NOMAD - IN CAMMINO CON BRUCE CHATWIN

Durante gli ultimi anni della vita di Bruce Chatwin il regista tedesco Werner Herzog ha collaborato con lo scrittore inglese ad alcuni progetti e fra i due è nata un'amicizia istintiva e profonda. In Nomad Herzog ripercorre le tracce dei pellegrinaggi che Chatwin ha compiuto alla ricerca dell'anima del mondo, attraversando continenti con l'inseparabile zaino di pelle sulle spalle: quello zaino che ora appartiene a Herzog, e che diventa il terzo protagonista del film.

Nomad ci porta con sé alla ricerca del brontosauro, in Patagonia, davanti al relitto di una nave "fitzcarraldiana" a Punta Arenas, a Silbury Hill, nell'entroterra australiano e dentro caverne preistoriche o cimiteri indigeni: "luoghi in cui i nostri percorsi si sono incrociati, o che avevamo esplorato indipendentemente l'uno dall'altro", come ricorda il regista.

2019

Documentario
Werner Herzog
Werner Herzog, Bruce Chatwin, Karin Eberhard, Nicholas Shakespeare, Elizabeth Chatwin
85min
7,90
Dal 25 febbraio


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Bruce Chatwin era uno scrittore unico – ha spiegato Herzog – Ha trasformato racconti mitici in viaggi della mente. Avevamo degli spiriti affini, lui come scrittore, io come regista. Volevo realizzare un film che non fosse una biografia tradizionale, ma con una serie di incontri ispirati dai viaggi e dalle idee di Bruce.

Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin


Herzog e Chatwin finalmente si ritrovano in questo meraviglioso documentario sull’irrequietezza, suddiviso in otto capitoli, dalla Patagonia alle Black Mountains in Galles.

“Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso e insopportabile dopo due? Alcuni viaggiano per affari, ma io non ho nessuna ragione economica per muovermi e tutte le ragioni per star fermo. I miei moventi dunque sono materialmente irrazionali. Che cos’è questa irrequietezza nevrotica? Girovagare soddisfa in parte, magari, la mia curiosità naturale e il mio impulso ad esplorare, ma poi sono tirato indietro da un desiderio di casa. Ho una coazione a vagare e una coazione a tornare, un istinto di rimpatrio come di uccelli migratori”. Ecco, questo potrebbe essere il nocciolo, il centro in cui probabilmente si intersecano le due anime per le quali le storie non accadono, le storie vengono raccontate. Forse bisognerebbe concedere alla natura umana un’istintiva voglia di spostarsi, un impulso al movimento in senso più ampio. Più che sottrarre qualcosa alla verità, Chatwin ed Herzog aggiungono sempre qualcosa di inaspettato, di inconsueto, di memorabile complessità. I due nomadi rinunciano, abbandonano i rituali collettivi e poco si curano dei processi razionali dell’apprendimento. Tutta l’infelicità del mondo proviene dall’incapacità di restar fermo in una stanza.

Non appartenere a nessun posto, dalla Patagonia, alla Toscana, dall’Africa a Capri. Un misto di finzione, viaggi e antropologia si condensa sull’irrequietezza umana. Chatwin sparisce in Patagonia per un pezzo di pelle animale preistorico, trovato da un suo avo da quelle parti e tramandato in famiglia. Pare fosse un bradipo gigante, ma tutti in famiglia lo credevano un brontosauro. L’ossessione della scoperta di Herzog non è lontana, anzi guida il nostro sguardo attraverso continenti, epoche, paesaggi del nostro pianeta. La concatenazione delle affinità elettive crea una nuova geografia mentale del mondo, che in un susseguirsi di immagini vertiginose fotografa la vita, la morte e il destino dell’uomo sotto tutte le latitudini. Ad un certo punto appaiono centinaia e centinaia di mulini a vento: in quelle immagini di mulini al vento, quanto c’è della follia visiva di Herzog e della debordante scrittura di Chatwin? C’è la necessità di muoversi sempre e nello stesso tempo l’urgenza di fissare ossessivamente qualcosa, perché le orme del passato non restano fissate a lungo, si modificano e si mescolano con i cambiamenti repentini del contemporaneo, in una tendenza nevrotica a camminare senza una meta precisa, fatta di fughe improvvise e falsa quiete estatica.

