, sui personaggi e sull’evidenza di alcune cose legate alla nascita e alla genitorialità, che avesse all’interno delle questioni più complesse, senza alzare però nessun polverone».

CARLO SIRONI

Carlo Sironi nasce a Roma nel 1983. A diciotto anni inizia a studiare fotografia e a lavorare nel cinema come aiuto operatore e in seguito come assistente alla regia.

Sofia, il suo primo cortometraggio da regista, è stato in concorso al 28. Torino Film Festival. Dal 2010 dirige videoclip, documentari e programmi televisivi.

Cargo, il suo secondo cortometraggio di finzione, è stato presentato in concorso alla 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e candidato come miglior cortometraggio ai David di Donatello 2013, vincendo vari premi internazionali.

Valparaiso, il suo terzo cortometraggio, è stato premiato nel 2016 al Festival di Locarno.

Sole è il suo primo lungometraggio, in concorso nella sezione Orizzonti alla 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e selezionato al Toronto International Film Festival.

Carlo Sironi è stato selezionato alla Script Station del Berlinale Talent Campus, alla Residence della Cinéfondation e in vari laboratori di sviluppo internazionale.


“Un film commovente. Attori eccezionali.”

The Hollywood Reporter

«Non so quanto c’è dell’influenza di mio padre. Rispetto al cinema avevamo gusti molto diversi, invece quando ero più giovane lui ha condiviso con me molte cose soprattutto di letteratura, che secondo me sono rimaste nei film. Eravamo tutti e due pazzi di Simenon, quindi queste atmosfere in cui anche i personaggi stessi non capiscono qual è la loro direzione, colpi di coda improvvisi, è una cosa che ci ha sempre interessato molto. Ne parlavamo sempre. Poi, ovvio, è difficile capire fino a che punto, perché uno cresce con una persona che ti mostra dei film, ti mostra un modo di vedere le cose che può essere anche molto diverso. Al cinema avevamo gusti molto differenti, io mi ricordo che consideravo Antonioni il più grande del cinema italiano e lui questa cosa la odiava, era molto in disaccordo su questa cosa».


“Un esordio da premiare, coraggioso e incisivo.”

Il Sole 24 Ore

Carlo Sironi firma un esordio potente e gelido


Tra una maternità surrogata e una storia d'amore, Sole di Carlo Sironi è un film di formazione che vanta due giovani attori dal grande potenziale.

Presentato in anteprima al Festival di Venezia 2019 nella sezione Orizzonti, Sole è certamente un’opera prima di alto livello. Reduce da alcuni interessanti cortometraggi, che hanno fornito lo spunto per la sceneggiatura del primo lungometraggio, Carlo Sironi ha diretto un film asciutto, essenziale e molto pacato. La sceneggiatura – firmata con Giulia Moriggi e Antonio Manca – è molto cruda: i due giovani protagonisti sono persone sole, estremamente sole, e le loro storie vengono raccontate quasi con tenerezza. Ci troviamo di fronte a ragazzi che non sono mai stati amati da nessuno, con un passato difficile e con un futuro incerto, ed una delle principali qualità di Sole è la capacità di non forzare alcun sentimento da parte dello spettatore, che viene coinvolto nel racconto con naturalezza e sobrietà.

Sole non è un film sulla maternità, si sofferma infatti soprattutto sulla genitorialità: Sironi ha provato a raccontare – attraverso un caso limite – un momento fondamentale e universale nella vita di due persone, ma diverso per tutti. Se Lena deve gestire una maternità surrogata dopo un periodo assolutamente turbolento, Ermanno deve fingere di essere padre di una neonata ed intraprende un percorso che lo porterà a trovare la propria identità. Il racconto di Sironi ricorda molto il primo Matteo Garrone, senza dimenticare i fratelli Dardenne. Zero ricercatezze stilistiche e linguistiche, una storia dura e cruda che colpisce e coinvolge lo spettatore senza dover fare ricorso a sensazionalismi.

Una scelta molto interessante è l’utilizzo del 4:3, sempre meno utilizzato in Italia ed in grado di fornire un tocco in più: grazie a questo formato Sironi riesce a porre l’accento sui suoi personaggi, sempre in primo piano grazie ad una “semplificazione” dell’inquadratura. La giovane Sandra Drzymalska conferma le sue grandi potenzialità, ma la vera sorpresa è Claudio Segaluscio, alla sua prima recitazione. La fotografia di Gergely Poharnok conferisce un quid in più, mentre il commento sonoro firmato da Teoniki Ro?ynek non brilla e, al contrario, rischia di risultare fuori luogo.

Sole è un’opera prima di qualità che prova a indagare su un tema molto delicato, smarcandosi da una produzione stantia e “ruffiana”. Sironi ha molto da dire: se queste sono le premesse, non ci resta che vedere il resto.

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Un piccolo capolavoro


Disagio, amore, maternità: il film Sole di Carlo Sironi, Premio Nice 2020, è un piccolo capolavoro
Nel panorama del cinema italiano si affaccia un nuovo talento, quello di Carlo Sironi, classe 1983, che al suo primo lungometraggio, Sole, mostra di avere un bel tratto autoriale. Il film, dopo essere stato presentato in concorso, nella sezione Orizzonti, al festival di Venezia 2019 e al Toronto International Film Festival, nella sezione Discovery, ha vinto il Premio Nice Città di Firenze 2020. Nell’ambito dell’iniziativa organizzata dal Nice Festival, diretto da Viviana Del Bianco, il film si aggiudica anche il premio Studenti, Le chiavi della città del Comune di Firenze e il premio Angela Caputi.
Il Premio Nice, che per la prima volta in trent’anni di attività propone al pubblico una tre giorni di nuovo cinema italiano (11 – 13 dicembre, Più Compagnia), attribuisce il riconoscimento ad un film che esce dai toni della commedia, ormai molto usati – e abusati – nella cinematografia nazionale. Lo stile di Sironi va avanti per sottrazioni, per silenzi, per il non detto, per ciò che si intuisce, ciò che potrebbe accadere ma che non viene mostrato, e proprio per questo porta lo spettatore ad appassionarsi ad una vicenda umana drammatica, ma a lieto fine.
Il film è molto bello anche grazie alla recitazione dei due giovani protagonisti: l’attore non professionista che interpreta Ermanno, Claudio Segaluscio, che ricorda gli attori “presi dalla strada” della storica scuola neorealista, e la talentuosa attrice professionista polacca, Sandra Drzymalska. I due, come ha raccontato il regista, non si capivano durante la lavorazione del film, comunicavano solo in inglese, cosa non sempre semplice, oppure in italiano, ma solo per le battute imparate a memoria dalla ragazza. Ma il gioco di sguardi che hanno saputo trovare è intenso e si capisce che la comunicazione tra i due è avvenuta ad un livello più profondo: un elemento in più per dimostrare che anche due mondi  lontani tra loro, possono incontrarsi

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“Un film toccante e indimenticabile”

Elle