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Il maestro del cinema tedesco Werner Herzog ripercorre i viaggi del grande amico e scrittore.


“Nomad: In cammino con Bruce Chatwin” è un omaggio che Herzog fa a uno dei più grandi scrittori del Novecento, colui che è stato in grado di reinventare la letteratura di viaggio, scomparso prematuramente all’apice della sua carriera. In questo film è lo stesso Herzog a mettersi in cammino zaino in spalla sulle orme dell’amico Bruce nei luoghi raccontati nei suoi romanzi ed è sempre del regista tedesco l’inconfondibile e soave tono della voce narrante.

Legati da una profonda amicizia, i due artisti negli anni si sono influenzati a vicenda: i primi film di Herzog hanno avuto una rilevante importanza per la scrittura di Chatwin, mentre il regista tedesco ha adattato “Cobra Verde” proprio da un romanzo dell’amico. Quando il leggendario scrittore e avventuriero Chatwin stava morendo di AIDS, ha chiamato l’amico Werner chiedendogli di vedere il suo ultimo lavoro su un membro di una tribù del Sahara. In cambio, come regalo d’addio, Chatwin ha donato al regista lo zaino che lo aveva accompagnato nei suoi viaggi intorno al mondo. Trent’anni dopo, portando con sé quello stesso zaino, Herzog inizia il suo personale viaggio, ispirato dalla comune passione per la vita nomade e il desiderio di conoscenza.

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«Non sono io il protagonista»


«Non sono io il protagonista», dice Werner Herzog al suo interlocutore, che in teoria dovrebbe parlare di Bruce Chatwin. Lo ripete per due volte, all'inizio e alla fine di una breve digressione personale (una delle tante). Ma quello che sembra solo un dettaglio - apparentemente futile, dentro un film pieno di ricordi, paesaggi, letture, sequenze di vecchi film, incontri e testimonianze, oggetti e fotografie – assomiglia in realtà a una confessione. O per lo meno a una chiave di lettura. Non è certo un caso che Herzog abbia lasciato traccia di questo dialogo-equivoco. Per la precisione, nel sesto degli otto capitoli in cui è diviso il film, appena prima della lunga parentesi dedicata a Cobra Verde (film datato 1987, nato da Il viceré di Ouidah), quella in cui Herzog scopre una sceneggiatura piena di annotazioni di Chatwin (mai viste dall'amico regista), e che ci regala uno splendido ritratto di Herzog (fatto dall'amico scrittore): «Un compendio di contraddizioni, immensamente difficile ma anche vulnerabile, affettuoso e distante, austero e sensuale»; uno che magari non è a proprio agio nel quotidiano ma è particolarmente «efficiente in condizioni estreme»; l'unico in grado di capire e condividere «l'aspetto sacro del camminare».

No, non è una novità ritrovare Herzog come personaggio in un documentario di Herzog. Narratore, guastatore, testimone privilegiato, esploratore di luoghi inaccessibili (esteriori e interiori), avventuriero acrobata, commentatore anche feroce. Ma qui siamo al limite dell'autoritratto, anche se nella forma di un pedinamento di Chatwin, amico e anima (quasi) gemella, una “camminata” insieme a lui. Sfogliamo i diari, scritti, dello scrittore-viaggiatore, e insieme quelli, filmati, del viaggiatore-regista, dentro un percorso divagante, un vagabondaggio tra ricordi e continenti, che celebra il nomadismo e l'irrequietezza interiore. Sì, c'è la persona, e il personaggio, Bruce Chatwin, il biografo che svela dettagli inediti, la moglie che si commuove, gli scritti densi e immaginifici. Ma c'è soprattutto un modo di vivere e pensare, un'attitudine insieme fisica (fisiologica) e spirituale, un bisogno di andare alla radice di ciò che significa essere umani.

Quello che ti fa partire per la Patagonia, inseguendo il mito familiare di una “pelle di brontosauro”, in un viaggio indietro nel tempo e nello spazio, con la curiosità di un paleontologo e l'istinto di un creatore di storie. Che è poi la stessa con cui Herzog osserva lo strano, l'estremo, l'inconsueto, usando il dettaglio o il piano lunghissimo come fossero la trama e la scenografia di un film di fantascienza, il viaggio in un altrove che rivela la realtà.

Quello che ti porta a indagare i vasti territori dell'anima, oltre che della geografia, aborigena australiana, cercando il canto che consente di trovare la via, di orientarsi nei vasti “paesaggi dello spirito”, tra sogno e realtà. Gli stessi territori che va cercando Herzog nei luoghi più remoti, le storie più estreme, l'umanità più varia.

Non aspettatevi un ritratto biografico in senso stretto, nonostante non manchino le annotazioni didascaliche. Qui “l'orizzontale”, il viaggio fisico, gli spostamenti da un continente all'altro, sono solo una scusa, un'occasione per l'indagine verticale, perché Chatwin, così come Herzog, ha sempre cercato di «andare alla sorgente» di ogni oggetto e realtà, cercando il suo “dramma”: lui «prendeva i fatti e li modificava in modo che assomigliassero alla verità, più che alla realtà»; «ma non diceva una mezza verità, semmai una verità a mezza, abbelliva ciò che c'era per renderlo ancora più vero». Viene inevitabilmente da ripensare alla Dichiarazione del Minnesota, in cui Herzog rifiutava il realismo spiccio e superficiale del “cinéma vérité”, la «verità dei contabili», per esaltare invece la verità come illuminazione, poetica ed estatica, che per sua natura «è misteriosa e sfuggente e può essere raggiunta solo attraverso l’invenzione e l’immaginazione e la stilizzazione». Diceva anche: «Il turismo è peccato, viaggiare a piedi è virtù».

Camminando con Chatwin andiamo dalla Patagonia all'Australia, dall'Africa all'amato Galles e i monumenti neolitici di Avebury, perché poi si tratta sempre di tornare al «mitico luogo delle origini». Quelle impronte di mani lasciate dentro una grotta hanno un potere quasi magico di portarci lontano, verso l'inizio della storia dell'uomo, da cui è partita la grande marcia nomade, dall'Africa verso Est, dall'Asia alla Siberia, superando lo stretto di Bering fino all'Alaska, e poi giù lungo le Americhe. L'uomo si muove da sempre, anche se oggi il nomadismo è ormai scomparso, e la vita di città, sedentaria, e la tecnologia, «stanno probabilmente lavorando alla distruzione della specie umana».

Ci sono altri momenti potenti, che si trovano tra le parole di Chatwin e le immagini di Herzog, che sia il bordo di un mare di mulini a vento, o l'orlo di un precipizio su cui Stefan Glowcz sta sospeso, aggrappato a una roccia. Soprattutto è potente e commovente il ricordo dell'ultimo incontro, quando l'Aids aveva ormai completamente divorato il corpo di Chatwin. Wodaabee - il film che Herzog dedicò alla tribù nomade che si muove nel Sahel tra il Niger e la Nigeria, con i volti inquietanti e bellissimi dei ragazzi truccati per la festa (Gerewol) – è l'ultima cosa che Chatwin ha visto prima di andarsene. Chissà se ha trovato la canzone che «ti riporta al luogo cui appartieni». Camminare per indagare la natura dell'esistenza umana, e poi alla fine trovare il modo di “tornare a casa”. Herzog, intanto, continua a portare in giro lo zaino di Chatwin, con tutto ciò che di prezioso contiene.




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